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UN VICOLO CIECO: IL “MANIFESTO” DELL’ASSOCIAZIONE SYLOS LABINI E-mail
Politica e Istituzioni
di Claudio De Vincenti
26 marzo 2010
manifesto associazione sylos labiniScrivo questa nota per chiarire i motivi che mi hanno indotto a non aderire al “Manifesto” pubblicato di recente sul sito dell’Associazione Paolo Sylos Labini. Spero così di fornire un contributo utile per disincagliare da fuorvianti luoghi comuni la discussione sullo stato attuale della teoria e della politica economica.

Scrivo questa nota per chiarire i motivi che mi hanno indotto a non aderire al “Manifesto” pubblicato di recente sul sito dell’Associazione Paolo Sylos Labini. Spero così di fornire un contributo utile per disincagliare da fuorvianti luoghi comuni la discussione sullo stato attuale della teoria e della politica economica.
Vengo subito al cuore del problema. Il “Manifesto” procede dalla convinzione che la teoria economica sia oggi dominata da una sorta di pensiero unico, che il documento definisce come “fondamentalismo liberista”, cui riconduce le “teorie economiche dominanti” alle quali attribuisce la responsabilità di “non aver colto la fragilità del regime di accumulazione neoliberista” e di aver anzi “partecipato alla edificazione di quel regime”.
Una simile descrizione dello stato attuale della teoria economica, che fa di “tutt’erba un fascio”, è francamente inaccettabile. A partire dagli anni Ottanta si è assistito a un fiorire di studi che hanno risposto al monetarismo e alla Nuova Macroeconomia Classica, sviluppando a livello macroeconomico la teoria dei “fallimenti del mercato” basata sull’analisi del funzionamento dei mercati in presenza di gradi di monopolio e di informazione asimmetrica, sulle conseguenze della diffusione crescente di esternalità, sulla presenza di problemi di coordinamento che il mercato fatica a risolvere. Si tratta, come ben noto, degli studi riconducibili a quella che è ormai chiamata la Nuova Economia Keynesiana e che tra l’altro si avvale anche dei risultati di lavori di economia industriale che risentono proprio del contributo di Sylos Labini. E qui vengono subito in mente anche gli sviluppi innovativi nel campo della microeconomia dell’informazione incompleta e dei contratti. Ma non ci sono solo questi filoni di analisi, pur importanti: come si possono mettere nello stesso “calderone” i teorici dei mercati perfetti e quanti negli ultimi vent’anni hanno introdotto nel discorso economico una visione innovativa della “razionalità”, diversa dalla mera soluzione di problemi di massimo vincolato, o hanno sviluppato un discorso sulla giustizia e sull’equità che prospetta il superamento dell’individualismo metodologico e ripropone proprio quel rapporto tra economia ed etica che il manifesto rivendica come fosse da reintrodurre ex novo?
Una parola poi sulla questione della regolazione dei mercati. Il dibattito sviluppatosi a partire dai primi anni Settanta, dopo l’iniziale offensiva liberista all’insegna della deregulation, ha visto la ripresa di studi che – ben più avvertiti di un tempo circa i possibili “fallimenti dell’intervento pubblico” – hanno ricostruito le basi di una regolazione più efficace ed efficiente, ci hanno cioè dotati di fondamentali strumenti di governo dei mercati dei prodotti. La critica va concentrata qui sull’assenza di regolazione dei mercati finanziari, che ha tratto alimento dal fatto che proprio nell’economia finanziaria non hanno fatto breccia le nuove acquisizioni della teoria della regolazione sviluppatesi con riferimento ai mercati dei beni.
I contributi di ricerca cui ho fatto fin qui riferimento non sono espressioni di economisti al margine della professione, tutt’altro: stiamo parlando di economisti di prestigio e di diversi premi Nobel degli ultimi anni. Molti di loro, e degli altri che hanno contribuito all’affermarsi di questi filoni di ricerca, avevano da tempo messo in guardia dalla “fragilità del regime di accumulazione neoliberista”. Insomma, la teoria economica è oggi molto più articolata di quel presunto “pensiero unico” di cui parla il “Manifesto”, anzi ha messo in campo strumenti di analisi decisivi per una strategia di intervento attivo di governo dell’economia. “Rimuovere” questi apporti serve solo a lasciarci disarmati di fronte alla controffensiva culturale neoliberista che è andata riemergendo di recente, una volta cioè sventato il peggio (si spera) della crisi grazie alle politiche di sostegno pubblico dell’economia.
E qui vengo all’ultima parte del “Manifesto” dove, per “una nuova agenda” di politica economica, vengono prospettati cinque temi su cui difficilmente si potrebbe essere in disaccordo. Solo che a questo punto il semplicismo con cui tutta l’elaborazione economica degli ultimi venticinque anni è stata precedentemente liquidata come parte del “fondamentalismo liberista” proietta una luce strana persino su quest’ultima parte del documento. Il dubbio è che l’incomprensione dimostrata circa il reale confronto in corso tra gli economisti finisca per avallare una nostalgica illusione che si possa semplicemente rispolverare l’intervento pubblico come veniva praticato fino a trent’anni fa.
Sarebbe una illusione foriera di una nuova sconfitta. Se vogliamo rilanciare il ruolo dell’intervento pubblico, dobbiamo utilizzare le acquisizioni della teoria economica di questi anni per rinnovarlo, vaccinandolo da quei “fallimenti” che aprirono la strada all’offensiva liberista degli anni Settanta. Non ho qui lo spazio per ragionare di quei fallimenti e devo accontentarmi di sintetizzarli con il titolo di un saggio di qualche anno fa di Joseph Stiglitz: le forme tradizionali dell’intervento pubblico erano esposte agli “usi privati dell’interesse pubblico” e da quegli usi furono appunto corrose. Per questo, è bene non farsi abbagliare dalla apparente (discontinua) conversione statalista dell’attuale governo: nel passaggio dal liberismo di qualche anno fa al colbertismo di oggi, nonché nella loro spesso disordinata alternanza, si può cogliere il vero tratto di continuità, quello cioè di un approccio alla politica economica centrato sull’affermazione dell’arbitrio della politica, sulla refrattarietà a costruire le regole del mercato come quelle dell’intervento pubblico.
  Commenti (2)
Scritto da Andrea Boitani, il 30-03-2010 15:31
Sono d'accordo con gli argomenti di De Vincenti, fin nelle virgole.
::: quando Liberismo e Colbertismo sono
Scritto da nicola s., il 08-04-2010 10:43
Ahimè, caro Claudio, 
 
