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UN’ALLEANZA DA COSTRUIRE, UNA RETE DA ORGANIZZARE E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
01 febbraio 2010

card_tettamanzi_gaiani.jpgNel suo tradizionale Messaggio alla città per la festa di Sant’Ambrogio del dicembre scorso, il card. Tettamanzi ha analizzato alcuni elementi della situazione reale e della possibile evoluzione del tessuto sociale milanese (e non solo) alla luce dei cambiamenti in atto, in particolare quelli determinati dalla grave crisi economica i cui effetti, a quanto sembra, debbono ancora compiutamente manifestarsi nel nostro Paese, dove peraltro il 2009 ha fatto registrare una perdita secca di cinquecentomila posti di lavoro.

Il problema che il Cardinale laicamente si pone è quello di "rendere grande Milano", puntando non solo sui grandi numeri degli affari, peraltro essi stessi in grave crisi, ma sulla capacità di dare forza e sostanza alla solidarietà come atto politico, definendola, sulla scia del Pontefice, come quella virtù che "persegue il bene non solo individuale ma anche e specificamente comune, è del tutto inscindibile dalla giustizia e include, pertanto, la presenza attiva e responsabile delle stesse Istituzioni ben oltre il pur indispensabile servizio del volontariato".

Tettamanzi non ignora, ed anzi sottolinea, i numerosi esempi di solidarietà disinteressata presenti nella realtà milanese , ma ricorda che essi vanno intensificati e, per l'appunto, inseriti in un contesto di carattere politico – istituzionale che faccia sì che sia la città in quanto tale, e non singole persone, ad essere autenticamente solidale con tutti i suoi abitanti. Si inserisce qui il riferimento alla recente vicenda degli sgomberi dei rom da alcuni campi della periferia milanese, ed assai pertinentemente il Cardinale osserva che "la risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l'azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive", ed aggiunge: "Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell'accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere".

Da qui, l'immagine alta di "una vera e propria "alleanza" intesa come "incontro, dialogo, scambio d' informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le Istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile", indicando quali campi privilegiati di tale alleanza la scuola, il lavoro, la salute, la lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.

L’utilizzo di questa parola – alleanza- è emblematico, nel senso che rimanda con chiarezza alla necessità della costruzione paziente di una rete, di un raccordo di esperienze complesse e plurali, che spesso presentano elementi di differenziazione maggiori rispetto a quelli di affinità, e che tuttavia possono trovare convergenze anche parziali su obiettivi di promozione sociale, di garanzie per i diritti dei più deboli, di tutela del tessuto democratico e solidale così duramente messo alla prova dalla logica del profitto ad ogni costo.

Un processo, insomma, che si sostanzi in progetti concreti e realizzabili, in stretto raccordo con la politica istituzionale, mantenendo la specifica autonomia del civile come reciproca garanzia di indipendenza fra forze sociali e forze politiche.

Si tratta quindi di riflettere sull’agibilità di un percorso che, piaccia o meno, si presenta tanto complesso quanto necessario: complesso perché la frammentazione sociale in atto, moltiplicando e differenziando l’insieme degli interlocutori rende difficile l’individuazione dei diversi interessi in gioco, rischiando sistematicamente di avallare la prevalenza dei più forti e dei meglio tutelati rispetto ad intere fasce sociali la cui rappresentanza è sempre più debole per non dire inesistente (si pensi ai lavoratori precari o ai giovani alla perenne ricerca di una prima occupazione al di fuori del circolo vizioso della "flessibilità"), mettendo allo stesso tempo in crisi le forme di rappresentanza tradizionale, in particolare quella sindacale. Tale processo è tuttavia necessario perché l’alternativa è quella di rassegnarsi alla polarizzazione sociale, e quindi per conseguenza al pratico svuotamento di alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, la quale fra l’altro prescrive chiaramente che fra i doveri principali della Repubblica vi è la rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del Paese"(art.3).

Il problema allora diventa di tipo squisitamente politico giacché, se è ben possibile che le forze sociali e sindacali trovino la possibilità di costruire questa rete, questa alleanza su progetti mirati o anche ad organizzarsi in forme più ampie (come dimostra l’esperienza, peraltro imperfetta, del Forum del Terzo settore) è il livello dell’interlocuzione politico- istituzionale che manca, giacché l’assunzione del tema della complessità sociale è oggi mancante in gran parte delle forze politiche, mentre semmai prevale la tentazione della semplificazione rozza, della risposta populistica che non cambia i meccanismi di un sistema corrotto in se stesso ma si limita a monetizzare il disagio trasformandolo in paura del "diverso" (di qualunque tipo di diversità, da quella economica a quella etnica) ed in meccanismi di esclusione che creano e consolidano una nuova forma di stratificazione sociale.

La costruzione di un’alternativa politica passa in tutta evidenza più dalla comprensione e dalle interpretazione di queste dinamiche sociali che dalla logica tutta politicistica delle riforme istituzionali che, pur utili e necessarie, non costituiscono ad oggi l’attesa principale di vasti settori sociali.

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