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EQUITÀ SOCIALE E EFFICIENZA ECONOMICA.UN CONFRONTO INTERNAZIONALE BASATO SULLA SPESA SOCIALE TOTALE* E-mail
Welfare
di Federico Tomassi
19 febbraio 2010
spesa socialeNel dibattito sul presunto trade-off tra equità ed efficienza (ossia che all’aumentare della prima diminuisce la seconda) sono molto utili le elaborazioni dell’Ocse sulla spesa sociale totale netta nei paesi membri, di cui è stato recentemente pubblicato un aggiornamento.
Nel dibattito sul presunto trade-off tra equità ed efficienza (ossia che all’aumentare della prima diminuisce la seconda) sono molto utili le elaborazioni dell’Ocse sulla spesa sociale totale netta nei paesi membri, di cui è stato recentemente pubblicato un aggiornamento. Tali dati non si limitano a valutare la spesa pubblica per la protezione sociale, ma si allargano ad analizzare sia il gettito fiscale che ne deriva, sia la spesa privata complementare finalizzata agli stessi obiettivi. Ciò serve per identificare i fattori socio-economici determinanti gli attuali livelli di spesa, verificare la complementarità e la sostituibilità tra spesa sociale pubblica e privata, valutare la capacità del welfare di soddisfare le esigenze sociali secondo il mix pubblico-privato adottato.
La complementarità tra spesa sociale pubblica e privata si traduce in una limitata significatività – ai fini del confronto spaziale e temporale – dell’indicatore abitualmente utilizzato, ossia la spesa pubblica lorda. Infatti, tralasciando le reti informali di protezione, tale misura:
a) esclude la spesa privata individuale o aziendale, che può essere sostitutiva di (o complementare a) una spesa pubblica non adeguata a coprire i bisogni sociali, oppure obbligatoria, prevista proprio negli schemi di protezione sociale;
b) esclude le agevolazioni fiscali a scopi sociali, che rappresentano una vera e propria spesa per lo Stato in termini di minori introiti fiscali;
c) comprende le imposte dirette a cui sono soggetti alcuni benefici sociali (ad esempio le pensioni italiane) e le imposte indirette sui beni e servizi acquistati con i trasferimenti monetari, che al contrario rappresentano un maggiore introito per lo Stato e ne riducono la presunta “generosità”.
La metodologia di calcolo consiste nel ricavare e rapportare al Pil la spesa sociale totale netta  come somma di spesa sociale pubblica netta  e spesa privata obbligatoria o integrativa Spriv. La spesa pubblica netta è a sua volta uguale al valore lordo , ossia il welfare state propriamente detto, più le agevolazioni fiscali a scopi sociali (tax expenditures) TE, meno le imposte dirette sui benefici erogati e le imposte indirette sui consumi indotti T. In termini formali, si ha:
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Nei paesi socialdemocratici la spesa totale netta risulta inferiore al welfare state abitualmente considerato, con differenze comprese tra 5 e 6 punti percentuali in Danimarca e Svezia (dati 2005 al costo dei fattori). Lo scarto tra spesa lorda e netta deriva dalla tassazione dei cittadini sui benefici monetari erogati loro e sui consumi indotti, che raggiunge nei due paesi scandinavi rispettivamente il 7,9% e il 7,4% del Pil, e che rappresenta la quota di spesa che rientra nelle casse pubbliche. Se in altri paesi continentali quali Francia, Germania e Belgio i due valori sono sostanzialmente uguali, le economie anglosassoni mostrano al contrario una spesa totale netta che supera di molto quella pubblica lorda, a causa di una forte spesa privata. In particolare, nel Regno Unito la differenza è di 5 punti percentuali, poiché la spesa privata raggiunge il 6,7% del Pil, mentre negli Stati Uniti la differenza arriva a 10 punti, con una spesa privata del 10,1%.
