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CAMBIAMENTI CLIMATICI: DA COPENAGHEN A BONN, IN CERCA DI PROPOSTE OPERATIVE E-mail
Ambiente ed Energia
di Marta D’Auria
11 febbraio 2010
conferenza sui cambiamenti climaticiLa quindicesima Conference of the Parties (COP15), organo che raccoglie i paesi sottoscrittori della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, si è conclusa. Degli ambiziosi obiettivi con cui si era aperta non è rimasto molto. Il Copenhagen Accord è un compromesso senza vincoli di riduzione e tempi per realizzarli. Nel 2010 si terrà la COP16, ma tra sei mesi i leaders si rincontreranno. Intanto, l’Europa continua a sostenere l’emissions trading.

La quindicesima Conference of the Parties (COP15), organo che raccoglie i paesi sottoscrittori della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, si è conclusa. Degli ambiziosi obiettivi con cui si era aperta non è rimasto molto. Il Copenhagen Accord è un compromesso senza vincoli di riduzione e tempi per realizzarli. Nel 2010 si terrà la COP16, ma tra sei mesi i leaders si rincontreranno. Intanto, l’Europa continua a sostenere l’emissions trading.


A Copenaghen
Dal 7 al 18 dicembre 2009 si è svolta, a Copenaghen, la quindicesima Conference of the Parties. I risultati raggiunti alla COP15 sono contenuti nel Copenaghen Accord, che contiene il compromesso raggiunto tra i presidenti di USA, Cina, India, Brasile e Sudafrica, in base al quale questi paesi si sono impegnati a realizzare iniziative per limitare l’innalzamento della temperatura media del pianeta entro i due gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali; ma l’Accordo non ha specificato come raggiungere tale risultato. I paesi industrializzati, poi, si sono impegnati a creare un fondo per il trasferimento ai paesi poveri di tecnologie a basso impatto ambientale. Questo fondo dovrebbe partire con 30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012 e arrivare a 100 miliardi l’anno dal 2020.
V’è, infine, la “promessa” degli Stati di presentare al Segretariato della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, entro il 31 gennaio 2010, i propri obiettivi di riduzione da realizzare entro il 2020.
Un dato che è stato sottolineato dagli osservatori è che il Copenaghen Accord è il frutto delle negoziazioni concluse tra i cinque paesi che lo hanno sottoscritto, mentre la COP si è limitata a “prendere atto” dell’accordo concluso, senza che l’assemblea plenaria dei 192 paesi membri della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici lo abbia ratificato.
Il Copenhagen Accord non contiene alcun impegno vincolante; ha costituito, piuttosto, l’occasione per rendersi ulteriormente conto che occorre forse modificare alcune “regole Onu”, nel senso di semplificare le procedure da adottare per questi summit, a cominciare dal superare la regola dell’unanimità.

Dopo Copenaghen
Tra sei mesi, a Bonn, si terrà un altro incontro internazionale per discutere di clima. Infatti, a Copenaghen si è scelto di offrire ai leaders la possibilità di incontrarsi di nuovo a breve termine (sei mesi, appunto) senza dover attendere la COP16, che si terrà dal 29 novembre al 10 dicembre 2010 a Città del Messico.Vi sarà, insomma, una specie di “tempo supplementare” della Conferenza di Copenaghen.
A Bonn occorrerà verificare le promesse fatte dai paesi e concretizzare il Copenaghen Accord.
Ma già pochi giorni dopo la fine dei lavori della COP15 e la sigla dell’Accordo, il Brasile e il Sud Africa hanno sottolineato l’insufficienza delle risorse finanziarie da destinare ai paesi poveri e hanno duramente criticato il mancato raggiungimento di obiettivi vincolanti da parte dei paesi industrializzati.

L’Europa e il mercato dei permessi di emissione
Alla COP15 non è stata assunta alcuna decisione per istituire un mercato globale delle emissioni inquinanti, mercato che, invece, esiste in Europa dal 2008 (e, ancora prima, in fase sperimentale, dal 2005 al 2007). Certo è che i risultati mancati della Conferenza hanno influito anche sul mercato europeo nel quale, successivamente alla chiusura della Conferenza, il prezzo dei permessi di emissione si attestava su soli 12.40 euro a tonnellata (troppo poco rispetto alle stime elaborate dagli esperti della Iea, dell’Ocse e dell’Onu che hanno ritenuto che il prezzo dei permessi dovrebbe raggiungere almeno i 50 dollari a tonnellata).
Pur con i suoi limiti (che la normativa comunitaria sta cercando di superare, a partire dalla definizione di un sistema di allocazione dei permessi di emissione basato su un numero inferiore di permessi da attribuire gratuitamente), è incontestabile che l’unico mercato delle emissioni sia quello europeo, nel quale rileva non solo il volume di affari, ma anche l’organizzazione di un sistema integrato (fra Comunità e Stati) di assegnazione delle quote di emissione e controllo del rispetto dei limiti.
Inoltre, l’Europa, nel 2007, con il “pacchetto 20-20-20”, si è impegnata a ridurre, entro il 2020, le proprie emissioni di gas serra del 20 per cento rispetto ai livelli del 2005 e ha scelto di continuare ad avvalersi dell’emissions trading market. In quest’ottica, essa ha deciso di rafforzare proprio il mercato europeo dei permessi di emissione, tant’è vero che, con la direttiva 2008/101/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, le attività di trasporto aereo sono state inserite nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra.
La direttiva, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 2 febbraio 2010, costituisce una prova dell’impegno assunto dall’Europa nella lotta al cambiamento climatico. Ma è anche vero che la questione del climate change richiede una soluzione globale e che questa non può fare a meno, sia pure secondo il criterio delle responsabilità comuni ma differenziate, di un consenso altrettanto globale; quindi, di impegni vincolanti da parte di tutti, o quasi, gli Stati.
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