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LO SVILUPPO SOSTENIBILE E L’AMBIENTE NEL RAPPORTO DELLA COMMISSIONE STIGLITZ-SEN-FITOUSSI E-mail
Economia reale
di Valeria Costantini
23 dicembre 2009

costantini_sostenibilita_ambientale.jpgNel corso degli ultimi anni, un numero crescente di studiosi si è impegnato a contribuire al dibattito sulla riforma degli strumenti di governo dell’economia e della società per tenere conto di fenomeni legati ad una definizione ampia di sviluppo economico e sociale, tra cui gli aspetti legati all’interazione tra le attività dell’uomo e l’ambiente naturale.

Nella tradizione economica, la parola sostenibilità è spesso associata a due aggettivi, economica e/o finanziaria, e solo di recente un terzo aggettivo si è fatto strada, introducendo anche una sostenibilità ambientale.


Il riconoscimento graduale dell’importanza delle risorse naturali e delle funzioni ambientali da esse svolte come elemento fondante del benessere della società, attuale e futura, ha di fatto messo la comunità scientifica internazionale di fronte alla necessità di modificare il tradizionale paradigma di interpretazione dello sviluppo economico, includendo l’ambiente tra le variabili chiave che determinano il livello di sviluppo contemporaneo, ma soprattutto il livello di sviluppo futuro. Punto di grande conflitto resta, però, la misurazione di un livello di sviluppo che includa l’ambiente naturale, dal momento che questo è caratterizzato nella maggior parte dei casi dall’assenza di un valore monetario.

Il Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi rappresenta un esercizio di rassegna critica e sintesi dei principali risultati raggiunti dalla comunità scientifica internazionale sulle questioni della misurabilità della sostenibilità ambientale molto accurato e ricco di spunti di riflessione. Un aspetto va messo in luce prima di qualsiasi lettura approfondita di questa parte del Rapporto, ovvero, la premessa fatta dagli autori in merito ad un ‘quasi’ mancato obiettivo di proposta univoca e precisa su come modificare/integrare la computazione del PIL per introdurre elementi di sostenibilità ambientale. Tale premessa è ben giustificata dalla complessità delle proposte oggi disponibili messe a confronto in modo critico dal Rapporto. Coerentemente con essa, le conclusioni cui la Commissione giunge forniscono una serie di elementi di riflessione chiave per la collettività per poter raggiungere un consenso su una forma di misurazione economica della sostenibilità ambientale, senza però arrivare a formulare una ricetta magica definitiva.

La rassegna dei diversi approcci disponibili porta ad individuare due classi di indicatori come potenziali fonti di riflessione per apportare elementi di sostenibilità ambientale nel PIL, frutto dell’approccio metodologico orientato alla ricchezza, ovvero il Genuine Saving proposto dalla Banca Mondiale nel 1999 e l’Ecological Footprint proposto per la prima volta da Wackernagel e Rees nel 1995. In aggiunta a questa indicazione di massima, vengono poi elencati alcuni ulteriori spunti di riflessione necessari per esprimere delle raccomandazioni.

Il primo spunto riguarda la necessità di basare le valutazioni su proiezioni di scenari futuri e non solo su dati storicamente osservati, il che fa emergere il ruolo chiave delle assunzioni soggettive relative alla valutazione dell’incertezza e di conseguenza alla quantificazione del tasso di preferenza sociale inter-temporale. Per fare un esempio relativo al cambiamento climatico, laddove l’incertezza sull’entità dei fenomeni di riscaldamento terrestre è elevata, minore sarà la propensione della collettività a spendere per ridurre le emissioni effetto serra, dal momento che il costo associato al rischio percepito sui danni futuri è inferiore.

Il secondo spunto di rilievo riguarda la necessità di condividere una visione comune in merito alla funzione obiettivo che si vuole assumere come base del concetto di sostenibilità. Cosa è necessario preservare per le generazioni future, la capacità generica di produrre reddito, o la soddisfazione dei bisogni di base, o ancora la possibilità di esercitare le capacità, o ancora l’esistenza di alcuni elementi specifici degli ecosistemi? La condivisione dell’obiettivo di sostenibilità è la condizione necessaria per poter trovare un consenso sulle modalità di misurazione.