Limitandosi ai paesi medio-grandi, sebbene la variabilità della spesa sia elevata per la spesa pubblica lorda (tra il 17,1% degli Stati Uniti e il 35% della Svezia), guardando alla spesa totale netta si riduce molto la distanza tra Europa continentale (Francia 33,6%, Germania 30,2% e Svezia 29,6%) e paesi anglosassoni (Regno Unito 29,3% e Stati Uniti 27,2%), con i paesi mediterranei dietro a questi ultimi (Italia 26,6% e Spagna 22%). In particolare, la differenza tra Svezia e Stati Uniti si riduce da 17,9 punti percentuali nel primo caso a 2,4 nel secondo. Si può affermare che tali paesi spendono un ammontare simile di ricchezza nazionale per le finalità sociali, ovviamente ognuno con modalità ed efficacia diversa secondo il proprio sistema di welfare e il proprio contesto socio-economico e istituzionale.
Per l’Italia viene confermata, anche dal lato della spesa sociale, la scarsa capacità di dedicare risorse alle capacità immateriali necessarie per lo sviluppo: rispetto agli altri grandi paesi, la spesa per il welfare è bassa sia nella componente pubblica netta sia in quella privata. La spesa sociale pubblica lorda è pari al 28,8% del Pil, ma il 4,3% torna allo Stato come imposte dirette sui benefici e indirette sui consumi; aggiungendo le agevolazioni fiscali (0,3%) e la spesa privata netta (1,9%), si arriva a un totale netto pari al 26,6% del Pil. Tale valore è inferiore rispetto a Francia e Germania rispettivamente di 7 e 4 punti percentuali e persino – seppure in misura minore – a Regno Unito e Stati Uniti.
Le differenti modalità adottate nei paesi Ocse per raggiungere sufficienti performance economiche, a fronte peraltro di una spesa sociale totale netta molto simile, si ripercuotono sul mix pubblico-privato nella risposta ai bisogni collettivi. La percentuale di spesa pubblica sul totale è maggiore nell’Europa continentale rispetto agli Stati Uniti e agli altri paesi anglosassoni; questi ultimi hanno un livello di spesa privata nettamente maggiore, in particolare per assicurazioni sanitarie e pensioni integrative. Ma ciò non è senza conseguenze: il grado di coinvolgimento pubblico ha effetti sia sulla distribuzione di benessere sociale sia sulla capacità di rispondere adeguatamente ai problemi dei cittadini, in termini di opportunità di accesso al welfare e di qualità delle prestazioni (es. la sanità negli Stati Uniti).
Gli indicatori di disagio sociale presentano in effetti una forte correlazione negativa con il livello della spesa pubblica e della tassazione che la rende possibile: il coefficiente di correlazione dell’indice di povertà umana HPI-2 dell’Undp con l’incidenza delle entrate fiscali sul Pil è pari a ‑0,78, a dimostrazione di un rapporto molto stretto tra il coinvolgimento pubblico nell’economia e il soddisfacimento dei bisogni collettivi. La debole protezione per una fascia più o meno ampia della popolazione non è solo un problema sociale, poiché l’iniquo accesso al sistema di welfare ne limita l’efficacia redistributiva, e di conseguenza può ostacolare i canali tramite i quali alcuni suoi elementi diventano fattori produttivi per il sistema economico. Il problema appare particolarmente rilevante in un paese come l’Italia, la cui spesa sociale è inferiore alla media europea e i cui risultati sia economici (in termini di crescita) sia sociali (in termini di disuguaglianza tra individui e tra generazioni) sono peggiori.

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(*) Escluse le agevolazioni a fini previdenziali, che non rientrano nel calcolo della spesa pubblica netta a causa di problemi di confrontabilità internazionale.
(**) Al netto delle agevolazioni fiscali a favore della spesa privata, per evitare duplicazioni.
Fonte: Adema e Ladaique, 2005: 30 (con modificazioni).

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(*) Escluse le agevolazioni a fini previdenziali, che non rientrano nel calcolo della spesa pubblica netta a causa di problemi di confrontabilità internazionale.
(**) Al netto delle agevolazioni fiscali a favore della spesa privata, per evitare duplicazioni.
Fonte: Ocse – Social Expenditure Database 2008, tavola 5.5 (www.oecd.org/dataoecd/41/7/41771656.xls ).



* La versione completa dell’articolo è pubblicata su Stato e Mercato, n. 3/2009.
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