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PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO E CAPITALE INNOVATIVO* E-mail
Economia reale
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
12 marzo 2010
ictDopo aver varato un “grande prestito nazionale” di 35 miliardi di euro per rilanciare attività considerate strategiche (11 miliardi all’istruzione superiore, 8 alla ricerca, 6,5 alle piccole e medie imprese, 5 allo sviluppo e 4,5 miliardi alle connessioni Internet veloci)

Dopo aver varato un “grande prestito nazionale” di 35 miliardi di euro per rilanciare attività considerate strategiche (11 miliardi all’istruzione superiore, 8 alla ricerca, 6,5 alle piccole e medie imprese, 5 allo sviluppo e 4,5 miliardi alle connessioni Internet veloci) e dopo aver introdotto uno dei più generosi crediti di imposta per la R&S presenti in Europa, il governo francese ha deciso, pochi giorni fa, di istituire un fondo a sostegno della collaborazione tra le imprese nei settori del software e dell’elettronica (oltre all’alimentare e alla chimica).
Nel nostro paese, la politica economica e il dibattito sulla crescita hanno invece posto poca enfasi sull’accumulazione di capitale innovativo – quello legato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) – e sul suo effetto sulla dinamica della produttività, soprattutto in quei comparti dove essa è maggiormente dipendente dal progresso tecnico. Questa “omissione” diventa particolarmente sorprendente quando si osserva che, negli ultimi venti anni, nell’economia italiana si è verificato un deciso rallentamento dell’accumulazione di capitale, soprattutto di tipo innovativo, e che questo ha avuto ripercussioni particolarmente negative sulla dinamica della produttività.
In breve, la nostra tesi è che a partire dagli anni novanta la maggiore flessibilità del mercato del lavoro, assieme ad altri mutamenti profondi del funzionamento di questo mercato, come l’immigrazione, abbia fornito minori incentivi all’accumulazione di capitale, frenandone il ritmo di crescita e influenzando negativamente la produttività. Il legame tra i due fenomeni (la decelerazione nel ritmo di crescita del capitale e la stagnazione della produttività del lavoro) ha avuto due snodi importanti: il rallentamento dell’intensità di capitale, cioè del rapporto capitale/lavoro; il fatto che questo rallentamento, interessando in particolar modo il capitale innovativo, abbia prodotto effetti negativi sulla produttività, sia diretti (attraverso l’intensità di questo tipo di capitale) che indiretti (non favorendo il progresso tecnico e dunque la crescita della PTF).
Il primo punto, da noi sostenuto più volte su questa rivista e altrove, trova  conferma in un dato principale: la crescita del  rapporto capitale/lavoro (la differenza tra il tasso di variazione del capitale e quello dell’occupazione) ha subito una significativa diminuzione,  passando dal 3.3% del periodo 1980-1995 all’1.1.% del periodo 1995-2007; si è cioè ridotta a un terzo di quella che era in precedenza. Il legame con l’andamento della produttività è altrettanto evidente: alla caduta dell’intensità di capitale ha fatto seguito una rilevante diminuzione della produttività del lavoro, la cui media è passata dal 2.2% del periodo 1980-1995 allo 0.4% del periodo 1995-2007. Questo legame è evidenziato dall’esistenza, sull’intero periodo 1980-2007, di una significativa correlazione (47%) tra l’andamento del rapporto capitale/lavoro e quello della produttività.
Passiamo al secondo punto, al fatto cioè che al rallentamento dell’intensità di capitale si è accompagnata una modificazione della sua composizione. Dalla fine degli anni ottanta al 2007 si assiste a una caduta di circa 12 punti del tasso di crescita del rapporto tra capitale ICT (rappresentato, nella definizione dell’ISTAT, da tre tipologie di beni capitali, macchine per ufficio, apparati per le comunicazioni e software) e lavoro e di circa 4,5 punti di quello tra capitale non ICT e lavoro. Se limitiamo l’attenzione all’inizio di questo decennio, la riduzione del tasso di crescita del primo rapporto è drastica, di 8 punti, con valori che negli anni più recenti sconfinano in territorio negativo, ad indicare una continua riduzione del rapporto. Nello stesso periodo, il tasso di crescita del rapporto tra capitale non ICT e lavoro (la cui dinamica segue quasi esattamente quella del rapporto tra capitale totale e lavoro) flette soltanto di un punto, per diventare negativo negli ultimi due anni. L’accentuata volatilità del rapporto capitale ICT/lavoro segue da vicino quella della produttività del lavoro: guardando al periodo 1980-2007, esiste una più netta correlazione, statisticamente significativa al 95%, tra l’andamento del capitale ICT e quello della produttività del lavoro (50%) che non tra capitale non ICT e produttività del lavoro (40%) .