Il terzo spunto forse più controverso degli altri perché meno indagato dalla letteratura scientifica riguarda la scelta di un criterio di distribuzione intra-generazionale dei costi e dei benefici legati agli ecosistemi, anche in relazione al crescente grado di interdipendenza dei paesi associata alla globalizzazione economica e sociale.

Le raccomandazioni finali fornite dal Rapporto sono quindi diretta conseguenza di un’analisi critica ricca e complessa. Il Rapporto invita la comunità scientifica e politica internazionale a riflettere su due necessità di particolare importanza:

  1. la necessità di adottare una definizione condivisa di sostenibilità fondata sul concetto di stock (o ricchezza) che abbia basi teoriche coerenti con i fondamenti del PIL tradizionale dal momento che il reddito è comunque un fattore determinate nella definizione di benessere, che però soffre di alcune debolezze e va dunque affiancato da altri elementi oggi assenti;
  2. la necessità di selezionare gli aspetti ambientali a cui attribuire una valutazione economica, tenendo presente sia l’importanza della funzione ambientale sia la fattibilità di misurazione.

Alcune ulteriori riflessioni presenti nel Rapporto meritano attenzione, sia perché di particolare complessità, sia perché in alcuni casi trascurate dalla maggior parte del dibattito in materia. Rispetto alla definizione di sostenibilità adottata, nel Rapporto si parla immediatamente di "sustainability of well-being", il che implica una visione antropocentrica della sostenibilità ambientale, dove l’uso delle risorse naturali e dell’ecosistema nel suo complesso è funzionale al benessere dell’individuo. Tale premessa appare coerente con la prima definizione di sviluppo sostenibile apparsa sul Rapporto Brundtland "Our Common Future" nel 1987, inteso come "quello sviluppo in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la capacità di soddisfare i bisogni delle generazioni future". Una definizione all’apparenza chiara e univoca che, invece, lascia molto spazio all’interpretazione soggettiva. Nel testo originale, si utilizza, infatti, la parola "needs" (bisogni), degli esseri umani, con una chiara visione antropocentrica. Ma, oggi come allora, resta del tutto assente nella collettività un consenso circa la definizione stessa di bisogni da adottare e circa l’esistenza o meno di un limite entro cui l’ambiente naturale possa essere utilizzato per soddisfare i bisogni umani, e nel caso circa come fissare questo vincolo.

Riguardo alla questione definitoria dei bisogni umani, alcune semplici domande possono spiegare la complessità del problema. Quali bisogni da soddisfare: bisogni di base, e se sì cosa includiamo nei bisogni di base? Vivere in salute, avere accesso al cibo e all’acqua, avere accesso all’educazione, avere accesso ad un ambiente pulito? Lo stesso Sen, nel 2000, proponeva una definizione alternativa di sviluppo sostenibile basata sulle capacità (lo "sviluppo umano sostenibile"), di fatto fornendo una connotazione diversa alla funzione obiettivo della sostenibilità, non più incentrata sui bisogni, bensì sulle capacità (le quali includono una nozione di opportunità). Rispetto a questo aspetto, la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi non fornisce, in modo esplicito, una definizione univoca. Nel momento in cui l’obiettivo del Rapporto è quello di identificare un’alternativa al PIL che dal PIL prenda le mosse, il punto di partenza diventa una funzione di utilità dell’individuo basata sul reddito, seppure arricchibile di altri elementi associati all’ambiente naturale, quali l’aria pulita, l’accesso all’acqua potabile e via dicendo. Il richiamo ai contributi del chief economist della Banca Mondiale Kirk Hamilton va proprio nella direzione di dare enfasi ai tentativi di modificazione dell’utilità che partendo da una funzione basata sul consumo riescano a tenere conto dei benefici (o danni) derivanti dalle funzioni (o dalla loro assenza) svolte dall’ambiente naturale. E allora risulta anche coerente quanto emerge nelle raccomandazioni finali in merito alla necessità di adottare un approccio di misurazione basato sullo stock o sulla ricchezza.

