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SENZA FUTURO. POLITICA, PRODUZIONE INDIPENDENTE E MEDIALIT└ NON LINEARE E-mail
Regolazione
di Nicola Lusuardi
01 febbraio 2010

industria_audiovisiva_lusuardi.jpgE’ il tempo di ricominciare a interrogarsi sul rapporto tra politica, economia e cultura. Ci costringono a questo due eventi che pongono radicalmente in discussione lo statuto e la natura dell’industria audiovisiva. Il primo, di livello globale, è il nuovo dominio del digitale che sta mettendo in crisi tutti i modelli editoriali e produttivi cui siamo abituati. 

Il secondo, di livello locale, consiste nella manifesta intenzione dei governanti italiani di svuotare di mezzi e di senso la Legge 122, poi recepita nella Legge Gasparri, dichiarando così la loro avversità politica, economica e culturale a un settore sensibile come quello audiovisivo. Che nel resto del mondo viene incentivato per il suo contributo alla crescita di vitalità intellettuale e alla creazione di ricchezza economica.

Ciascuno dei due eventi produce sul sistema audiovisivo profonde ripercussioni, in ragione delle quali, ora più che mai, pare necessario discutere, riflettere, vigilare sulle scelte dei nostri governanti.

 

Se guardiamo il mondo che cambia intorno a noi, non possiamo ignorare come si è trasformata la fruizione dei contenuti immateriali.

Tutte le forme che abbiamo conosciuto fino a oggi sono in discussione. Non sappiamo cosa resterà del cinema che cerca di recuperare la sua preminenza affidandosi all’incremento di spettacolarità permesso dal 3D.

Non sappiamo cosa resterà della televisione, sostituita nelle camere e nelle giornate degli adolescenti dallo schermo del computer.

Non sappiamo cosa resterà del libro, l’oggetto mediatico che meglio ha resistito finora alla rivoluzione digitale e che ora viene per la prima volta insidiato dal Kindle e dai suoi concorrenti.

Sappiamo invece del bisogno insopprimibile di consumare racconto. Un bisogno che resiste alle fortune o al tramonto dei singoli media. Perché solo la narrazione risponde alla necessità primaria di comprendere e interpretare se stessi e il mondo. Di soddisfare l’urgenza di relazione, premessa intrinsecamente umana dell’essere comunità. E dell’essere politico.

Per questo il destino della 122 (il suo permanere, il suo scomparire o l’evolversi) non riguarda solo la sopravvivenza, o la vitalità, di forme che saranno presto antiche, come la fiction, né riguarda solo gli autori o i lavoratori occupati in questo settore. Ma riguarda soprattutto la capacità del nostro paese di essere presente e attivo di fronte al proprio bisogno di raccontarsi e dialogare con le altre culture.

 

L’avvento della rete e l’inizio di un’era ancora confusa di sinergie variabili tra web e televisione hanno generato alcuni fenomeni dirompenti, le cui conseguenze sono ancora difficilmente leggibili nella realtà viva e mutevole che evolve rapidissima sotto i nostri occhi.

Il primo di questi fenomeni è lo sganciamento dei contenuti audiovisivi dai media per i quali sono stati generati.

I formati di cinema e fiction si sono determinati a partire dalle caratteristiche, e quindi dalle abitudini di fruizione, di quei media. Se il drama seriale si compone di numerosi episodi di circa 50 minuti raggruppati in ‘stagioni’ successive, dipende dal modo in cui la tv, a partire dagli anni ‘50, ha progressivamente ottimizzato l’uso dei contenuti narrativi nei propri palinsesti e nei comportamenti del pubblico. Le forme che ci siamo dati derivano dall’intersezione di dispositivi tecnici e di comportamenti sociali e di conseguenza dal modo che i diversi modelli di business hanno trovato per il loro più adeguato sfruttamento.

Per la prima volta da qualche anno invece, grazie al web, la narrazione è uscita dagli schemi di consumo che la generavano.

Film, documentari, video musicali, cortometraggi o i cosiddetti UGC (User Generated Content) vengono scaricati direttamente dalla rete e consumati parzialmente o integralmente su una delle numerose piattaforme che mettono a disposizione brani originali o manipolati. Questo è ancora più evidente per gli episodi delle serie televisive che, in virtù delle procedure di downloading legale e illegale, vengono sempre più visti uno di seguito all’altro come i capitoli di un unico macrotesto, secondo modalità che assomigliano a quelle della lettura di narrativa su carta stampata. La fruizione è libera, frammentabile, ripetibile, sempre disponibile.

