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DISEGUAGLIANZA, DIRITTI E BENESSERE ECONOMICO E-mail
di Enrica Chiappero-Martinetti
23 dicembre 2009

chiappero_popolazioni.jpgIl Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, per l’autorevolezza degli estensori e per il livello di approfondimento con cui tratta le questioni affrontate, riveste un ruolo centrale nella discussione più recente sul significato di progresso e sulla sua misurazione e richiama alla nostra attenzione alcuni aspetti importanti già segnalati in questa rivista dall’intervento di Maurizio Franzini del 29 settembre scorso e ripresi nel numero odierno.


Pur riconoscendo pienamente i tanti e importanti meriti di questo Rapporto - in primis quello di ricordarci che se "ciò che misuriamo influenza ciò che facciamo", abbiamo bisogno di metriche più adeguate per misurare il progresso economico e sociale e la sua sostenibilità nel tempo per evitare che misure deboli conducano a politiche distorte - vorrei qui sottolinearne un possibile limite.

Un rilievo critico che può essere fatto nei confronti del Rapporto, è quello di non riservare uno spazio adeguato alle diseguaglianze, siano esse intese in senso verticale (cioè con riferimento alle posizioni occupate dai singoli individui lungo la scala del benessere) sia, e forse ancor di più, alle diseguaglianze orizzontali (cioè, tra quelle esistenti tra gruppi di popolazione).

Il Rapporto riconosce il fatto che l’impiego di indicatori macro-aggregati e di valori medi inevitabilmente finisce per nascondere le profonde differenze esistenti nel modo in cui reddito, consumo e ricchezza sono effettivamente distribuiti all’interno della società tra i singoli individui, tra le famiglie e, talvolta, all’interno delle stesse famiglie. Quando però si passa alle raccomandazioni, le indicazioni fornite su come includere la questione distributiva nella misurazione del benessere e del progresso sono piuttosto blande. Sul fronte delle misure di reddito si suggerisce di guardare al reddito mediano anziché al reddito medio, in quanto indicatore più stabile e meno sensibile a ciò che accade agli estremi della distribuzione, e di complementare queste informazioni, qualora occorra, guardando a quanto accade specificamente nella parte più bassa e in quella più alta della distribuzione del reddito o della ricchezza (raccomandazione 4). Nello stesso tempo, il Rapporto ricorda però per tener conto in modo appropriato degli aspetti distributivi, occorrerebbe utilizzare informazioni più accurate come quelle che provengono dai microdati delle indagini campionarie sulle famiglie, con tutte le difficoltà del caso legate alla disponibilità, alla confrontabilità nel tempo e nello spazio e all’attendibilità delle informazioni fornite da questo tipo di indagini (la cui qualità è certamente molto alta per le indagini riferite ai paesi OCSE ma decisamente più scarsa per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo).

La questione della diseguaglianza, questa volta principalmente intesa come diseguaglianza orizzontale, viene poi ripresa nella seconda parte del Rapporto dedicata alla misurazione della qualità della vita, in particolare, quando si rimarca il fatto che le diseguaglianze andrebbero valutate non solo tra le persone ma anche tra gruppi socio-economici, tra generi e tra generazioni (raccomandazione 7) e con riferimento ad una pluralità di spazi valutativi. Tre sono i riferimenti teorici che fanno da sfondo alle definizioni possibili di qualità della vita. L’approccio che guarda al benessere soggettivo e, più in generale, la crescente letteratura sulla misura della felicità sviluppata negli anni più recenti. L’approccio basato sulle capacità e sulle opportunità reali che le persone hanno di scegliere i traguardi che intendono perseguire. L’approccio basato su di un principio di allocazioni eque (fair allocations) che siano rispettose delle preferenze individuali. In comune, hanno il fatto di spostare l’attenzione dalla sola metrica del reddito a una pluralità di aspetti che possono aver peso nella vita delle persone.

Le dimensioni che il Rapporto suggerisce di includere nel calcolo della qualità della vita comprendono aspetti quali la salute, l’istruzione, il lavoro e la casa, la partecipazione politica, le relazioni sociali e la sicurezza personale ed economica. L’attenzione ad una pluralità di spazi pone in luce il fatto che, molto spesso, le forme di svantaggio si manifestano in più dimensioni contemporaneamente, tendono a cumularsi tra loro e a trasferirsi tra generazioni, amplificando e radicando le distanze presenti all’interno della società.

Anche in questo caso però, e forse in maniera ancora più evidente rispetto al caso del reddito o della ricchezza, non è facile individuare un criterio comune e condiviso per misurare le diseguaglianze in ambiti così diversi e tra i differenti sotto-gruppi di popolazione. Per il modo stesso in cui si caratterizzano e si distribuiscono le variabili impiegate per misurare la qualità della vita nelle diverse dimensioni, è difficile impiegare le misure standard di diseguaglianza e assai complessa risulterebbe anche la loro interpretazione. E’ sufficiente pensare alla misurazione della diseguaglianza per quanto riguarda aspetti quali le condizioni di salute, per loro natura concentrate nella fascia di età avanzata, o la difficoltà di interpretare la diseguaglianza nel caso di dimensioni della vita come le relazioni sociali o la partecipazione politica. Ancora una volta, però, il Rapporto non si spinge al di là di una semplice enunciazione di principi e l’auspicio che le statistiche future si estendano fino a considerare questi aspetti. A prescindere dalle difficoltà, che pure esistono, di guardare al di là delle medie per cercare di catturare le differenze nelle condizioni di vita e di opportunità delle persone, il fuoco del Rapporto francese è comunque decisamente più orientato a misurare il progresso su base aggregata più che al modo in cui questo distribuisce i suoi effetti all’interno della società.

