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IL LAVORO AUTONOMO HA PRESO PAROLA E-mail
Lavoro
di Sergio Bologna
05 marzo 2010
lavoro autonomoNel periodo che ha preceduto la scadenza elettorale del giugno 2009 un gruppo di Associazioni di lavoratori autonomi e di professionisti, costituitosi a Milano in Rete delle Associazioni, ha avuto l’opportunità di partecipare a un incontro pubblico con l’allora Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati.

Nel periodo che ha preceduto la scadenza elettorale del giugno 2009 un gruppo di Associazioni di lavoratori autonomi e di professionisti, costituitosi a Milano in Rete delle Associazioni, ha avuto l’opportunità di partecipare a un incontro pubblico con l’allora Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati. Era la prima volta che un uomo politico di rilievo della formazione di centro-sinistra dimostrava interesse e voglia di ascoltare le problematiche del lavoro autonomo di “seconda generazione”. Fino a quel momento sia da parte di esponenti del mondo accademico vicini al sindacato, sia da parte di numerose personalità dei partiti della coalizione di centro sinistra, i lavoratori autonomi erano guardati, per usare un eufemismo, con istintiva diffidenza e le analisi che venivano proposte di questa componente del mercato del lavoro erano così distorte da questo atteggiamento pregiudiziale che i soggetti di queste analisi non ci si ritrovavano affatto. Ben venga quindi oggi una nuova riflessione sul lavoro autonomo da parte di chi ha rappresentato in questi anni un ostacolo alla sua comprensione. A patto però che non si parta subito con il piede sbagliato. Per cominciare, farei una netta distinzione tra lavoro autonomo e impresa, micro, piccola, media o grande che sia – anche se, ad un secondo livello di analisi, potremmo vedere alcune affinità tra lavoro autonomo e microimpesa. Non vorrei si ripetesse l’errore di chiamare un professionista che vive delle proprie competenze e le negozia liberamente sul mercato “un’impresa individuale” o, come voleva in Germania quel burlone del sig. Hartz, che ha dato il nome all’ultima grande riforma degli ammortizzatori sociali, Ich AG, “Io spa”. I lavoratori autonomi, in particolare quelli delle professioni non regolamentate, prestano la loro opera a terzi, anzi – e questa è una prima specificità sulla quale gli analisti dovrebbero concentrare la loro attenzione – prestano la loro opera prevalentemente a istituzioni ed imprese, non a persone singole (come spesso accade alle professioni tutelate da Ordini). Che significa questo? Significa che non possono evadere le tasse in quanto le loro fatture vengono emesse nei confronti di organismi che hanno tutto l’interesse a detrarre dall’imponibile i costi sostenuti per prestazioni di terzi. E’ così difficile da capire questo concetto? Sono vent’anni che lo andiamo ripetendo ma ancora non è entrato nel cervello di vasti settori sindacali e politici appartenenti al mondo del centro-sinistra, che troppo spesso identificano il mondo del lavoro autonomo con l’evasione fiscale.
Il fatto di essere dei lavoratori non significa che appartengono al proletariato, sono in tutto e per tutto ceto medio, middle class, come stili di vita e comportamenti culturali. Ma del ceto medio condividono il disagio e quindi possono dare vita oggi a dei fenomeni di carattere sindacal-associativo che sono quanto di più interessante e singolare avviene sul piano dei movimenti sociali. Perché? Perché è la prima volta che settori del ceto medio, caratterizzati in genere da un forte individualismo e da orientamenti politici moderati o conservatori, ripercorrono forme associative proprie del mutualismo operaio, del sindacalismo industriale. L’esempio più interessante è quello della Freelancers Union degli Stati Uniti, nata non più di dieci anni fa, che già conta decine di migliaia di iscritti, in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione medio non raggiunge il 7%1. Sono lavoratori autonomi, sono middle class – quella che i nostri politici di centro-sinistra inseguono da anni e pensano di conquistarla spostandosi sempre più su posizioni liberiste. Anche in Italia comincia a manifestarsi questa tendenza al nuovo tipo di associazionismo delle professioni, non più concentrato esclusivamente sulla valorizzazione e il riconoscimento della singola professione, ma trasversale, un associazionismo focalizzato sulle problematiche comuni a tutti i lavoratori autonomi, in particolare a quelli di “seconda generazione”2: trattamento pensionistico, regime fiscale, assistenza in caso di malattia e di maternità, oltre naturalmente ai problemi tipici di una fase del mercato in grave crisi, come tempi di pagamento, riconoscimento delle competenze ecc.. Non sono giovani precari in cerca di una sistemazione stabile, sono persone che esercitano da anni una professione o addirittura giunte a conclusione di una vita lavorativa, sono in gran parte donne, che hanno scelto il lavoro autonomo per potersi dedicare al lavoro di cura. Per rispetto a queste persone chi oggi “scopre” il lavoro autonomo ed ha intenzione di studiarlo, o addirittura di offrire rappresentanza, abbia almeno l’umiltà di ascoltare quello che queste persone hanno da dire, prima di pronunciare propositi senza senso. E’ l’atteggiamento che scelse allora Penati e che fu accolto con grande rispetto e desiderio di collaborazione3.

1. www.freelancersunion.org , www.unitedprofessionals.org
2. V. ACTA (www.actainrete.org )
3. I rapporti tra Pubblica Amministrazione e professionisti autonomi (relazione introduttiva di Sergio Bologna)


  Commenti (1)
Scritto da Andrea Villa website, il 05-03-2010 16:34
Volevo complimentarmi per il rilievo attribuito dall'autore alla dimensione dell'azione sociale, con riferimento al tema particolare del lavoro autonomo. Non è un approccio "di moda". Dal mio punto di vista, il dibattito sul lavoro, sui generis, non può prescindere dalla consapevolezza dei soggetti stessi (spesso, però, assente, ovvero se non da costruire, almeno da divulgare) e dal dialogo con essi. I, seppur importanti, ma anche abbondanti, tecnicismi, troppo spesso finiscono soltanto con l'appagare l'autoreferenzialità e il formalismo delle singole discipline. Dopo ciò, credo occorra riconoscere (e l'autore lo fa) che quel dialogo e quella consapevolezza debbano indirizzarsi verso la riconsiderazione di alcuni diritti fondamentali e di alcune, cogenti, forme di tutela.

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