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L’UOVO, A KILOMETRI ZERO E-mail
Economia reale
di Elisabetta Addis
12 gennaio 2010

marchio_km0_addis.jpgIl sole 24 ore di domenica 13 dicembre contiene un bell’articolo di Alessandro De Nicola di dura critica alla proposta di legge a firma Cenni-Realacci, appoggiata da un altro centinaio di deputati dei due schieramenti, che istituisce un marchio regionale Chilometro Zero, e offre vantaggi negli appalti pubblici alle ditte e sconti fiscali ai supermercati che lo vendono, per risparmiare il danno ambientale prodotto dal trasporto (n.1481 14/7/2008). Il ragionamento dell’articolo è ineccepibilmente corretto: dare un sussidio alle produzioni locali dal punto di vista economico non ha senso.

Se il consumatore preferisce la mela proveniente dalla Cina rispetto a quella prodotta sotto casa, vuoi perché è più buona, vuoi perché costa meno, (nonostante il fatto che contenga anche il costo, economico e ambientale, del trasporto dalla Cina!), sovvenzionare il produttore di mele sotto casa è solo sprecare il denaro del contribuente, aiuta a tener bassa la qualità delle mele locali, e si presta a ogni possibile truffa.

E tuttavia non credo che la proposta possa essere liquidata così semplicemente, perché esiste ed è forte il rifiuto del tipo di cibo che viene proposto alla maggior parte della popolazione, come ha mostrato fra l’altro la bella serie di convegni organizzata dal Laboratorio Sismondi di Pisa (http://www.agr.unipi.it/labrural).

Nella proposta va distinto il grano dal loglio: ciò che aumenta l’informazione e il potere decisionale del consumatore, e con esso la genuinità del prodotto, e ciò che invece è sussidio.

Mi permetto un aneddoto: insegnavo a Teramo quando non era ancora stato inaugurato il tunnel del Gran Sasso, viaggiando da Roma. Si andava in autobus, che si fermava in tutti i più sperduti paeselli delle montagne, quelli che ora sono abbandonati. Alla fermata più interna fra le montagne saliva un vecchio contadino con un cestino di uova. Le portava a Roma per venderle. Io e i colleghi romani abbiamo iniziato a comprargliele già dall’autobus: erano piccole e sporche, ma buonissime, e spesso non ce n’era per tutti. Il vecchietto scendeva felice con il cestino vuoto, e con il cestino vuoto riprendeva subito il bus per tornare al paesello. Un giorno lo abbiamo visto salire sull’autobus da Roma verso il paesello con il cestello pieno di uova. Gli chiedemmo come mai, e cosa era successo. Ci disse che si era accorto che di uova non ce n’erano per tutti, ma le sue galline tante erano, e non ne poteva mettere di più. Allora, per accontentare i signori che volevano le uova, aveva pensato di procurarsele a Roma, così ne aveva abbastanza da accontentare tutti. E vi giuro, era serissimo.

L’idea di mantenere in essere uova così e vecchietti così è una buona idea, e le persone, davanti al cibo che sembra diventato anch’esso di plastica, vorrebbero avere il cibo della qualità di ieri nell’abbondanza di oggi. Il problema è se la proposta dei 100 deputati ce lo fa ottenere, o almeno ci conduce nella direzione del suo ottenimento.

A me pare che De Nicola e Cenni-Realacci abbiano entrambi delle ragioni, e che la proposta di nessuno dei due sia ancora quella giusta, dal punto di vista dello sviluppo umano – (quello proposto da Amartya Sen, uno sviluppo che tenga pienamente conto della dualità dei generi e dei limiti delle risorse naturali).

La proposta De Nicola non c’è, ma le conseguenze del suo ragionare sono note: una piccola frazione della popolazione, persone abili e capaci nella loro attività imprenditoriale ovvero speculativa, e titolari di una elevata rendita comunque ottenuta, e quindi ricchi, mangiano sushi e altri prodotti di elevatissima qualità in ristoranti dove i grandi chef pongono la massima cura nel procurarsi alimenti del territorio o comunque di grandissima genuinità, e non avvertono neppure il problema del cibo plasticoso. Gli altri vanno al supermercato e si accontentano, giostrandosi tra il marchio bio e la necessità di approvvigionarsi al discount, di un cibo totalmente estraneo, altro da se, prodotto chissàdove chissàcome chissàdachi. I disordini alimentari, anoressia e bulimia, stanno assumendo proporzioni epidemiche.

