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SENZA FUTURO. POLITICA, PRODUZIONE INDIPENDENTE E MEDIALIT└ NON LINEARE E-mail
Regolazione
di Nicola Lusuardi
22 gennaio 2010

industria_audiovisiva_lusuardi.jpgE’ il tempo di ricominciare a interrogarsi sul rapporto tra politica, economia e cultura. Ci costringono a questo due eventi che stanno mettendo radicalmente in discussione lo statuto e la natura dell’industria audiovisiva. Il primo evento, di livello globale, è costituito dal nuovo dominio del digitale che sta mettendo in crisi tutti i modelli editoriali e produttivi cui siamo abituati.

Il secondo, di livello locale, consiste nella manifesta intenzione dei governanti italiani di svuotare di mezzi e di senso la Legge 122, poi recepita nella Legge Gasparri, dichiarando così la loro avversità politica, economica e culturale a un settore sensibile come quello audiovisivo. Che nel resto del mondo viene incentivato per il suo contributo alla crescita di vitalità intellettuale e alla creazione di ricchezza economica.

Ciascuno dei due eventi produce sul sistema audiovisivo profonde ripercussioni, in ragione delle quali, ora più che mai, pare necessario discutere, riflettere, vigilare sulle scelte dei nostri governanti.

 

Il 17 dicembre scorso, del tutto a sorpresa, il Consiglio dei Ministri ha emanato un decreto con il quale riscrive l’art. 44 della Legge Gasparri e mette radicalmente in discussione il cammino di politica economica che il primo governo Prodi, attraverso la Legge 122, intraprese riguardo all’industria dell’audiovisivo italiano. Cammino sul quale sarebbe stato necessario invece proseguire adeguando quelle norme, già allora appena sufficienti, ai nuovi contesti e alle nuove sfide.

Lo fa in diversi modi. Prima di tutto eliminando completamente gli obblighi di trasmissione di prodotto europeo indipendente recente nelle fasce orarie di massimo ascolto, poi autorizzando i network a decidere in modo del tutto discrezionale quanto dei loro introiti investire in questo prodotto.

Il decreto elimina anche tutti gli obblighi specifici riguardo al cinema italiano, al documentario e al cartone animato, rimandandone la definizione a un ulteriore decreto dei Ministeri dell’Industria e della Cultura a nove mesi dalla promulgazione del presente.

Come se non bastasse, il decreto cancella l’obbligo, auspicato dall’Europa e previsto dal comma 4 dell’art. 44, recepito pochi mesi fa da un sofferto e attesissimo regolamento AGCOM, di assegnare ai produttori indipendenti una quota dei diritti residuali, ossia quelli che restano dopo un numero di anni di sfruttamento delle opere audiovisive da parte dei network fissato per via regolamentare. L’assegnazione di una quota di diritti ai produttori indipendenti, come accade nei principali paesi occidentali, permettendo loro di patrimonializzare il valore dei propri successi, è considerata ovunque condizione essenziale per un migliore sviluppo del mercato audiovisivo.

Infine il decreto non spende una parola sugli obblighi di programmazione e investimento di Sky, né a proposito dell’universo digitale, dei provider telefonici o della rete web.

L’insieme di questi provvedimenti da una parte svuota di senso la legge Gasparri, che recepiva la 122, e dall’altra rinuncia a pensare una qualunque politica economica e culturale che metta il paese in condizione di affrontare la complessità della rivoluzione in corso.

 

Vediamo perché.

La Legge 122 nasceva durante il primo governo Prodi dalla tarda attuazione di una normativa europea, detta "Televisione senza frontiere" promulgata nel 1989 e aggiornata nel 1997. Questa legge, similmente a quanto era accaduto e stava accadendo nel resto d’Europa, aveva l’obbiettivo di favorire la nascita o il rafforzamento dell’industria audiovisiva nazionale. Questo perché nessuna politica attenta ai grandi movimenti della storia può trascurare l’importanza strategica di questa industria, sia sul piano economico, dato che per la prima volta l’inizio di questo millennio ha visto la ricchezza generata da beni immateriali superare quella generata dai beni materiali (ossia, banalizzando molto, producono più ricchezza le serie tv delle automobili), sia sul piano culturale, dato che l’industria audiovisiva produce immaginario e in esso elabora o critica pensieri, valori e orizzonti.

 

La Legge 122 accoglieva questa necessità oggettiva in modo imperfetto ma coerente introducendo alcuni automatismi basati sul principio che i grandi distributori di contenuti, RAI e Mediaset prima di tutto, l’una in quanto servizio pubblico, l’altra in quanto concessionaria di un bene pubblico (le frequenze), dovessero trasmettere e reinvestire una parte dei loro profitti nella ricerca di prodotto strategico per il paese. Strategico da un punto di vista economico, poiché cinema, fiction e documentario producevano e producono una ricchezza superiore agli investimenti che richiedono (e questo pare un asset davvero irrinunciabile nell’ambito del prodotto culturale per il quale gli investimenti sono invece solitamente giustificati solo per ragioni di beni di merito).

E strategico anche da un punto di vista culturale, poiché nessuno può sensatamente pensare che una nazione rinunci a elaborare una propria identità e si lasci semplicemente colonizzare da estetiche e valori di importazione senza esplorare la propria realtà né i propri sistemi valoriali. Senza provare a dialogare con essi.