Proprio sulla definizione di ricchezza come stock da mantenere intatto per la produzione di reddito (sostenibile) si pone una ulteriore questione metodologica di estremo rilievo. Il contributo fondamentale di Weitzman del 1976 rappresenta la base teorica su cui poggiano tutti i contributi sulla misurazione della sostenibilità ambientale che adottano un approccio di ricchezza. Ma, oggi come allora, resta aperto il dibattito sulla necessità o meno di imporre dei vincoli all’uso delle risorse naturali genericamente definite, indipendentemente dalla capacità di produzione di benessere. Un esempio può essere utile. Ipotizzando che lo stock di risorse di cui è dotato un paese sia costituito solo da petrolio, il criterio di sostenibilità basato sulla ricchezza impone che la quantità di capitale naturale consumato per produrre reddito debba essere rimpiazzato da investimenti in altre forme di capitale in sostituzione della risorsa che si esaurisce, in modo che quando il petrolio sarà finito il paese avrà una dotazione di capitale in grado di produrre lo stesso livello (o anche maggiore) di reddito in modo costante nel tempo, garantendo quindi il medesimo livello di benessere. Ma, come sostituire la foresta amazzonica? Il valore di questa risorsa naturale va ben al di là del potenziale beneficio economico derivante dalla vendita del legname, dal momento che le funzioni di stabilità climatica e biodiversità associate all’esistenza della foresta sono difficilmente riproducibili da parte di altre forme di capitale. Qui si pone il problema di imporre dei vincoli alla funzione stessa di utilità, ovvero, di introdurre come argomento della funzione qualche elemento aggiuntivo rispetto alla possibilità di consumo derivante dalla produzione di reddito. Su questo specifico punto la letteratura ha fornito numerosi spunti di riflessione senza arrivare ad un accordo pienamente condiviso. Un esempio di successo in relazione alla presenza di un vincolo al consumo di risorse naturali interpretato come potenziale fonte di benessere può essere rappresentato dall’attenzione alla cosiddetta multifunzionalità dell’agricoltura prevista dalla politica agricola comunitaria, la quale riconosce pienamente la funzione ambientale svolta dal territorio (conservazione del paesaggio naturale e della biodiversità, riduzione dell’erosione dei suoli, ma solo per citare pochi esempi).

Un terzo elemento di riflessione concerne poi la caratteristica geografica del bene ambientale oggetto di analisi, se di natura locale o globale, che introduce un ulteriore elemento di incertezza circa la distribuzione intra-generazionale dei costi e dei benefici legati all’uso delle risorse naturali. Se devono essere inseriti nel PIL elementi di costo relativi al danno ambientale prodotto da attività antropiche, nel caso di danni di portata globale, la distribuzione tra i paesi può diventare piuttosto controversa. Il caso della protezione della foresta amazzonica è emblematico. La deforestazione in Brasile può, ad esempio, essere vista da due punti di vista molto distanti: il taglio della foresta comporta un beneficio netto per la popolazione brasiliana che ottiene un rendimento dalla vendita del legname e dall’incremento della produzione agricola sui terreni deforestati, con il conseguente miglioramento della sostenibilità economica del paese. Di contro, la riduzione della biodiversità e della capacità di stabilizzare il clima sono danni che si ripercuotono sulla popolazione mondiale. Chi dovrebbe pagare l’eventuale costo sostenuto dalla popolazione brasiliana? Qualche anno fa Stiglitz stesso ha messo in evidenza questo problema in relazione ai cosiddetti meccanismi flessibili previsti nel Protocollo di Kyoto. Di recente, tali meccanismi sono stati modificati per consentire ai paesi soggetti a obblighi di abbattimento delle emissioni di gas serra di effettuare investimenti nei paesi in via di sviluppo per aiutare i governi a non deforestare. In tal caso, il valore economico che il mercato attribuisce a questi servizi ambientali - la letteratura anglossassone parla di "payment for environmental services" – equivale al costo unitario di ogni tonnellata di carbonio che la foresta continua ad assorbire.

Tutto questo per dire che introdurre dei meccanismi di valutazione economica del danno ambientale è un’operazione piuttosto complessa che necessita di un accordo su scala internazionale e a volte, come nel caso del Protocollo di Kyoto, di una istituzione internazionale con potere sanzionatorio. L’esito non positivo su un possibile scenario Post-Kyoto dopo la Conferenza di Copenaghen del dicembre 2009, con la mancanza di obiettivi di abbattimento specifici (e quindi quantificazione dei costi per i paesi soggetti a obblighi) costituisce la prova della grande difficoltà e complessità che questi temi pongono alla comunità internazionale. Il mancato accordo sul cambiamento climatico va di pari passo con il mancato consenso internazionale su una misura condivisa di benessere sostenibile.

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