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QUESTIONE IMPOSTE INDIRETTE E-mail
Fisco
di Franco Osculati
19 febbraio 2010
imposteLa classifica internazionale delle imposte di minor fastidio nei confronti della crescita economica, convenzionalmente misurata in termini di Pil, è: 1) le imposte patrimoniali; 2) le imposte sul consumo; 3) le dirette, sui redditi delle persone fisiche; 4) le dirette, sui profitti delle società.
La classifica internazionale delle imposte di minor fastidio nei confronti della crescita economica, convenzionalmente misurata in termini di Pil, è: 1) le imposte patrimoniali; 2) le imposte sul consumo; 3) le dirette, sui redditi delle persone fisiche; 4) le dirette, sui profitti delle società. In Italia c’è un problema di “crescita”, e un ancor più grave problema di “sviluppo”,  e quindi si dovrebbero potenziare i tributi del primo e del secondo tipo e si dovrebbero alleggerire i tributi del terzo e del quarto.  Dal punto di vista quantitativo, la partita si dovrebbe vincere a metà campo, spostando gettito dai tributi del terzo tipo (Irpef e contributi) ai tributi del secondo (Iva, accise e tasse verdi).
1. La media europea della tassazione del lavoro (imposte dirette e contributi) era ed è superiore a quella della maggior parte degli altri paesi industrializzati. Il massimo, in Europa, è stato raggiunto alla fine degli anni ’90. Successivamente si  è assistito ad una riduzione, ma il trend si è interrotto attorno al 2005-06, peraltro senza segnalare forti differenze. L’Italia fa caso a sé e continua ad aumentare la presa di tributi e contributi sulla remunerazione del lavoro dipendente ed autonomo. Eurostat calcola che nel 2007 l’aliquota implicita dell’imposizione sul lavoro (compresi co.co.co. e co.co.pro.) raggiunge il 44%i. E’ il livello più elevato di tutti i Paesi Ue, più Norvegia. La media Ue a 27 è 34,4 e la media Ue a 16 è 34,3.
   E’ il livello più elevato di tutti i Paesi Ue, più Norvegia. La media Ue a 27 è 34,4 e la media Ue a 16 è 34,3. Probabilmente il dato italiano per gli anni successivi dovrà essere corretto al ribasso per tenere conto della riduzione, intervenuta nel 2008, dell’aliquota Irap (e della deducibilità dei contributi), ma rimarremo sempre ai primi posti di questa problematicissima classifica.
   In termini di gettito la situazione è parzialmente diversa. Nel 2006 il prelievo sul lavoro offre un gettito pari al 48,6% del gettito totale, con un aumento di 3,5 punti rispetto al 1995. L’incremento sul Pil è di 2,5 punti. In questo caso, l’anomalia non sono i valori assoluti (che non sono i più elevati e sono in media), ma la tendenza: in media in Europa negli stessi anni si registra una diminuzione dell’incidenza del gettito da lavoro sul gettito totale ( curiosamente di 3,5 punti) e sul Pil  (meno 1,2)ii. Questi dati sul gettito vanno considerati insieme al fatto che negli ultimi 15 anni la quota sul Pil del lavoro dipendente non è aumentata.
2. Per effetto di una simmetria inevitabile ma non perfetta, se il dato sulla tassazione del lavoro è alto, è basso il dato sui comuni. Al 2007 l’aliquota implicita sui consumi, in Italia, era al 17,1%, tra le più basse e lontana dal 22,2% della media Ue a 27 e dal 21,5% della Ue a 16. Il relativo gettito (nel 2006) era al 24,5% del gettito totale e al 10,3% del Pil, in diminuzione o stabile rispetto a 10/12 anni prima.
Le imposte sui consumi sono una parte delle imposte indirette. Queste, nell’aggregato (sempre all’interno dei conteggi Eurostat), fanno segnare un incremento dovuto in parte all’Iva ma soprattutto all’avvento, rispetto al dato 1995/97, dell’Irap, che viene per l’appunto conteggiata tra le indirette. Registrano, invece, un calo di un punto di Pil (nel 2006 sul 1995) le imposte indirette classificate come “accise e simili”iii .
Dal punto di vista della funzione economica, tutti i prelievi compresi in questa voce sono considerati a carico dei consumi. In proposito, tuttavia, è lecito qualche dubbio, dato che il grosso del gettito è ricavato da tributi energetici. Questi, in parte, rientrano tra i costi di produzione e soltanto in un secondo momento ricascano sui  consumatori. Comunque sia, la voce “accise e simili” comprende tutte le imposte energetiche applicate in Italia, le quali sono l’elemento di maggiore importanza quantitativa anche della “tassazione ambientale”.
Questa, a metà degli anni ’90, aveva nel sistema tributario italiano uno spazio superiore alla media europea. Il calo intervenuto da allora è tutto dovuto al contenimento della tassazione energetica, mentre l’altra tassazione ambientale, sui trasporti (esclusi i carburanti) e su fonti inquinanti, era ed è di proporzioni ridotte: 0,6% di Pil.
In sostanza, siamo lontani dal “modello” europeo in misura di un punto di Pil per “accise e simili” e di due punti abbondanti per l’Iva. A fronte del peso dell’imposizione sui redditi da lavoro, possibile che non ci sia modo di spostare, in tempi accettabili, almeno un punto di Pil di gettito verso le imposte indirette? Senza coinvolgere specificamente l’Ivaiv, valgano le seguenti considerazioni di massima. 
3. L’obiezione principale alla tassazione indiretta e, in particolare, alla tassazione sui consumi riguarda la regressività.  L’obiezione è istintiva e fondata, ma non di totale fondamento. Forse non vale molto notare che in paesi come Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia il peso delle imposte indirette è nettamente superiore al peso delle indirette italiane. Al Nord, si sa, le differenze di reddito non sono molto pronunciate; e se di conseguenza i modelli di consumo sono simili, l’imposizione indiretta generale determina un prelievo proporzionale. Dove c’è coesione economica, anche le imposte indirette non sono un gran problema. Ma altrove? Altrove, si ritiene iniquo tassare il consumo, ma si giustificano i sistemi induttivi di accertamento basati su determinati consumi e servizi. Quindi, in qualche modo, si ammette che il consumo si possa associare alla capacità contributiva, espressa negli usuali termini di reddito, e alla progressività (nell’ottica solidaristica di cui all’art. 2 della Costituzione).
Non va inoltre trascurato un altro profilo che si può spiegare con un esempio. Si abbiano due contribuenti con uguale reddito. Uno possiede e guida un’automobile di normale ingombro e poco inquinante. L’altro, un Suv (ora disponibile nella demenziale versione spider): bello, grosso ed inquinante.  I principi costituzionali della capacità contributiva, letti attraverso il filtro dell’uguaglianza di cui all’art. 3, dovrebbero rendere legittima una tassazione differenziale di questo secondo soggetto, tassazione comunque opportuna secondo il criterio economico delle diseconomie esterne. Infine, non si dimentichi che la progressività è di sistema e non di singolo tributo.
In concreto, qualche indicazione di primissimo approccio può essere tratta dai seguenti dati Istat (riferiti al 2007):