La 122 non era e non è mai stata dunque una legge "assistenzialista", non ha obbligato nessuno a gesti di gratuito mecenatismo, non ha sperperato denaro pubblico. Ha funzionato come tutte le buone leggi che vengono da un progetto politico ed economico perché ha favorito la nascita di un’industria che prima non c’era, ha creato professionalità e posti di lavoro, ha generato per i network enormi incassi pubblicitari. Essa appartiene al novero delle leggi di "investimento" e non di quelle di "tutela", appartiene al tipo di provvedimento col quale una nazione, o l’insieme delle nazioni, potrebbero decidere di destinare ingenti risorse pubbliche per esempio all’ecologia, ritenendo che questo in futuro produrrà una ricchezza e un benessere maggiori degli investimenti che richiede.

La Legge 122, dunque, se aveva un limite era che avrebbe dovuto e potuto aggiornarsi sui problemi di un mondo che dal 1997 è abissalmente cambiato. Invece che svuotarla di senso e di contenuto, sarebbe stato necessario estendere ulteriormente i meccanismi virtuosi di redistribuzione della ricchezza attraverso i diritti sul modello di quanto accade in Inghilterra; prendere posizione rispetto agli operatori telefonici che gestiscono il traffico dati sulla rete; occuparsi dello sfruttamento non remunerato delle opere audiovisive che avviene attraverso internet; procurare strumenti di incentivo alla nascita di un’editoria e un’industria capaci di realizzare prodotto specifico per le nuove piattaforme. Incentivare cioè la crescita e la differenza, l’innovazione contenutistica e formale.

Invece il nostro Governo preferisce sottrarsi a queste oggettive convenienze. Perché?

Perché la 122 nonostante tutto è una legge che presuppone l’esistenza di un libero mercato, ossia un mercato nel quale se il mio concorrente lancia un buon prodotto io sarò costretto a investire, rischiando, per offrire un prodotto altrettanto buono o migliore. Ma l’Italia, quanto all’industria dei media, non è ancora un libero mercato. L’esistenza del conflitto di interessi che consente al Presidente del Consiglio di influenzare per via politica le decisioni della RAI, principale concorrente dell’azienda di sua proprietà, non permettono di valutare con serenità le strategie del Governo sul fronte dell’industria audiovisiva.

Fiction e cinema possono rendere ai network (e solo ai network, in mancanza di una normativa sui diritti) moltissimo denaro. Ma per riuscire a farle rendere è necessario misurarsi sulle proprie capacità editoriali e produttive. Il rischio è alto e sbagliando ci si fa sempre male.

Mediaset ha sofferto in questi anni diversi ritardi nella sua capacità di elaborare strategie editoriali efficaci. La sua fiction ha perso pubblico, l’offerta di Sky ne ha rubato altro. In un sistema realmente competitivo Mediaset sarebbe costretta a elaborare nuove politiche editoriali e produttive e a lottare per tenere le sue posizioni ma questo implicherebbe investimenti e rischi. Sbagliando pagherebbe ulteriormente. Nella realtà del nostro non-mercato Mediaset può cercare attraverso il Governo di cambiare le regole del gioco. Posto che La7 è da tempo sedata in attesa di acquirenti e Sky ha ignorato lungamente i suoi impegni, se anche la RAI viene svincolata dall’obbligo di produrre fiction e può ridurre progressivamente l’offerta dei suoi palinsesti, Mediaset sarà messa in condizione di ridurre a sua volta costi e investimenti, continuando a competere su prodotti d’acquisto o su generi diversi e preservando a minor prezzo le sue quote di mercato.

Insomma l’importante è creare le condizioni perché nessuno inventi nuovi Don Matteo o nuovi Montalbano. L’importante è che l’offerta venga opportunamente addomesticata. A dispetto dell’industria e del pubblico. A dispetto del pluralismo delle idee e delle visioni, dunque della democrazia.

E’ una direzione che si concretizza attraverso decisioni editoriali e industriali già in atto: la scelta di interrompere la produzione di fiction per Rai 2 (la rete che a Montalbano ha dato i natali) o il progressivo indebolimento dell’offerta di Rai 3, prigioniera di una politica antica quanto miope che insiste nel far coincidere progetti industriali di ampio respiro, come il polo produttivo di Napoli o quello di Termini Imerese, con la realizzazione di singole serie televisive, che siano La Squadra o Agrodolce, invece che con progettualità editoriali più ampie, articolate e complesse, capaci di tenere alimentata la produzione grazie allo sviluppo di molte fiction diverse che diano senso e respiro all’esistenza di infrastrutture costose e all’addestramento di maestranze qualificate.

 

L’approvazione del decreto compie un altro passo in questa direzione, il passo forse decisivo, quello che valica la linea di non ritorno nella riduzione di ore scritte e prodotte, quindi di società di produzione, di autori, registi ecc. ecc.

Se nel 2006 i produttori attivi nel sistema della fiction erano 46, nel 2007 si riducono a 41 e nel 2008 diventano 36, allo stesso modo tra il 2007 e il 2008 si sono perse circa 100 ore di produzione (dati riportati nella ricerca condotta da IEM - Fondazione Rosselli per il Roma Fiction Fest 2009).

Nella stessa direzione va la diminuzione dell’investimento in "attivazioni, ricerca, sviluppo backstage" della RAI dai 13 milioni messi in bilancio nel 2008 agli 11 del 2009 che, considerando il mantenimento probabilmente identico della quota di spese fisse, significa una riduzione superiore al 20 per cento dell’impegno nella ricerca di nuovo prodotto.

 

Ma questa è solo una parte, la prima, dei problemi che dobbiamo affrontare.

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