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Fisco
di Franco Osculati
22 gennaio 2010

fisco_osculati.jpgNell’incerta e cangiante cabala dell’economia ci sono i numeri del sogno e i numeri del risveglio. Il 33% di aliquota massima non uscirà da nessuna ruota della fortuna. Invece, il tasso di occupazione, a novembre 2009, era, nei fatti, al 57,1%, con una diminuzione dell’1,1% sul novembre precedente. Siamo ad oltre 8 punti sotto la media europea. E’ possibile impostare una manovra sui tributi indirizzata all’aumento dell’occupazione?

 

1. Da anni, prima della crisi, l’Europa dell’euro fondava le proprie capacità di regolazione macroeconomica su tre politiche: a) a fronte degli shock simmetrici, la politica monetaria, affidata ad un’autorità indipendente, volta unicamente a garantire la stabilità inflazionistica; b) a fronte degli shock asimmetrici, la politica di bilancio affidata alle cure e agli strumenti vincolati delle singole autorità nazionali; c) a fronte dell’esigenza di accrescere lo sviluppo, liberalizzazioni, scomposizione del mercato del lavoro e divieto formale di ogni politica industriale: è la politica strutturale, promossa a livello europeo e applicata con maggiore o minore convinzione dai singoli paesi. Da tutto questo armamentario, alquanto spuntato, esce un quindicennio di sostanziale stabilità dai prezzi (salvo qualche bolla degli attivi), modesta espansione del Pil, vivace crescita dei profitti, incontrastato aggravarsi delle diseguaglianze di redditi e patrimoni.

Nell’estate del 2008 la crisi è palese, profonda e globale. Nell’immediato la Bce prende un abbaglio e aumenta i tassi. Successivamente però, con una serie di tagli, Francoforte porta il costo del denaro a livelli storicamente minimi. Ma la crisi è un fenomeno simmetrico al quale non ci si può opporre unicamente manovrando (se ci si riesce) la moneta. Sarebbe necessario un colpo d’ala, ovvero un’azione di finanza straordinaria centrata su opere pubbliche, ricerca e riconversione energetica e ambientale, e su una copertura da reperire mediante strumenti di vero e proprio debito pubblico europeo.

Non sorprendentemente, invece, l’Europa, pur mossa da preoccupazioni comuni, armeggia in ordine sparso. Evitando il free riding di singoli Stati, si dovrebbe garantire una manovra congiunta di sostegno di almeno 2 punti di Pil, nei tre anni dal 2008 al 2010. Di fatto, per lo stesso periodo, gli Stati Uniti approvano un intervento discrezionale di 5,6 punti. L’Eurozona si ferma a 1,6; l’Ue dei 27 a 1,41. L’Europa conta sul suo più esteso sistema di protezione sociale e di stabilizzatori automatici. Ma non basta. La crisi si aggrava più che oltre Atlantico. Le previsioni sul Pil sono, per il 2009, – 4% per l’area dell’euro e -2,5% per gli Stati Uniti. Per il 2010: 0,9% e 2,5%2.

2. L’Italia risponde alla crisi con interventi sociali e di sostegno della domanda "stimati nell’ordine di un punto percentuale del prodotto"3. A copertura si approvano riduzioni di precedenti stanziamenti e imposte sostitutive una tantum. Non a caso, l’effetto espansivo è valutato pari a zero nei tre anni4. Il Pil, dopo essersi ridotto di un punto nel 2008, al terzo trimestre del 2009 era ancora sotto di 4,6 punti al livello dell’anno prima. Per il 2010 si prevede più 1, secondo il Ministro Tremonti, o 0,7, secondo Banca d’Italia; per il 2011 più 1. L’indice della produzione industriale registra un calo del 18,4% nei primi 11 mesi del 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008. Nel terzo trimestre, infine, diminuiscono ancora i redditi disponibili delle famiglie, ma aumenta la loro propensione al risparmio.

In questo quadro, con la formula 23 e 33, si ipotizza di regalare per via fiscale 100 euro ogni mille dichiarati, oltre i primi 75.0005. Ovvero: curare il diabete con la panna montata. Anche se non ci fosse un problema di copertura (tipo fortuita scoperta in via XX Settembre di un armadio di bigliettoni dimenticati in una precedente era storica), la riduzione drastica dell’aliquota marginale (sull’ultimo scaglione) si pone in contrasto, anzitutto, con i seguenti argomenti strutturali:

a – l’"economia dell’offerta", che la potrebbe consigliare, negli ultimi venti anni è stata massicciamente predicata e estesamente praticata, ma con risultati modesti;

b – le troppo ampie disuguaglianze di reddito sono alla base della crisi. L’Italia è un paese diseguale. Il suo indice di Gini (0,352) è nettamente superiore alla media dei trenta paesi Oecd, superiore all’indice della Gran Bretagna e non lontano da quello degli Stati Uniti. Ridurre l’aliquota sui redditi più elevati non può che aggravare la situazione;

c – il governo macroeconomico in questo momento richiede di aumentare le disponibilità di coloro che spendono (cioè i meno abbienti) e non di coloro che possono risparmiare (i ricchi).

