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OLTRE COPENHAGEN: I FINANZIAMENTI AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO E-mail
Ambiente ed Energia
di Maurizia De Bellis
01 febbraio 2010

ambiente_debellis.jpgA fronte dell’assenza di impegni vincolanti per il taglio delle emissioni nell’accordo di Copenhagen, gli sforzi volti a contenere il riscaldamento climatico si stanno concentrando su di una strategia diversa: come assicurare finanziamenti adeguati ai Paesi in via di sviluppo per i progetti di risparmio energetico. 

Le proposte in campo mirano a verificare e misurare i finanziamenti effettivamente trasferiti e l’impatto ambientale dei progetti realizzati grazie ad essi.

Il summit di Copenaghen – com’è noto – ha tradito le aspettative. Il valore legale dell’accordo che ha concluso la Conferenza mondiale sul clima rimane dubbio, dato che, per superare le opposizioni alla bozza, redatta da un numero limitato di Paesi (il famoso G2, ovvero Stati Uniti e Cina, cui sono state affiancate da subito le maggiori economie emergenti – India, Brasile e Sud Africa – mentre l’assenso dell’UE è stato richiesto solo in un secondo momento), la formula utilizzata è stata quella per la quale la Conferenza takes note dell’accordo, anziché adottarlo formalmente. Soprattutto, esso non prevede targets né scadenze vincolanti per il taglio delle emissioni dei Paesi industrializzati, ma solo riduzioni volontarie da presentare entro il 31 gennaio 2010. L’unica parte ‘piena’ dell’accordo è, invece, quella che riguarda i finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo, a supporto di progetti che consentano loro di dotarsi di tecnologie avanzate e a basso impatto ambientale. Per il triennio 2010-2012, è stato previsto lo stanziamento di 30 miliardi di dollari, mentre i finanziamenti dovrebbero aumentare fino a 100 miliardi entro il 2020.

L’importanza della climate finance – ovvero dei finanziamenti per aiutare i Paesi in via di sviluppo nelle iniziative per mitigare gli effetti del riscaldamento climatico (mitigation) e per adattare i loro sistemi ecologici, sociali ed economici ai cambiamenti già innescati (adaptation) – ha iniziato ad essere sottolineata dagli esperti già da qualche tempo (Climate Finance: Regulatory and Funding Strategies for Climate Change and Global Development, a cura di Richard B. Stewart, Benedict Kingsbury e Bryce Rudyk NYU Press, Settembre 2009). La crescente rilevanza di tale problematica deriva dal fatto che, per mantenere il riscaldamento climatico entro un aumento di 2º rispetto ai livelli del 1990 – soglia indicata nell’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) come necessaria per contenere l’impatto del riscaldamento globale entro livelli sostenibili, e riconosciuta nello stesso accordo di Copenhagen – sono necessarie riduzioni non solo nei Paesi industrializzati, ma anche in quelli in via di sviluppo. Il potenziamento dei finanziamenti indirizzati ai Paesi in via di sviluppo, a supporto degli interventi in tal senso, costituisce uno strumento complementare, e non alternativo, alla riduzione delle emissioni nei Paesi ad economia avanzata. Tuttavia, l’attuale stallo sul fronte dell’assunzione di impegni vincolanti da parte di questi ultimi fa sì che il successo dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo assuma un rilievo ancora maggiore.

Al centro della buona riuscita della climate finance c’è un problema di (assenza di) fiducia. Essa scarseggia nei Paesi in via di sviluppo, frequentemente delusi, in passato, dalle promesse non mantenute dei Paesi industrializzati. Questi ultimi, dal canto loro, vogliono sapere in che modo saranno utilizzati i fondi che mettono a disposizione.

Uno strumento per costruire la fiducia tra Paesi ad economia avanzata e Paesi in via di sviluppo è quello di introdurre modalità di misurazione, registrazione e verifica dei finanziamenti. Dovrebbe trattarsi di un meccanismo di accounting duplice: per un verso, devono essere misurate le risorse che vengono effettivamente trasferite e, per altro verso, è necessario verificare l’impatto ambientale dei progetti che vengono finanziati, in termini di riduzione di emissioni.

In una comunicazione del 2009, la Commissione europea aveva proposto l’istituzione di un High Level Forum on International Climate Finance, con il compito di raccogliere informazioni sui finanziamenti e di portare avanti un monitoraggio periodico. Un gruppo di ricerca statunitense, invece, ha suggerito l’istituzione di un vero e proprio registro globale dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo a sostegno dei progetti in materia di riscaldamento climatico (Richard B. Stewart, Benedict Kingsbury, Bryce Rudyk, Climate Finance: Key Concepts and Ways Forward, Policy Brief preparato per l’Harvard Project on International Climate Agreements, 2 Dicembre 2009, (http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/19772/climate_finance.html).

Su questo punto, le negoziazioni condotte a Copenhagen forniscono indicazioni ambigue. Da un lato, il dibattito sugli strumenti di verifica sembra essersi concentrato principalmente sul rifiuto della Cina a che le proprie riduzioni di emissioni vengano misurate da organismi internazionali, ritenendo essa sufficienti quelli nazionali. Dall’altro, l’accordo di Copenhagen sembra operare una netta distinzione tra le iniziative volte a ridurre gli effetti del riscaldamento climatico intraprese nei Paesi in via di sviluppo: mentre quelle gestite in via del tutto autonoma sono soggette a strumenti di verifica nazionali, nel rispetto della sovranità statale, le azioni supportate da finanziamenti internazionali devono essere iscritte in un registro e devono essere sottoposte ad un sistema di verifica internazionale, secondo modalità da definire in guidelines successive. La determinazione degli strumenti di verifica, contabilizzazione e monitoraggio dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo (e dell’effettivo impatto dei progetti così finanziati) è, quindi, del tutto aperta, e si presenta cruciale per ogni futura strategia di contenimento degli effetti del riscaldamento climatico.

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