Forse anche per questo alcune serie di culto si sono spinte a livelli di complessità, anche letteraria (pensiamo a Lost o Mad Men), fino a poco tempo fa del tutto impensabili.

 

Questo sganciamento tuttavia ha un impatto economico rilevante, dovuto al fatto che il consumo dei contenuti in rete non solo è quasi sempre gratuito ma svuota di valore tutti gli altri sfruttamenti controllabili dagli autori, dai produttori e dalla distribuzione.

Fino a pochi anni fa il cinema era pagato dalla sala, dalla vendita dei dvd, dalla trasmissione su piattaforme satellitari o via cavo a pagamento, poi da quella "in chiaro". Lo stesso dicasi delle serie tv che, con l’eccezione della sala, erano fonte di numerosi sfruttamenti successivi.

Dal momento che i contenuti invece sono gratuitamente disponibili in rete, perde di senso il fatto di doverli pagare.

Questo mutamento di paradigma ricade in modo vistoso sull’industria. La ricchezza potenziale legata al soddisfacimento del bisogno di narrativa audiovisiva infatti non corrisponde più alla ricchezza reale che viene effettivamente generata. E soprattutto non consente più alcun meccanismo di redistribuzione. La conseguenza è una crisi dei modelli editoriali e produttivi conosciuti. Una crisi forse necessaria a innescare la rivoluzione che tutti prevediamo da anni.

I tempi e i modi di questa rivoluzione dipendono anche dalle scelte della politica. Più volte annunciata negli ultimi anni – anche a scopi puramente speculativi – la rivoluzione sta accadendo con grande ritardo. O meglio, sono cambiate le abitudini di consumo ma non si è ancora affermato il corrispondente cambiamento dei modelli produttivi e distributivi. Tutti i siti più famosi, compresi i social network, faticano ad andare in attivo. Nessuno dei grandi attori del sistema fino a pochissimo tempo fa era stato ancora capace di intercettare almeno in parte questo enorme flusso di ricchezza virtuale che corre nel web e di trasformarlo in politiche editoriali e in produzione di contenuti originali.

Mentre tutto il mondo continua però a investire nella certezza che, per quanto modi e tempi siano difficili da prevedere, la ridefinizione dell’universo mediatico passerà attraverso la rete e una modalità di consumo non-lineare (ossia svincolata da palinsesti rigidi), in Italia la politica e buona parte del mondo imprenditoriale sembrano intenzionati ad attendere che siano altri paesi a indicare la strada e non sembrano credere davvero che la rete possa innescare in tempi rapidi una editoria e una produzione specifiche. Continuiamo infatti a escludere dal dibattito, oltre che dall’iniziativa legislativa, qualunque ipotesi per governare la trasformazione.

Ne è un esempio la recente proposta dell’ANICA per il finanziamento del settore cinematografico che prevede l’abbattimento dal 20 al 4 per cento dell’IVA sugli incassi delle sale, proposta del tutto condivisibile, ma che sceglie programmaticamente di ignorare qualunque altra forma di sfruttamento dei film. Oppure il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri il 17 dicembre scorso, che, se confermato, ridurrà le risorse a disposizione dell’industria audiovisiva nazionale senza minimamente affrontare la complessità di un sistema che oggi comprende anche le nuove piattaforme digitali e i provider telefonici.

Anche in questo settore il nostro paese sembra destinato a scivolare in una retroguardia incapace di produrre ed esportare ricerca e innovazione, formale e contenutistica.

Il problema è ampio e di non facile soluzione. La rete infatti da una parte conferma l’enorme domanda di contenuti narrativi della comunità, dall’altra parte, per soddisfare questa domanda, svuota di valore i contenuti stessi e impedisce che il consumo generi la ricchezza necessaria al sostentamento del settore. La politica deve interrogarsi su come gestire la transizione verso un sistema culturale e imprenditoriale che mantenga un equilibrio tra la soddisfazione dei bisogni e la possibilità del sistema stesso di sostenerli. E’ una dialettica ricorrente nella civiltà occidentale. Analoga a quella che ci impone di capire come il pianeta possa sopportare la richiesta di energia necessaria alla nostra economia di consumo.

Nulla nel decreto del governo lascia intravedere la benché minima preoccupazione o consapevolezza di questa complessità proprio mentre, come era destino, la rivoluzione sta iniziando anche sul fronte della produzione di contenuti. E’ di poche settimane fa l’annuncio che il sito americano Hulu.com ha deciso di varare la sua prima produzione in rete e per la rete.