In conclusione, la composizione dello stock di capitale, nonché il rapporto tra diversi tipi di capitale e il lavoro, si sono modificati sensibilmente in questo secolo perché le imprese, reagendo agli stimoli di policy e ad alcuni shock esogeni, hanno sfavorito il capitale maggiormente innovativo. Questa affermazione esce rafforzata dal confronto tra quanto è avvenuto nel nostro paese e nelle altre economie dell’area dell’euro. Per effettuare questo confronto, prendiamo in considerazione due anni, il 1997 e il 2005 e utilizziamo i dati del database GGDC (Groeningen Growth and Development Centre). Concentriamo l’attenzione (i) sull’aggregato produttivo di mercato (Market, che comprende tre macrosettori: produzione di beni, manifattura, costruzioni, agricoltura, energia e acqua, e che esclude la Pubblica Amministrazione e i servizi immobiliari, dove le misure di produttività sono fortemente influenzate dalle imputazioni effettuate in base ai compensi pagati agli input impiegati), (ii) sui servizi rivolti al mercato (finanza, servizi alle imprese e servizi personali) e su (iii) Elecom (macchine elettriche, servizi postali e comunicazioni). .
Partiamo dalla produttività del lavoro. In primo luogo, nel confronto tra 1997 e 2005, questa è diminuita in Italia rispetto alla  media europea, sia nell’aggregato Market che in tutti i settori considerati. Anche il rapporto capitale-lavoro si è ridotto nel complesso, ma non ha avuto un comportamento omogeneo nei tre macrosettori. Ciò indica che i cambiamenti occorsi nei livelli relativi di produttività non sono legati uniformemente a quanto è accaduto all’intensità di capitale nei tre macrosettori. La causa di questa difformità è riconducibile al ruolo svolto dal cambiamento nella composizione dello stock di capitale. Considerando gli stessi raggruppamenti produttivi e distinguendo tra intensità di capitale ICT e non ICT, appare evidente che in Italia la seconda aumenta nel confronto con la media dei paesi dell’area dell’euro (tranne che per i servizi di mercato, dove si assiste a una lievissima diminuzione). L’intensità di capitale ICT, invece, diminuisce, anche se nella manifattura la riduzione è più contenuta.
La conclusione da trarre appare netta. Nel complesso, cioè per l’aggregato Market, alla caduta della produttività del lavoro sperimentata in Italia in rapporto all’area dell’euro si associa una minore intensità di capitale, a sua volta dovuta a una riduzione del capitale ICT. I comportamenti dei tre macrosettori sono più variegati. In quello dei servizi, la caduta della produttività riflette la diminuzione sia dell’intensità di capitale in generale che di quello innovativo. Per la manifattura e, ancora di più, per Elecon la riduzione della produttività deve farsi risalire a una ricomposizione del capitale che ha favorito quello tradizionale a scapito del capitale innovativo.
Ovviamente, l’accento da noi posto sulla composizione del capitale non deve far dimenticare che la differenza tra il nostro paese e la media europea è spiegata anche dalle diverse componenti misurate dalla TFP, a partire dalla diversa organizzazione dei luoghi di lavoro richiesta dal capitale innovativo. Ciò nonostante, la correlazione significativa ed elevata tra la produttività, da un lato, e il rapporto tra il capitale (soprattutto quello ICT) e il lavoro, dall’altro, consente di sostenere che la riduzione dell’intensità di capitale (soprattutto quello ICT) ha certamente contribuito alla dinamica decrescente della produttività registrata nel nostro paese in questo decennio.