Dove esiste ancora, la classe media sta adottando l’uso, dopo essersi provveduta di un lavoro decente nella sfera della produzione per il mercato, di farsi il suo orticello e il suo pollaietto. Andate a vedere il sito inglese Omlet Eglu: vendono piccoli pollai di design completo di spazio esterno circondato da rete per sei-otto galline, da mettere nel proprio giardinetto extraurbano, e farsi le proprie uova. A circa 750 euro per il pollaio, potete calcolare il costo di ciascun buon uovo. Economicamente un disastro, ma vuoi mettere la soddisfazione?

Evidentemente questo bisogno di uova chilometro zero esiste, se no Omlet Eglu fallirebbe. E se c’è un bisogno da soddisfare, occuparsi di come soddisfarlo dovrebbe essere, a mio parere, il compito dell’Economia. Come sostiene Nancy Folbre, economista femminista del Massachussets, tra le autrici del Rapporto Sarkosy, l’Economia dovrebbe smettere di essere la scienza del mercato e cominciare ad essere "a science of provisioning" una scienza del come provvedere, di come avere cura dei bisogni umani.

La proposta Cenni-Realacci prova ad andare in questa direzione: la regione crea un albo delle imprese che hanno diritto ad aderire al marchio chilometro zero, le ditte aventi diritto aderiscono su base volontaria, i comuni possono dare facilitazioni negli appalti ai prodotti con questo marchio e facilitare la concessione di licenze, nonché offrire uno sconto del 50% sulle imposte ai supermercati che si impegnino a vendere almeno il 30% di questi prodotti regionali, sotto controllo di apposito nucleo di carabinieri.

Sembrerebbe una buona cosa, ma purtroppo non lo è. Dare questo tipo di facilitazioni equivale al sussidio, perché i locali riusciranno a vendere i loro prodotti di qualità inferiore rispetto a quelli di qualità superiore che i consumatori potrebbero avere per lo stesso prezzo. Cioè, per il consumatore, il costo si alzerà oppure la qualità si abbasserà, o entrambi. Il sussidio, lo sappiamo, non ha alcun senso economico, ma ha un chiaro senso politico: se io ottengo il sussidio per gli agricoltori di una certa zona, quelli votano me. Il politico può cavalcare il Chilometro zero, usarlo come mezzo per far arrivare soldi pubblici ai sui propri elettori, raccogliere voti, e godersi il proprio stipendio di eletto nell’ente pubblico: se poi ci aggiunge anche il controllo discrezionale delle regole da parte dell’autorità pubblica, c’è spazio perfino per qualche mazzetta.

Il sussidio in questo caso sarebbe giustificato dal fatto che, risparmiando carburante, si danneggia meno l’ambiente. Ma non si vede proprio perché questo dovrebbe avvenire: si trasporteranno comunque i fertilizzanti, i mangimi e quant’altro per rendere possibile produrre localmente quel di più che viene comunque consumato, quindi localmente l’inquinamento non diminuisce, aumenta, e globalmente non cambia.

Assolutamente inaccettabile poi l’idea di dare facoltà ai comuni di ammettere queste imprese ad alcuni privilegi negli appalti presso le mense pubbliche o altre forniture dell’Ente pubblico. Gli appalti sono fatti per selezionare il miglior prezzo/qualità dei prodotti, non per fare sviluppo locale. Questa è la ricetta per abbassare la qualità del cibo nelle mense pubbliche. Così il cibo di qualità scadente lo mangiano bambini e anziani; gli adulti che decidono in quale istituzione mettere il dipendente non ne possono sentire il sapore; e si elimina l’unico vero controllo di qualità: il consumatore che sceglie. Sostituito da un pò di spesa in carabinieri, che anche questo fa aumentare i voti.

E allora dobbiamo rassegnarci a mangiare mele insapori dalla Cina? No, fare il marchio Chilometro Zero è un’ottima idea: ma che sia davvero il marchio Chilometro Zero non il marchio che dice Chilometro Zero perché raccoglie tutte le imprese che si sono iscritte ad un albo regionale (o entro i 70 chilometri) e che garantiscono che non hanno trasportato il cibo per il mondo. C’è un solo modo serio per fare il marchio Chilometro Zero: che chi si iscrive all’ albo del Chilometro Zero metta in etichetta il luogo di produzione – non la sede legale della ditta e il marchio, il vero comune di produzione e la zona di produzione. E il comune certifica che è davvero fatto lì. Magari i comuni possono creare una griglia di zone in modo che si possa davvero capire dove e da chi è stato fatto l’uovo e le famiglie possano andare la domenica a vedere il pollaio, per capire se le galline sono trattate come si deve, e comprare le uova buone.