Hulu.com, fondato da NBC e Fox, cui recentemente si è associata la Disney, è un sito nato per diffondere tempestivamente contenuti originariamente prodotti dai canali televisivi. Il suo scopo era quello di battere il P2P e la pirateria. Il progetto è basato sulla vendita di spazi pubblicitari. Fino a qualche mese fa sembrava semplicemente l’esportazione di un modello televisivo generalista su una diversa piattaforma. Ma quel modello è stato il primo a consentire il pareggio di costi e ricavi. Così ora è in grado di iniziare a produrre. Lo farà probabilmente ricalcando formati già sperimentati in televisione, partirà da modesti tassi di innovazione e tuttavia è prevedibile che, con tempi e modi da verificare, ma sicuramente in accelerazione costante, da questa produzione ne nascano altre ed esse arrivino a identificare modalità e formati adatti al tipo di consumo, ancora fluido e poco definibile, degli utenti sulla rete.

E’ questione di poco ormai, prima o poi nell’universo digitale alcuni standard, ossia alcuni schemi di organizzazione dello spazio e del tempo sincronico e non-lineare del web, si affermeranno a scapito di altri. Il web offrirà un nuovo tipo di contenuto specifico. A quel punto i modelli di business si consolideranno, il loro sfruttamento diventerà fonte di ricchezza e molti nuovi attori si affacceranno sul mercato mondiale.

Questi nuovi attori verranno probabilmente da quei paesi che avranno favorito l’esistenza di una pluralità di soggetti indipendenti forti, dunque in grado di competere nella ricerca di formati e contenuti specifici. Quei paesi che avranno costruito sistemi capaci di promuovere ricerca e innovazione, di prodotti e di processi produttivi. Ossia quelli che avranno individuato meccanismi di redistribuzione della ricchezza generata dall’intera catena del valore. Nello spirito della Legge 122, attualizzandone gli obbiettivi e adeguandoli ai nuovi scenari dell’universo digitale.

Nulla di tutto questo sembra porsi all’attenzione del legislatore italiano. Mentre l’Inghilterra è diventata la prima produttrice al mondo di format televisivi grazie a norme continuamente aggiornate che oggi assegnano ai produttori indipendenti tutti i diritti secondari (grazie al Communications Act del 2003), mentre in Francia esiste una tassa di scopo che cerca di individuare ogni singolo sfruttamento di modo che esso venga remunerato e con esso il sistema continui a investire, produrre e fare ricerca, mentre in tutto il mondo si discute se e come intercettare e redistribuire la ricchezza originata dal traffico dati, l’Italia non solo perde l’occasione di migliorare la Legge 122 ma addirittura minaccia di rinunciare ad alcune delle acquisizioni che l’avevano resa efficace.

Il decreto del governo non solo rischia di annullare gli obblighi di trasmissione e le quote fisse di investimento riservate a opere europee indipendenti recenti, non solo ignora la nuova centralità della rete nella catena del valore generata dallo sfruttamento di contenuti audiovisivi, ma impedisce la crescita del sistema negando l’assegnazione dei diritti residuali alla produzione indipendente e continua così a perseguire l’accentramento del potere editoriale e della ricchezza industriale nelle mani dei broadcasters.

Nessun provvedimento che aiuti a favorire il pluralismo delle idee e delle iniziative imprenditoriali, solo l’ostinata conservazione di uno status quo del quale non beneficiano né i produttori né gli autori, dunque meno che mai il nostro pubblico al quale questo paese non vuole in alcun modo riconoscere il diritto a raccontarsi e a farsi raccontare da una narrativa il più possibile molteplice, libera, diversa e capace di occupare tutti gli spazi che la nuova medialità digitale informe, aperta e rischiosa saprà offrire.

 

E allora, concludendo, forse non è mal riposto il sospetto che le ragioni per inibire l’esistenza di una narrazione plurale, libera e indipendente, dietro alle evidenti questioni di interesse economico, ne abbiano anche altre, complementari, di ordine strettamente politico.

Che sia meglio cioè un paese di piccole élite cresciute nell’abitudine a consumare narrativa che parla lingue lontane e problematizza sistemi valoriali per noi inattingibili.

Una narrativa "alienata" che non sappia più offrire un’alternativa o un "negativo" alle verità ufficiali che tanta parte dell’informazione mostra ogni giorno di saper confezionare sui bisogni del potere.

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