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IL LAVORO DEL PICCOLO IMPRENDITORE E-mail
Lavoro
di Orsola Razzolini
05 marzo 2010
piccola impresaIl fenomeno della piccola impresa, nella sua evoluzione più recente, presenta tratti economici e sociali che sempre più lo avvicinano al lavoro autonomo “di seconda generazione” e sempre più lo distanziano dall’impresa in senso stretto: a differenza dell’impresa medio-grande, la piccola impresa non nasce dall’investimento in elementi impersonali.

Il fenomeno della piccola impresa, nella sua evoluzione più recente, presenta tratti economici e sociali che sempre più lo avvicinano al lavoro autonomo “di seconda generazione” e sempre più lo distanziano dall’impresa in senso stretto: a differenza dell’impresa medio-grande, la piccola impresa non nasce dall’investimento in elementi impersonali (il capitale, le macchine, le attrezzature) ma dall’investimento, in via prevalente, nel lavoro personale del piccolo imprenditore, nelle sue conoscenze e nelle sue relazioni di mercato. Al pari del lavoratore autonomo, il piccolo imprenditore vive principalmente del proprio lavoro e porta all’interno della sua attività “imprenditoriale” bisogni esistenziali e umani (quali quello di garantirsi un reddito stabile, sufficiente al mantenimento di se stesso e della propria famiglia, e di realizzare la propria personalità professionale), esponendosi di persona ad una molteplicità di rischi sociali.1
Da questi cambiamenti discende un’esigenza di regolare il fenomeno della piccola impresa in modo nuovo. Ma come? Una strada può essere quella di estendere al piccolo imprenditore alcune delle tutele che l’ordinamento appresta per il lavoratore autonomo.
La qualificazione del piccolo imprenditore come lavoratore autonomo non è preclusa sul piano teorico, dato che  lo strumento attraverso cui si esplica l’attività di lavoro autonomo - il contratto d’opera definito dall’art. 2222 del codice civile - può essere utilizzato anche dal piccolo imprenditore, che svolge un’attività di natura prevalentemente personale, avvalendosi di un’organizzazione di dimensioni ridottissime. 
Su di un piano più concreto, questa assimilazione consente di estendere al piccolo imprenditore alcune tutele che sono in via di elaborazione con riferimento ai lavoratori autonomi. Vi sono infatti alcune rilevanti novità nel panorama legislativo italiano, date da alcuni disegni di legge che, ispirandosi alla disciplina del lavoro autonomo spagnolo, introducono per i lavoratori autonomi misure di sostegno e di integrazione del reddito in determinati periodi di non lavoro e di sostegno economico alla formazione, alla assistenza sanitaria e alla previdenza complementare. Si tratta del disegno di legge regionale per il Veneto, n. 433 dello scorso ottobre e del progetto “Per uno statuto dei lavoratori autonomi”, che sta elaborando il senatore Tiziano Treu.
Queste tutele sono riconosciute, in primo luogo, al lavoratore autonomo “economicamente dipendente”, ovvero a colui che svolge una prestazione prevalentemente personale e che trae circa due terzi del suo fatturato annuo da un cliente principale.
Ma i disegni di legge sopra ricordati, si spingono a tutelare anche il lavoro autonomo non connotato da forme di dipendenza economica e/o tecnico-organizzativa, prendendo atto che anche il lavoro autonomo puro e perfetto  abbisogna di qualche forma di protezione dato il carattere prevalentemente personale dell’attività impiegata. Il mutamento di prospettiva può essere definito epocale: a coloro che ricavano in via prevalente dal proprio lavoro personale il sostentamento di se stessi e di altri soggetti e che si espongano personalmente (non a mezzo di un’organizzazione impersonale) ad una molteplicità di rischi sociali deve essere riconosciuto un nucleo minimo di tutele contrattuali e sociali, e ciò a prescindere dal modo di essere della prestazione, cioè dal fatto che la prestazione sia svolta in modo subordinato o autonomo. In altre parole, il diritto del lavoro abbandona una prospettiva dove la tutela del lavoro coincideva pressoché esclusivamente con la tutela del lavoratore subordinato, per abbracciare una prospettiva nuova, dove la tutela del lavoro coincide con la tutela della persona che lavora.
Per questo la prospettiva di estendere al piccolo imprenditore le discipline in cantiere per il lavoratore autonomo costituisce un salto di qualità rispetto alle regole già previste per la piccola impresa nell’ambito del diritto civile e commerciale, come le leggi n. 192 del 1998 (in materia di subfornitura industriale), n. 129 del 2004 (in materia di affiliazione commerciale) e il d.lgs. n. 231 del 2002 (in materia di ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali), che mirano  a rafforzare l’autonomia dell’imprenditore “debole” in sede di formazione e di esecuzione del contratto e si applicano  sia gli imprenditori medio-grandi, sia ai piccoli imprenditori. Poiché queste discipline si riferiscono all’ “impresa”  e l’impresa, in senso stretto, non è una persona, esse prescindono completamente dalla dimensione personale e sociale del piccolo imprenditore. Restano al di fuori di esse, tutti questi problemi: il compenso del piccolo imprenditore (deve essere “congruo”, proporzionato, sufficiente a garantirgli un’esistenza libera e dignitosa?); la  tutela della sua professionalità; la disciplina di eventi quali la malattia, la gravidanza o l’infortunio; la tutela degli investimenti effettuati nella relazione commerciale; la tutela di alcuni diritti fondamentali come la non-discriminazione, la salute e la sicurezza nel lavoro, la limitazione dell’’orario del lavoro o il diritto alle ferie (che nel Regno Unito, ad esempio, viene riconosciuto ai workers e non soltanto agli employees). 
I citati disegni di legge escludono invece dalle tutele previste nella specifica ipotesi della “dipendenza economica” il piccolo imprenditore “con dipendenti”. Tale esclusione appare discutibile, dato che quando il piccolo imprenditore opera di condizioni di dipendenza economica, la previsione di talune tutele (prima fra tutte, la garanzia della sospensione del rapporto nei casi di malattia, infortunio o gravidanza) è forse ancor più importante, sul piano economico sociale, proprio nell’ipotesi del piccolo imprenditore con dipendenti. In quest’ipotesi, infatti, il piccolo imprenditore ricava in misura prevalente dal proprio lavoro il sostentamento non soltanto di se stesso e della propria famiglia ma pure dei suoi (pochi) collaboratori. Sul punto, è sufficiente prendere in considerazione i dati Istat del 2005 e del 2008 per verificare come uno dei principali problemi delle cosiddette microimprese (la cui dimensione media è di tre o quattro addetti) sia il basso tasso di sopravvivenza nel mercato (di poco superiore ai due anni) e, di conseguenza, la precarietà dell’occupazione da esse creata. È intuitivo che una delle ragioni risiede nel fatto che, a differenza di quanto avviene nell’impresa medio-grande, nella microimpresa eventi quali la malattia o l’infortunio del titolare rischiano di determinare la perdita della commessa principale e, di conseguenza, di mandare tutto a rotoli.

1. Le espressioni più indicative di tale evoluzione sono quelle di “lavoro autonomo organizzato”, utilizzata da Sergio Bologna, e “capitalismo personale”, utilizzata da Bonomi e Rullani.

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