Questa conclusione suggerisce di attribuire priorità a provvedimenti di policy capaci di indirizzare le scelte delle imprese verso l’investimento innovativo in modo condiviso da tutte le parti sociali. A tal fine, è necessario passare dalla programmazione dell’inflazione a quella della crescita della produttività e disegnare incentivi fiscali mirati all’accumulazione di capitale ICT e alla connessa modificazione dell’organizzazione del lavoro. Oltre agli ovvi crediti di imposta, una strada da esplorare in presenza di difficoltà nell’accesso al credito e di elevato rischio sui prestiti destinati ai progetti innovativi è rappresentata dalla costituzione di fondi pubblici di garanzia che assistano la domanda di finanziamento per investimenti innovativi e spesa in R&S. Ciò consentirebbe anche di aumentare la domanda di capitale umano da parte delle imprese, spingendo il sistema dell’istruzione e della formazione a modificare contenuti e metodologie, e innescando un processo di crescita basato sulla conoscenza e sulle nuove tecnologie, produttive e organizzative.
Non ci rallegra sapere che il nostro punto di vista continui ad essere rispecchiato dalla politica industriale dei principali paesi europei, a partire dalla Francia, ma non dalla politica economica del nostro (essendo quella industriale semplicemente assente). Il ritardo che andiamo accumulando nella nostra posizione competitiva potrebbe presto diventare incolmabile.

* Una versione estesa del contributo è in uscita nel volume ‘‘L’Italia possibile. Equità e crescita’’ di www.nelmerito.com per i tipi di Brioschi editore.
  Commenti (1)
ICT e fisco
Scritto da harlock, il 16-03-2010 14:42
I crediti di imposta hanno già dimostrato ampiamente la loro inefficacia, soprattutto al Sud che ne ha assorbito più del 50%. La composizione demografica delle imprese italiane è di dimensioni così modeste che ogni stimolo fiscale risulta evanescente. I principali spender ICT in Italia sono tre: quel che resta delle Aziende a Partecipazione Statale, (es. Telecom indebitatissima, Eni, ENEL) le banche (anche loro in crisi) e la PA. Tutti e tre questi settori soprattutto i primi due hanno investito nel periodo da Lei considerato una quantità di risorse enormi molto spesso sperperandola e in alcuni casi continuando a farlo. Per la PA ogni euro investito in ICT in presenza del blocco del turn over che dura ormai da oltre 15 anni è denaro buttato via:manca il personale (ormai anziano in tutta la PA) in grado di usare le nuove teconologie.Mentre sarebbe proprio il settore che ne avrebbe maggiormente bisogno e dove probabilmente l'aumento della produttività sarebbe immediatamente accertabile. Ma la PA esula dalle sue analisi. 
Aggiungiamoci il fatto che le teconologie ICT nella maggior parte dei casi non sono labour saving ma business developing; serve quindi assumere gente qualificata e ben remunerata altrimenti il ritorno sull'investimento in ICT non si verifica, ed è raro trovare imprese che sappiano spingersi sino a tanto. Questo è stato il motivo principale del rallenamento della spesa ICT nelle piccole e medie imprese. 
La tecnologia ICT è venduta in modo poco appropriato dagli operatori del settore per motivi di cui le faccio grazia. 
Questi sono tutti aspetti che estraendo dati da una database sono difficilmente apprezzabili.Le microdinamiche, distorte spesso, delle scelte di invistimento delle piccole aziende italiane purtroppo si scorgono i due soli modi a mio parere o facendo indagini sul campo o lavorandoci dentro per dieci anni. Anche i riferimenti con la Francia, sembrano la coazione a ripetere dei soliti frusti argomenti che non tengono in considerazione l'enorme diversità della composizione dimensionale delle imprese dei due paesi. 
In Italia c'è un grande problema e sone le enormi rendite che incatenano il paese e lo tengono alla ruota finchè non schiatterà o in un default (grecia docet) o trasformandosi, sta già accadendo, in una specie di Disneyland per magnati russi, indiani, cinesi e compagnia bella. 
Cordialmente, 
va

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