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COME CONCILIARE LA ''MISURAZIONE'' DEL BENESSERE ECONOMICO E DELLA QUALITĄ DELLA VITA E-mail
Economia reale
di Vito Peragine
23 dicembre 2009

peragine.jpgIl rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi (SSF) affronta il tema della definizione e della misurazione del benessere sociale e del progresso economico. Il rapporto ha un taglio metodologico: a differenza di altri rapporti e contributi recenti, in cui è esplicita l’ispirazione filosofica e netta la proposta degli indicatori da utilizzare, il rapporto SSF non aderisce ad una specifica teoria e a una metodologia statistica; propone piuttosto una rassegna del dibattito teorico più aggiornato e delle sperimentazioni più significative e formula delle raccomandazioni di carattere metodologico.

 

Poiché gli indicatori di qualità della vita non servono solo a soddisfare la nostra curiosità intellettuale ma influenzano le scelte e le politiche, è necessario che si investa adeguatamente per approntare banche dati e informazioni idonee, ed è necessario che il discorso pubblico su detti indicatori sia informato, trasparente e partecipato.

Il rapporto si articola in tre parti. Nella prima, dedicata al concetto di benessere economico in senso stretto, si discutono virtù e limiti del PIL e si suggeriscono gli ingredienti principali di una misura corretta del progresso economico. La sezione centrale del rapporto, su cui in questa nota svolgerò qualche considerazione, compie il passaggio dal benessere economico al benessere in senso lato o "qualità della vita". L’ultima sezione è dedicata al tema della sostenibilità, economica e ambientale, e quindi al passaggio dal benessere delle generazioni presenti ad indicatori che tengano conto del benessere atteso delle generazioni future.

 

In una valutazione del benessere sociale il primo passaggio attiene allo spazio di analisi: su quale base vanno fatti i confronti tra individui? Quale variabile o insieme di variabili utilizzare per catturare la qualità della vita di un individuo? Il Rapporto enfatizza due esigenze: primo, la necessità di andare oltre le condizioni oggettive di benessere e di prestare attenzione al benessere soggettivo o percepito. Quanto alle condizioni oggettive, che rimangono componente essenziale, il rapporto accoglie l’idea ormai ampiamente accettata secondo cui il benessere individuale è irriducibilmente multidimensionale ed indica quali dovrebbero essere le dimensioni rilevanti, quali sono le possibili variabili atte a misurare il benessere nelle diverse dimensioni, e quali problemi metodologici si pongono nella aggregazione delle dimensioni. Tra le dimensioni rilevanti, speciale enfasi è dedicata al ruolo dell’istruzione e della salute: non solo per il loro valore strumentale legato ai rendimenti economici e sociali che determinano, ma anche per il valore intrinseco in termini di qualità della vita.

Al tema dell’aggregazione e del confronto tra le diverse dimensioni di benessere il rapporto dedica, opportunamente, speciale attenzione. Sotto questo profilo, il rapporto mette in guardia da errori e insidie delle analisi complesse sulla qualità della vita, a cominciare dalla spesso arbitraria e poco giustificata attribuzione dei pesi alle diverse dimensioni. Occorre inoltre prestare attenzione al fatto che le diverse dimensioni tipicamente non sono indipendenti tra loro e che invece ci sono legami e complementarietà. E’necessario in particolare considerare gli effetti cumulativi sugli individui (nella privazione, nelle discriminazioni, ecc.): essere povero e malato pesa più, se così si può dire, della somma delle due privazioni. Una società in cui le privazioni nelle diverse dimensioni sono altamente correlate offre una qualità della vita peggiore di una società in cui, a parità di privazioni complessive, vi sia una minore correlazione tra queste. Una statistica che aggreghi prima i valori individuali per ogni singola dimensione, ad esempio attraverso il valore medio, e poi le diverse dimensioni (è il caso dell’indice di sviluppo umano e della maggior parte degli indici di qualità della vita utilizzati nel nostro paese) è per definizione incapace di cogliere questi aspetti cruciali. Sotto questo profilo appare preferibile un approccio in cui l’ordine delle sommatorie sia invertito: prima si aggregano le dimensioni per ogni individuo, operando in questa sede una valutazione degli effetti cumulativi, successivamente si valuta la distribuzione dei livelli di benessere individuali. Questo approccio tuttavia richiede la conoscenza delle joint distributions, raramente disponibili.

 

Pur mettendo in guardia dai pericoli derivanti dall’arbitrarietà dei pesi e in generale delle operazioni necessarie a ridurre la pluralità di informazioni in un unico indice scalare, il rapporto sembra tuttavia accettare la necessità di misure che sintetizzino la qualità della vita di una società in un unico numero confrontabile, analogamente al PIL o al reddito medio. E tuttavia, a garanzia del rigore metodologico necessario, suggerisce che enti e centri di ricerca ambiscano a produrre non necessariamente uno, ma diversi indici sintetici di qualità della vita, ciascuno esplicitamente motivato e giustificato nella sua logica e nella sua costruzione.