Il tema delle diseguaglianze è invece decisamente al centro dell’attenzione in un altro Rapporto recentemente prodotto in Gran Bretagna dalla Equality and Human Rights Commission (EHRC)1 che presenta alcuni punti in comune con il Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, in primis, il riferimento all’approccio delle capacità quale cornice teorica di riferimento per la valutazione delle condizioni di vita delle persone. Se però nel Rapporto francese l’approccio delle capacità, pur richiamato in più parti, resta un po’ sullo sfondo della discussione e rappresenta una delle lenti – non l’unica – attraverso cui si guarda al benessere, l’intero Rapporto britannico fa perno su questo schema teorico e si pone l’obiettivo, ambizioso ma in larga misura riuscito, di farlo diventare uno strumento operativo per il disegno delle politiche pubbliche in campo sociale.

In breve: l’EHRC è una Commissione indipendente di esperti nominata dal Primo Ministro Britannico nel 2007 allo scopo di unificare in una prospettiva integrata il lavoro svolto da tre pre-esistenti commissioni governative, già impegnate sul fronte dell’eguaglianza nella sfera del genere, della disabilità e dell’etnicità e di estenderne le finalità in relazione ad altri fattori di rilievo quali l’età, la religione e l’orientamento sessuale.

Partendo da quelli che sono riconosciuti come diritti umani universali e attraverso un complesso processo di consultazione di tipo partecipativo che ha coinvolto anche categorie di popolazione potenzialmente svantaggiate, la Commissione ha redatto una lista di dieci dimensioni considerate rilevanti ai fini della valutazione e delle istanze di eguaglianza. Questa lista comprende: 1) la dimensione della longevità e la possibilità di sfuggire a una mortalità precoce; 2) l’integrità fisica e la possibilità di sfuggire alla violenza fisica e sessuale; 3) la salute e l’accesso a servizi sanitari di qualità; 4) l’istruzione, la formazione e l’accesso alla conoscenza nel corso dell’intera vita; 5) il tenore di vita materiale, la cui definizione include aspetti quali la nutrizione, la casa, il vestiario, i servizi sociali e i trasporti; 6), la sfera occupazionale, fino a comprendervi anche il bilanciamento tra vita e lavoro e la conciliazione tra lavoro di mercato e lavoro di cura; 7) la vita personale, famigliare e sociale, inclusa l’autonomia e l’eguaglianza nella vita di relazione e di coppia; 8) la possibilità di partecipare, di influire e di far sentire la propria voce nell’arena democratica; 9) l’identità, compresa quella religiosa, la libertà di espressione e il rispetto di sé; 10) la sicurezza legale, ivi incluso il principio di uguaglianza e di non-discriminazione e il diritto ad un eguale trattamento di fronte al sistema giudiziario. Come si può osservare, molte di queste dimensioni sono in comune con quelle menzionate nel Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi.

Rispetto al Rapporto francese, però, qui è decisamente maggiore l’attenzione posta nei confronti delle diseguaglianze, sulla base dell’assunto che ogni valutazione di benessere e di progresso deve guardare alla popolazione nel suo complesso ma con particolare attenzione ad alcuni gruppi rispetto ai quali tradizionalmente si osservano forme più o meno gravi di discriminazione. L’attenzione, in particolare, ricade su sei caratteristiche della popolazione: l’età, la disabilità, l’etnicità, il genere (inclusa la condizione di transgender), l’appartenenza religiosa e l’orientamento sessuale. Il Rapporto britannico ricorda poi che i gruppi più svantaggiati, nei confronti dei quali occorrere prestare attenzione, non costituiscono affatto una minoranza nelle società moderne. Le donne sono maggioranza assoluta della popolazione; ad alcuni di questi gruppi – è il caso degli anziani – tutti sono destinati prima o poi, sperabilmente, ad appartenere; al prolungamento della vita media, si accompagna spesso una condizione di disabilità e vulnerabilità; infine, se l’appartenenza etnica non è una circostanza modificabile, in una società multietnica non è escluso che i nostri figli o i nostri nipoti possano essere di razza mista.

Porre maggior attenzione alle questioni di equità, all’eguaglianza di opportunità, alla tutela della fragilità e della vulnerabilità non è un elemento secondario o da cui si può prescindere. Se non bastassero le ragioni di giustizia e di equità, il Rapporto britannico ci ricorda il fatto che società meno diseguali possono progredire più velocemente anche sul fronte della crescita economica e risultano rafforzate sul piano della stabilità e della coesione sociale. Un argomento questo troppo spesso trascurato.

 

 

1. Per una descrizione della genesi, delle modalità di lavoro e dei risultati prodotti dalla Commissione britannica si rinvia a: EHRC (2008), Equality and Human Rights Commission. The equality measurement framework, EHRC Briefing note; Equalities Review (2007) Fairness and freedom: the final report of the Equalities Review; Equalities Review (2007b) Consulting for a Capability List. Research Study conducted by IPSOS-MORI for the Equalities Review. Questi e altri documenti sono disponibili sul sito: www.equalities.gov.uk

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