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IL PAPA, IL MERCATO E LO STATO E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
17 dicembre 2009

benedetto_xvi_gaiani.jpgUn’analisi puntuale di taluni elementi specifici dell’ Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, attesa proprio in ragione della sua annunciata natura "sociale" può permettere di sviluppare un discorso che altrimenti rischia di cadere o nella genericità o nell’errore di attribuire all’ Enciclica stessa delle intenzioni che esulano dalla natura stessa del documento.

 

Il Papa riconosce in effetti il valore specifico dell'economia di mercato, a cui però si affianca la necessità che tale economia sia sempre ricondotta alla sua finalità specifica, che è quella del bene comune. Di fatto, pur non giudicando la globalizzazione come elemento di per sé negativo o positivo, Benedetto XVI constata come il predominio della finanza sull' economia, e prima ancora più in generale della tecnica sulla cultura, abbia come effetto quello di perdere di vista l'umanità del gesto economico, di fatto subordinando alle esigenze della massimizzazione del profitto quelle della persona intesa nel suo complesso.

 

Ma, ricorda realisticamente il Papa, i costi umani sono anche costi economici, ed un'economia che si basa sulla disoccupazione di massa, sull'impoverimento diffuso, sul disprezzo dei diritti dei lavoratori e dei cittadini non va troppo lontano. Con altrettanto realismo l'antico professore tedesco avverte che la divisione in due tempi fra produzione e redistribuzione della ricchezza non regge più, e che quindi ogni parte del processo economico va condotta in base al principio della giustizia distributiva, in tal senso rivalutando il ruolo specifico dello Stato e dei pubblici poteri e subordinando la logica contrattuale propria dell'economia di mercato all'esigenza di "leggi giuste e forme di redistribuzione guidate dalla politica" ( Caritas in veritate,37), rafforzando la tripartizione degli attori economici e sociali suggerita da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: lo Stato, il mercato e la società civile (38).

 

In questa prospettiva trova spazio anche l’esortazione a non ritenere che l’attività economica possa "risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile", ritenendo anzi che "il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica" (37).

 

Da qui origina la nuova funzione di taluni soggetti tradizionali della scena sociale, come i sindacati dei lavoratori, ai quali spetta non solo l'ovvia rivendicazione di un lavoro "decente" a fronte di quella vergogna globale che sono la povertà e la disoccupazione di massa, ma anche il "farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società" come "quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto fra persona – lavoratrice e persona- consumatrice", e più in generale invitandoli a farsi carico anche delle violazioni dei diritti dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo (64).

 

Questo modello di analisi, e soprattutto le proposte ad essa connesse, presentano dei punti deboli?

Probabilmente sì, perché, ferma restando l’avvertenza iniziale sul valore non immediatamente operativo delle indicazioni dell’Enciclica, l’asserita necessità del ripensamento del ruolo della politica, e delle istituzioni pubbliche (a partire evidentemente dallo Stato) nella più complessa architettura dell'organizzazione sociale, rimane ancora imprecisata, laddove il punto evidentemente è quello di costruire un nuovo equilibrio nel momento in cui la dimensione mercantile deborda su quella politica e su quella sociale.

 

In questo senso, una debolezza specifica dell'Enciclica, e forse di tutta l'architettura dell'insegnamento sociale della Chiesa, sta nella difficoltà di articolare in termini credibili il passaggio fra l'istanza di carattere etico e quella di carattere politico ed economico. Più precisamente, come ha indicato Piergaetano Marchetti in un recente dibattito con il card. Dionigi Tettamanzi, quella che manca è la presa di coscienza della centralità della questione giuridica, ossia del riconoscimento della necessaria mediazione del diritto, e quindi della politica, rispetto al proporsi di aspirazioni e bisogni che, pur oggettivamente fondati, chiedono tuttavia di superare i conati spontaneistici per diventare momento di costruzione di una nuova architettura politica e sociale. Lo si vede soprattutto con il ciclico riproporsi della questione della sussidiarietà, che è in effetti uno dei pilastri dell’insegnamento sociale della Chiesa, e che nel corso degli anni si è tuttavia evoluta in modo tale da diventare una sorta di passaporto per la demolizione delle strutture statuali, in particolare di quelle di welfare, rappresentando nel migliore dei casi una sorta di scommessa al buio su iniziative spontanee, pur meritevoli, che richiedono tuttavia di essere portate a sintesi e governate, e, nel peggiore, una fonte di abusi e di privatizzazione sistematica dei beni pubblici.

 

L’appello alla dimensione etica, alle leggi non scritte tuttavia presenti nella coscienza comune, è certo un forte fattore mobilitativo, ma non credo si possa concludere da questo che nel testo pontificio la questione istituzionale sia completamente assente. Essa viene, per così dire, spostata a livello sovranazionale, con una forte sottolineatura del ruolo delle organizzazioni internazionali, a partire dall’ ONU, la cui riforma dovrebbe andare di pari passo alla riforma dell'architettura economica e finanziari internazionale, richiedendo di dare "reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni", facendo evolvere l'attuale struttura delle Nazioni Unite, verso una vera e propria Autorità politica mondiale, finalizzata al governo dell'economia mondiale, al risanamento delle economie in crisi, alla realizzazione del disarmo integrale, alla salvaguardia dell'ambiente, alla regolamentazione dei flussi migratori.

 

La questione generale sta in un serio ripensamento della polarità fra diritto naturale e diritto positivo, che rischia evidentemente di generare equivoci ma che nello stesso tempo potrebbe avviare un momento fecondo di confronto fra la posizione cattolica, quella laica e quella di altre forme culturali e religiose che stanno entrando nel discorso pubblico del nostro Paese, al fine di spostare più avanti i paletti della riflessione sulla nuova fondazione del patto sociale in un contesto non più segnato da un unico riferimento di senso.

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