 

Il passaggio dal benessere individuale al benessere sociale, dalla qualità della vita di un individuo a quello di una collettività richiede la scelta di un criterio distributivo. Sotto questo profilo, il rapporto critica l’uso dei valori medi, incapaci per definizione di registrare quello che avviene all’interno della distribuzione, e sottolinea l’importanza di guardare alla disuguaglianza e ai costi sociali ad essa legati. E’ evidente che i due temi, lo spazio valutativo e il criterio distributivo, non sono indipendenti e anzi sono intimamente legati, sia concettualmente sia dal punto di vista della misurazione. Concettualmente perché le disuguaglianze in alcuni spazi possono essere eticamente accettabili, mentre le disuguaglianze in altri spazi possono esserlo meno. Dal punto di vista della misurazione perché alcune disuguaglianze possono essere facilmente misurabili, altre meno: ad esempio, la misurazione della disuguaglianza è complessa in un contesto multidimensionale o in uno in cui si hanno solo informazioni individuali di natura ordinale o categoriale.

 

Sul tema distributivo è poi sottolineata la necessità di porre attenzione alle disuguaglianze tra gruppi sociali oltre che tra individui. Disuguaglianze di genere, di classe o gruppo sociale di appartenenza, di etnia e di razza. Questo punto richiama le teorie dell’uguaglianza delle opportunità di recente proposte nella letteratura economica (si veda Roemer1 1998 e Fleurbaey2 2008), in base alle quali sarebbero inique le disuguaglianze sociali dovute a fattori ereditati e a circostanze esogene, mentre avrebbero legittimità morale quelle disuguaglianze dovute alle scelte responsabili degli individui. L’attenzione su questa teoria della giustizia distributiva è stata ampia sia nella letteratura scientifica sia nel dibattito pubblico degli ultimi anni: si consideri ad esempio il rapporto 2006 della Banca Mondiale3, largamente dedicato alla misurazione del grado di disuguaglianza di opportunità nei paesi in via di sviluppo. Nel rapporto della Banca Mondiale si riprende l’idea delle "trappole della disuguaglianza", situazioni di equilibrio in cui interi gruppi sociali sono ancorati a posizioni fisse sulla scala reddituale o economica, per spiegare performance deludenti nella crescita di alcune economie. Questa idea e, in generale, l’approccio dell’uguaglianza delle opportunità nella valutazione del benessere sociale non è esplicitamente richiamato dal rapporto. La discussione sullo spazio valutativo, tranne brevi cenni alla teoria delle capabilities, non coglie il discorso della responsabilità individuale e delle opportunità di scelta ed è per lo più incentrata su un approccio dei risultati e degli esiti individuali. Tuttavia, vi è un esplicito riferimento al tema della persistenza intergenerazionale delle situazioni di privazione e, inoltre, l’enfasi posta sulla necessità di valutare la disuguaglianza tra gruppi sociali, oltre che tra individui, può essere interpretata come riferimento indiretto al tema della disuguaglianza di opportunità. Sia perché la distanza tra gruppi può indicare una bassa mobilità (sia inter- sia intra-generazionale) degli individui tra i gruppi. Sia perché la distribuzione osservata degli esiti, ad esempio nell’istruzione o nello stato di salute, di tutti gli individui appartenenti ad un gruppo può essere interpretato come l’insieme delle realistiche opportunità di scelta disponibili per i membri di tale gruppo. In questo senso, misurare le disuguaglianze di genere, di etnia o di razza è un esercizio che ci permette di dire qualcosa sulle diverse opportunità di scelta degli individui appartenenti a gruppi diversi.

 

Il rapporto SSF preso sul serio pone interrogativi rilevanti. Ne formulo alcuni a titolo esemplificativo. Per rimanere al tema del benessere economico, si consideri il dibattito sul confronto tra i salari percepiti nelle diverse aree del Paese. Si sostiene che, al netto del problema derivante dai divari di produttività, per operare in modo rigoroso questo confronto occorra correggere il salario per il livello medio dei prezzi nell’area di residenza; l’assunzione, implicita, è che non sono i salari a dover essere uguali ma la qualità della vita che il salario permette di condurre. Domanda: e perché non correggere anche per la quantità e la qualità dei servizi pubblici nelle diverse aree del paese? Anche questo elemento, sostiene il Rapporto, contribuisce alla qualità della vita: in alcuni casi per piena sostituibilità tra beni e servizi pubblici e beni privati (si pensi al trasporto o alla sanità), in altri casi perché il livello e la qualità della spesa pubblica contribuiscono al benessere in senso lato della collettività. Nell’attesa di valutazioni soddisfacenti sulla qualità dei servizi pubblici, su cui pure recenti elaborazioni forniscono evidenze rilevanti, i dati sulla spesa pubblica pro-capite nelle diverse aree del paese, anche per settore, ci sono e potrebbero utilmente essere utilizzati. Considerazione analoga potrebbe formularsi con riferimento alle soglie di povertà assoluta elaborate dall’Istat di recente e variabili con le aree di residenza. Anche in questo caso, utili integrazioni potrebbero derivare dalla considerazione di alcuni dei fattori, materiali e non materiali, indicate dal Rapporto ed altamente variabili tra le aree del Paese.

 

 

1. Roemer J.E. (1998), Equality of Opportunity, Harvard: Harvard University Press.

2. Fleurbaey M (2008), Fairness, responsibility and welfare, Oxford University Press;

3. World Bank (2006), World Development Report 2006: Equity and Development, Washington, DC: The World Bank and Oxford University Press.

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