L’ipotesi secca delle due aliquote è durata lo spazio di qualche telegiornale a veline unificate. Si è fatta marcia indietro, argomentando giustamente con l’impossibilità di operare tagli di imposta non coperti da riduzioni della spesa, data l’elevato livello del debito pubblico. Si è però rilanciata la prospettiva di una riforma ampia e ambiziosa. E’ una mossa politica accorta, perché all’avvicinarsi delle elezioni generali verrà deliberato qualche modesto ridimensionamento assicurando comunque che il bello verrà dopo. Il solito campa cavallo assai sfruttato, ma ancora generoso di voti per chi sappia e possa (con le televisioni) servirsene a dovere.

3. Un intervento fiscale di ampie proporzioni, tuttavia, risulta necessario, se non altro perché la politica sul prelievo è una delle poche leve che, sebbene entro certi limiti, possono essere manovrate a livello nazionale. Ambienti governativi assicurano che la "riforma" si autofinanzierà. Se si vuole intendere che è una manovra in pareggio, senza creazione di nuovo deficit, nulla quaestio. Se, invece, si rispolvera la favola delle aliquote basse che generano gettito, sappiamo come va a finire.

Dunque, dovrà essere una manovra in pareggio (meno da una parte e più da un’altra), ma con quali finalità principali? Il centro-sinistra non potrà non ricordare che è ancora tutta da vincere la battaglia contro l’evasione e per l’equità. Non andrà trascurato, però, il dato congiunturale e strutturale dell’occupazione. A novembre 2009 il tasso di occupazione si collocava al 57,1%, con una riduzione dell’1,1% rispetto allo stesso mese dell’anno prima6. Nel 2008 (media) la percentuale di italiani, tra i 15 e i 64 anni, con impiego era al 58,7, cioè a 11,3 punti al di sotto dell’obiettivo stabilito per il 2010 dalla "strategia di Lisbona", nonché a 8,6 punti dalla media di Ue a 15. Tra i 27, soltanto Malta, Ungheria, Romania e Polonia mostravano valori simili7.

E’ chiaro che occorre una strategia di sviluppo amica e non neutrale nei confronti dell’occupazione. E’ evidente che, per quanto riguarda la parte fiscale, essa dovrà agire sulla domanda di lavoro e non sull’offerta. Pertanto, si sconsigliano provvedimenti quali la detassazione delle ore straordinarie. Sarebbero invece utili congegni fiscali di aiuto ad accordi aziendali tipo "lavorare meno, lavorare tutti".

La domanda di lavoro dipende, non totalmente, dal costo. Al fine del contenimento del costo del lavoro, le risorse costituite dalla moderazione salariale sono totalmente esaurite da tempo. Non resta che la parte fiscale e contributiva. L’alleggerimento dell’imposizione sul lavoro ha costituito un trend europeo, trend che però si è fermato verso il 2005/6. L’ultimo governo Prodi si inserì in tale tendenza approvando un taglio del cuneo fiscale costato 5 miliardi. Fu un provvedimento che né i politici del centro-sinistra seppero spiegare al paese, né i principali beneficiari, gli imprenditori, vollero riconoscere nella sua importanza.

A questo punto, se si volesse proseguire sulla via della riduzione del prelievo sul lavoro (imposte dirette e contributi) finanziando con la tassazione indiretta, magari di tipo ambientale, sarebbe bene decidere velocemente. Le imposte indirette hanno pregi e difetti. Tra questi, la tendenza ad alimentare l’inflazione. Quindi, se si vogliono correggere aliquote Iva, accise e green taxes, questo è il momento. L’inflazione non è mai stata così bassa.


 

1. Cfr. Fitoussi J. P. e F. Saraceno, 2010, Europe: How Deep Is the Crisis? Policy Responses and Structural Factors Behind Diverging Performances, in "Journal of Globalization and Development", vol. 1, n. 1.

2. Banca d’Italia, 2010, Bollettino economico, gennaio, p. 8.

3. Banca d’Italia, Op. cit., p. 7.

4. Fitoussi e Saraceno, Op. cit., p. 12.

5. Trascurando per semplicità gli effetti sugli scaglioni con aliquote al 38 e al 41%.

6. Istat, 2010, Occupati e disoccupati, gennaio.

7. Cfr. European Commission, 2009, Employment in Europe 2009, ottobre.

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