è una caustica verità quella che ci ricordi alla fine del Tuo pregevole pezzo. 
Liberismo e Colbertismo sono due cose diverse, sul piano di politica economica, così come su quello della ricostruzione storico-politica delle fasi in cui ha avuto prevalenza l'una o l'altra. 
Tuttavia, c'è un momento in cui le due cose si identificano; un momento in cui il passaggio dall'una all'altra forse non può dirsi neppure un passaggio, perché si rimane sempre nello stesso ambito, sempre nella stessa impostazione. 
Questo avviene quando sui mercati le regole difettano e permettono la costituzione di posizioni di potere e, nel contempo, anche nelle Istituzioni si indeboliscono salvaguardie, controlli e bilanciamenti propri delle democrazie e degli Stati di diritto. 
Quando i monopolisti sul mercato diventano anche "monopolisti" nelle Istituzioni, si genera così tanta confusione tra economia privata ed economia pubblica, che il filone di pensiero e di governo che dovrebbe lasciare il maggiore spazio alla sfera privata, il Liberismo, diventa tutt'uno con il filone che assegna più spazio all'intervento e all'intermediazione del Pubblico, il Colbertismo. 
Si tratta di due leve d'azione che rispondono agli stessi soggetti, portatori degli stessi interessi. Due leve d'azione che, alla radice, si differenziano per una sola caratteristica, la fonte di finanziamento: il patrimonio privato da un lato, il bilancio pubblico usato "privatisticamente" dall'altro. 
Non solo non è il caso di farsi "abbagliare" da questo trasformismo; al contrario, bisogna temerne le conseguenze. E onestamente, nonostante io condivida appieno il Tuo punto sulla validità e sull'autorevolezza dei contributi più recenti sulla regolazione e sul disegno delle Istituzioni, non so sino a che punto la scienza economica possa aiutare con le sue proposte quando emergono situazioni di stallo politico, in cui è proprio la volontà a mancare o ad andare in altre direzioni. 
 
Dimmi che sono troppo pessimista, e la cosa mi rincuorerà almeno un po'. 
 
Un saluto e a presto, ns

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