Spesa media mensile familiare per quintili di reddito. Percentuali.
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Il peso dei diversi consumi si distribuisce nei bilanci delle famiglie secondi i cinque livelli di agiatezza in modo non sorprendente. In particolare un aumento della tassazione dell’energia richiederebbe misure compensative. Vale però la pena di notare quel 19,1 del quinto decile alla voce trasporti. Se si riuscisse a individuare l’elemento che determina un valore così nettamente superiore a quello degli altri decili, si potrebbe stabilire l’imponibile di un’imposta indiretta non regressiva.   
4. L’esempio, prima proposto, dell’automobile non è casuale perché essa in tutto il mondo è tassata in vari modi (esclusi i carburanti). I vari sistemi di tassazione (oltre l’Iva all’aliquota massima) tendono a tenere conto, da un lato, del valore del mezzo al momento dell’acquisto e, dall’altro, dell’uso. Lo stesso modello di veicolo può essere utilizzato in modi più o meno ingombranti ed inquinanti. Quanto al primo aspetto, dovrebbe fare scuola l’esempio della Danimarca, considerata da pochi un paese mal gestito, che applica un’imposizione crescente fino a toccare il 200% del prezzo di acquisto. Quanto al secondo, si dovrebbe riflettere anzitutto sull’esempio milanese dell’”ecopas” (una sorta di pollution charge), un’esperienza promettente all’inizio, ma  ridotta ora ad un’occasione persa. Complessivamente, la tematica della tassazione dell’automobile va riconsiderata, introducendo un esplicito obiettivo di maggior gettito.
5. Infine, non può essere ignorato il tema della carbon tax,  della quale molto si è parlato nel corso degli anni ‘90  in Europa. Essa è sempre stata intesa come un’alternativa alla tassazione del lavoro. Di fatto, soltanto i paesi nordici, più Olanda e Gran Bretagna, tra il 1990 e il 2001 hanno introdotto schemi di tassazione anti CO2. Il fatto nuovo è la decisione della  Francia di applicare la carbon tax (ad aliquota moderata) a partire dalla prossima estate.
La carbon tax, in via di principio, non è un’imposta aggiuntiva rispetto all’esistente, ma la rimodulazione secondo il contenuto di carbonio delle imposte energetiche esistenti. Se si vuole ridurre la pressione sul lavoro, l’introduzione dalla carbon tax va compiuta nel quadro di un’operazione in pareggio nel contesto della tassazione complessiva ma non della tassazione indiretta. Tuttavia, la carbon tax dovrebbe finanziare non soltanto, per esempio, la riduzione della prima aliquote dell’Irpef (dal 23 al 20%), ma anche i trasferimenti compensativi che la sua intrinseca regressività richiede. Questi, tuttavia, non dovrebbero assumere proporzioni impossibili. In Francia è stato stimato che un trasferimento per persone al di sotto dei 100 euro annui potrebbe annullare gli effetti di regressività fino al terzo decile. E chiaro che il tema richiede molto lavoro agli statistici ed in particolare agli esperti di “microsimulazioni”.
C’è un’incognita, naturalmente. Se, come alcuni sostengono, il petrolio dopo la crisi crescerà dagli attuali 70/80 dollari a 200, come potrà reggere la carbon tax? C’è, però, anche il fatto che nel medio periodo la domanda dei diversi tipi di energia si è sempre mostrata elastica al prezzo. Dunque, la carbon tax va intesa come ineludibile passaggio verso il salvifico nuovo  mondo delle fonti rinnovabili. In Italia,  la carbon tax è una tassa in cerca di uno sponsor politico lungimirante.  
   


  Commenti (1)
Tassare i consumi
Scritto da Riccardo Colombo, il 19-02-2010 13:27
Mi sembra di aver capito che avvicinarsi alla media europea significa spostare 2-3% del pil dalle imposte dirette alle imposte indirette: ci˛ vale circa 40 miliardi di euro. Mi sembra un'ottima proposta che andrebbe portata avanti a prescindere della presunta regressivitÓ delle imposte indirette, che Ŕ tutto da dimostrare a fronte dell'elevata evasione delle imposte dirette. Concordo poi pienamente con la carbon tax e una maggiore tassazione sull'automobile.

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