Home arrow Economia reale arrow DUE INTERPRETAZIONI DI QUESTA CRISI
DUE INTERPRETAZIONI DI QUESTA CRISI E-mail
Economia reale
di Marco Leonardi
12 marzo 2010
crisi economiaEsistono due interpretazioni della crisi che si mescolano tra loro nel dibattito pubblico ed implicano due strategie di uscita diverse.

Esistono due interpretazioni della crisi che si mescolano tra loro nel dibattito pubblico ed implicano due strategie di uscita diverse.
La prima tesi sostiene che tutte le grandi crisi economiche nascono da squilibri nella distribuzione del reddito all’interno dei paesi e tra paesi diversi; tutte le crisi di conseguenza si concludono con importanti redistribuzioni del reddito.  Secondo questa interpretazione l’ultimo ventennio è stato caratterizzato in Italia da moderazione salariale, da diffusione di forme contrattuali flessibili e un conseguente spostamento del reddito dai salari ai profitti.  La causa ultima della scarsa performance italiana in termini di crescita, produttività e quota di esportazioni sarebbe dovuta al mancato re-investimento dei profitti in innovazioni tecnologiche e organizzative. La via d’uscita dalla crisi coerente con questa visione  parte dal luogo d’origine della crisi, il mercato del lavoro, e propone un tentativo di unificazione e miglioramento delle condizioni di lavoro: ammortizzatori sociali per tutti  e un contratto di lavoro unico a sostituzione della miriade di contratti oggi esistente. Recentemente questa tesi è sostenuta nel libro “Un’Italia possibile” e a opera di diversi autori in www.nelmerito.com .
Sempre estremizzando, la seconda tesi, più ottimista, sostiene che le imprese manifatturiere in Italia hanno retto bene alla crisi, in particolare un nucleo di 3-4000 medie imprese esportatrici che con il loro indotto hanno dato all’Italia la crescita e l’equilibrio della bilancia commerciale. I sostenitori di questa tesi contestano anche le principali statistiche della crescita, della produttività e delle esportazioni, alcune delle quali sono state in effetti riviste, non ultimo per il fatto che la dimensione particolarmente piccola delle imprese italiane renderebbe difficile la misurazione di tali variabili. L’implicazione di questa seconda tesi è che un governo prudente dovrebbe favorire lo sviluppo delle piccole imprese e non avventurarsi in riforme radicali della legislazione del lavoro e del welfare. Tipico sostenitore di questa tesi è Marco Fortis, in numerosi articoli su Il Sole-24 ore
La differenza tra queste due interpretazioni ci aiuta a mettere a fuoco almeno tre punti di particolare interesse. Il primo riguarda la debolezza del settore dei servizi nell’economia italiana. Seppur la manifattura ha sinora retto alla crisi –in Europa veniamo subito dopo la Germania- essa tuttavia conta solo per circa il 20% degli occupati totali: sono dunque i servizi pubblici e privati responsabili della bassa crescita e della bassa produttività del sistema Italia. Il secondo punto riguarda il peso dei “piccoli” nell’economia italiana. Il trend verso la piccola impresa è comune in tutto il mondo industrializzato, ma solo in Italia il 25% degli occupati è costituito da lavoro autonomo o atipico. Chi opera nella fascia bassa delle piccole imprese è più esposto alla crisi, non ha tutele in quanto lavoratore autonomo, e a volte non ha nemmeno un’identità sociale precisa: non sa se è davvero un imprenditore o un dipendente mascherato. Per anni la politica ha magnificato il “piccolo è bello” e la partita IVA come il simbolo dell’autonomia, non tenendo conto che molte partite IVA scambierebbero volentieri la loro autonomia per un lavoro dipendente sicuro e ben pagato.
 Il terzo punto è politico. Al di là del dibattito sulle statistiche, è naturale che il governo sia ottimista (la fiducia è il primo antidoto alla crisi anche nei modelli degli economisti e non solo nelle parole dei politici) e che l’opposizione sia pessimista. Ma mentre il governo può attuare una strategia d’attesa e difenderla sulla base di una visione ottimistica, l’opposizione dovrebbe indicare con chiarezza una via d’uscita sulla base di una visione diversa della crisi, più realistica di quella del governo. Obama ha fatto della riforma sanitaria il simbolo di come uscire dalla crisi ridistribuendo ricchezza e andando alla radice della disuguaglianza. L’opposizione, in Italia, potrebbe far leva su riforme del lavoro e del welfare che rispondano alle preoccupazioni crescenti dei lavoratori, dipendenti e autonomi.
  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >