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UNA VIA D'USCITA? A EST (PURTROPPO) E-mail
Internazionali
di Roberto Tamborini
01 febbraio 2010

debito_tamborini.jpgLa ricerca della exit strategy dalle misure di emergenza fiscali e monetarie sarà il mantra del nuovo anno, e dei prossimi a venire. La storia c'insegna che il modo da cui si esce da una crisi può aprire la strada alla crisi successiva. L'esempio più recente è stata la via d'uscita dalla doppia crisi delle dot.com e dell'attacco alle Torri Gemelle.

Già oggi sappiamo quale può essere la benzina di un nuovo grande falò mondiale: il debito pubblico dei paesi avanzati. Il gigantesco scambio tra debito privato (quasi privo di valore) e debito pubblico garantito è una delle eredità inevitabili della crisi attuale. Via via che il nodo verrà al pettine sarà bene ricordarsi quale ne è la causa vera. Qual' è, e dov'è la via d'uscita?

 

Le previsioni più recenti indicano che nei prossimi anni il livello medio del rappoto debito/PIL nei paesi OCSE salirà dal 70% a oltre il 100%. Per alcuni di questi paesi questa cifra sta già salendo molto rapidamente e potrebbe raggiungere vette mai toccate prima, a meno che siano attuati interventi di aggiustamento fiscale molto rapidi e incisivi senza riguardo per lo stato dell'economia reale.

 

Per il momento i segnali d'allarme suonano più in Europa che altrove. In un anno i differenziali di rendimento tra quasi tutti i titoli di stato dell'Unione e i Bund tedeschi sono quasi raddoppiati, con le finanze pubbliche tedesche stesse in condizioni di salute precaria. Alcuni dei casi più acuti riguardano paesi non marginali, come Grecia, Spagna e Irlanda. Un secondo girone successivo potrebbe includere l'Italia, e forse anche il Regno Unito, in un futuro prossimo. Per non parlare dell'Euopa orientale. Già all'inizio del 2009 gli speculatori hanno aperto una partita di caccia ai debiti sovrani (supposti) deboli mostrando un sorprendente cocktail di cinismo e masochismo, visto che la cosiddetta "comunità finanziaria" non ha certo rifiutato generosi aiuti di stato, e tutti sanno della necessità della sostituzione debito pubblico per debito privato. In quell'occasione le deboli istituzioni comunitarie (inclusa una riluttante BCE) riuscirono a far pervenire ai mercati un messaggio che deve essere e dovrà essere ribadito con determinazione: gli squilibri di finanzia pubblica sono un problema sistemico perché nascono da un fallimento di sistema; quindi hanno bisogno di un approccio sistemico.

 

Ma cosa significa approccio sistemico? Primo, significa che in pochi anni gli squilibri di finanzia pubblica diventeranno un problema globale, investendo anche e soprattutto gli Stati Uniti. Non si tratterà affatto di un problema della sola Area euro, né tantomeno un problema di singoli governi spendaccioni da punire col bastone della "disciplina di mercato" caso per caso. Questo strumento risponde ad un principio educativo importante in tempi ordinari, ed è pur vero che in alcuni casi i guai fiscali non sono causati solo dalla crisi. Ma questa crisi, come molte prima, ha mostrato ancora una volta chiaramente che, in un contesto di fragilità e interconnessione finanziaria, l'idea di punirne uno per educarne molti può avere effetti disastrosi per tutti. Inoltre, se si ritiene che il salvataggio di grandi e interconesse istituzioni finanziarie private rivesta un interesse pubblico, lo stesso argomento deve valere a maggior ragione per le istituzioni pubbliche devono salvarle. Per non dire che suona non poco stridente che la "disciplina" debba essere esercitata da "mercati" la cui indisciplina è all'orgine del disastro che si deve riparare. Quanto meno, a meno che avvengano profondi cambiamenti (non solo regolamentari, per essere chiari), "i mercati" si sono dimostrati del tutto inadeguati a gestire in maniera appropriata le conseguenze sistemiche delle proprie strategie operative.

 

Secondo, tenuto conto che il finanziamento ordinato degli ampi disavanzi fiscali dei paesi più avanzati sarà il compito più importante (se non "il" compito) del sistema finanziario mondiale per parecchio tempo, l'idea, giusta in linea di principio, che la correzione degli squilibri gloabli dei pagamenti debbe essere parte integrante del nuovo ordine modiale probabilmente dovrà essere ridimensionata nella lista delle priorità, almeno in termini di tempistica. I capitali dovranno continuare a scorrere da Est a Ovest per tutto il tempo necessario affinchè le economie occidentali ristrutturino il loro settore privato. Siccome i "defici (surplus) gemelli" sono il risultato di una delle (poche) leggi di movimento dell'economia globale, anche le merci e i servizi dovranno continuare a scorrere nella stessa direzione. Non voglio dire che gli squilibri Est-Ovest pre-crisi debbano essere lasciati crescere ancora, ma che la loro correzione dovrà avvenire in maniera compatibile con quella dei disavanzi fiscali dei paesi occidentali. Temo che una corsa generalizzata ad invertire il segno dei saldi commerciali scatenerebbe una guerra globale a colpi di protezionismo e svalutazioni competitive. Non è ancora maturo il tempo per forzare i governi dei grandi paesi orientali a riassorbire la loro sovrabbondanza di risparmio e ad abbandonare il loro amato modello di crescita trainata dalle esportazioni.

 

Terzo, gli attori chiave sulla scena dovranno essere le istituzioni nazionali, bilaterali e multilaterali. In parte ciò sarà un esito naturale del tipo di risorse finanziarie che dovranno essere gestite, e dello stato ancora precario in cui versano i mercati. In parte saranno necessari alcuni interventi ed accordi espliciti. I leader cinesi, come spesso accade, sembrano particolarmente lungimiranti. Essi stanno giocando attivamente a tutti e tre i livelli: stanno guidando la loro economia verso la posizione più favorevole nel nuovo scenario; stanno saggiando gli Stati Uniti come partner bilaterale nel cosiddetto G2 e nello stesso tempo negoziano investimenti finanziari nei paesi occidentali a fronte di attività reali anche nel settore pubblico; infine la Cina ha fatto richiesta di riforme non banali delle istituzioni multilaterali e del sistema dei pagamenti internazionali.

 

Quarto, affinchè tutto questo non sia una mera Fatica di Sisifo, un requisito minimo è che i rapporti debito/PIL smettano di crescere al più presto. La contabilità pubblica ci dice che occorre che i governi realizzino un avanzo primario annuale rispetto al PIL che sia almeno uguale al debito esistente moltiplicato per la differenza tra tasso d'interesse reale e tasso di crescita del PIL. L'avanzo primario è una misura dello "sforzo fiscale" del paese; quindi dato il debito, per mantenere uno sforzo fiscale contenuto occorrerà una combinazione di bassi tassi reali e buona crescita. Onde evitare che bassi tassi reali siano il risultato di un abuso dell'inflazione, qualcuno potrebbe evocare un Patto di stabilità e crescita in edizione mondiale. Può trattarsi di un'idea suggestiva, a condizione che, a differenza del defunto progenitore europeo, tutte e tre le parole del suo nome siano prese sul serio e concretizzate nel contesto di cooperazione multilaterale di cui stiamo parlando.

 

Quinto, in un contesto di questo genere, anche le banche, nella misura in cui sono responsabili di tassi d'interesse e inflazione, dovranno assumere la propria quota di responsabilità. Ciò non significa necessariamente finaziamento diretto, o vero e proprio salvataggio, del debito pubblico (per quanto l'opinione pubblica, se non economisti ed insider compiacenti, non dimenticherà tanto rapidamente lo stupefacente arsenale di armi improprie utilizzate dalla créme dei banchieri centrali per salvare sicetà finanziarie private di dubbio interesse pubblico). Tuttavia, la dottrina pre-crisi della totale indifferenza verso (non cooperazione con) altre istituzioni (governo nazionale e banche centrali estere) dovrà essere rivista, insieme coi confortevoli limiti della (ir)responsabilità della banca centrale rispetto alla stabilità economica e finanziaria in senso lato. E siccome i disavanzi esterni e fiscali dovranno essere pilotati dolcemente in tandem, senza strappare le rete di sicurezza dei flussi di capitali internazionali, sembra pure necessario che i banchieri centrali dovranno dedicare più attenzione ai tassi di cambio. I comodi vecchi tempi di semplici obiettivi d'inflazione e Regole di Taylor sono passati.

 

Un pensiero finale va alla "comunità finanziaria" - società finanziarie, banche, operatori, ecc., in gran parte piazzati nei grandi centri finanziari dell'emisfero occidentale. C'è qualcosa di utile che possono fare? La mia risposta immediata sarebbe: vi preghiamo, fate i vostri affari ma non disturbate i manovratori. Però la comunità finanziaria sembra cullarsi nell'idea di un rapido e indolore ritorno al business as usual, con pochi ritocchi cosmetici, il che sostanzialmente vuol dire senza manvoratori di cui preoccuparsi. Questo atteggiamento è drammaticamente inadeguato rispetto alle sfide future, e denota ancora di più la serissima mancanza di visione e consapevolezza in cui è sprofondato il mondo finanziario.

 

Se la mia analisi è corretta, le chance mondiali di evitare la prossima crisi (dopo la quale non rimarrebbe più nessun salvatore) richiedono una riallocazione di poteri da Ovest a Est e dai mercati alle istituzioni. Mercati e istituzioni sono entrambi necessari per governare un sistema complesso che nessuno può conoscere e controllare nella sua interezza (von Hayek). Il giusto equilibrio è stato smarrito nel corso degli anni che hanno condotto alla crisi attuale, ed esso deve essere ristabilito. Mentre istituzioni e governi occidentali, dopo aver fatto la voce grossa, appaiono timidi e confusi nel metter mano alla governance del sistema finanziario mondiale, i grandi paesi orientali lo sono assai meno, per la buona ragione che sanno di avere i denari e vogliono che siano al sicuro. Tutto questo può renderci tristi, se pensiamo alla natura e ai comportamenti poco raccomandabili di alcuni di essi, della cui partnership faremmo volentieri a meno. Ma di lì passa la nostra via d'uscita, e - come gli economisti e gli uomini d'affari son sempre pronti ad ammonirci - le leggi della politica e dell'economia non hanno sentimenti. Il ritorno al business as usual sembra sempre più un'illusione.

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