Dopodiché il consumatore - che poi è la consumatrice, perché di solito sono le signore ad andare a far la spesa - deciderà se lo vuole comprare anche quando lo trova al mercato, perché si fida dell’azienda, perché sa che quell’uovo lì è più buono. Per l’azienda forse è un costo in più, ma il ragionamento che abbiamo fatto prima ci dice che probabilmente c’è ampia domanda per uova garantite migliori a un prezzo più alto.

E a questo punto se la domanda di uova buone c’è, i supermercati ci penseranno da soli a metterle in vendita. Non c’è bisogno di queste facilitazioni nell’ottenimento della licenza e sconto se si impegnano a vendere complessivamente su base annua il 30% dei loro prodotti in beni col marchio Chilometro Zero (che non è necessariamente il chilometro zero della loro zona, è in generale il Chilometro Zero). Certo secondo la legge chi ha detto di farlo e non lo fa, (fino a quando? per sempre? per ora?), verrà punito, ma intanto si è fatto il suo supermercato con lo sconto.

C’è una cosa sola che salva questa legge: non obbliga a niente, dice che "i comuni possono". A questo punto dipende dagli elettori, da quanti di loro sono piccoli produttori agricoli, e da quanti di loro sono polli che si lasciano irretire dalla retorica di questo tipo di Chilometro Zero.

Tanto peggio per i comuni amministrati da forze a vocazione localista, per esempio leghista, che più probabilmente potrebbero cascarci, ma contenti loro e i loro elettori...

Rimane inevaso il bisogno di un vero marchio di vera provenienza, con la effettiva trasparenza sulle origini e la provenienza del prodotto locale, accompagnato da fermi controlli sulle filiere non solo in Italia e in Europa ma da richiedere anche ai nostri partner commerciali internazionali.

Se il fine è quello dare a chi lo desidera cibo prodotto "all’antica" si può dare un sussidio sotto forma di orticello gratuito in terreno pubblico a coloro che vogliano coltivarselo. Si possono usare soldi pubblici per costruire e pubblicizzare luoghi dove questi piccoli produttori possono portare e vendere i loro prodotti. Si potrebbe dirottare lì denaro pubblico che verrebbe comunque speso in centri anziani o altre iniziative per il tempo libero.

Se il decisore pubblico vuole, per sue ottime ragioni, limitare il danno ambientale del trasporto del cibo a lunga distanza, ha un modo corretto e semplice per farlo: tassare il trasporto del cibo a lunga distanza, in maniera diretta, trasparente, non surrettizia. Ma per favore, niente privilegi negli appalti alle imprese locali e sconti fiscali e facilitazioni nelle licenze ad alcuni supermercati: di mafie ne abbiamo già una, grazie.

  Commenti (2)
Handicap distributivo
Scritto da Giulio Tagliavini, il 13-01-2010 17:34
Ho l'impressione che il problema del prodotto locale, "del contadino", non abbia uno svantaggio di costo. Anzi, pur avendo costi produttivi più elevati, arriva al consumatore a prezzi più convenienti, avendo evitati i costi della distribuzione commerciale. Il problema di realizzare una politica di appoggio dei prodotti locali e genuini non è legato a sussidi che, oltre a disfunzionali come sopra discusso, sono proprio incongrui rispetto al fine. Il problema da disarticolare è l'indisponibilità di un canale distributivo efficace. Il prodotto alimentare anomino, "industriale" nel senso peggiore, di qualità scadente viene venduto perchè sostenuto da un processo logistico e commerciale evoluto. Non per altri motivi. Dall'altra parte mancano queste cose.
Alla fine vinca il migliore
Scritto da Andrea Zatti, il 13-01-2010 10:08
Condivido appieno la logica del contributo: si vorrebbe incentivare un obiettivo nel complesso condivisibile - quello di promuovere modelli di consumo più sostenibili e radicati sul territorio - con uno strumento sbagliato e ricco d'insidie. Tra queste ultime, oltre l'inefficienza economica, aggiungerei le ampie riserve riguardo alla capacità di controllo e verifica dell'effettiva provenienza dei prodotti e l'effetto discriminatorio verso produzioni che spesso provengono da paesi in ritardo di sviluppo, già ampiamente penalizzati dai meccansimi applicativi della PAC. Cosa fare allora? Rinunciare all'obiettivo? No: la strada passa per una corretta combinazione di misure pull and push. Pull: valorizzando al massimo la conoscenza e le capacità di scelta dei consumatori (oltre che con marchi, construendo ad esempio una rete di produttori locali a cui poter fare riferimento diretto) al fine di migliorare l'attrattività delle produzioni a corto raggio. Push: promuovere la corretta internalizzazione di tutti i costi esterni: non solo del trasporto, ma anche di quelli relativi ai consumi energetici (ad es: produzione in serra) e dell'uso di input chimici. Poi vinca il migliore...

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