Home arrow Politica e Istituzioni arrow LIBERISMO, LIBERALISMO E SINISTRA
LIBERISMO, LIBERALISMO E SINISTRA E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Artoni
17 dicembre 2009

artoni_politica_e_istituzioni.jpgI temi affrontati da Tamborini nel suo interessante ed utile contributo possono essere ulteriormente sistematizzati e chiariti facendo riferimento all’essenziale distinzione fra liberalismo e liberismo enunciata con forza da Benedetto Croce nel 1941 al termine del suo dibattito pluriennale con Einaudi. "Il principio del liberalismo è quello della sempre maggiore elevazione della vita, e pertanto della libertà, senza cui non è concepibile né elevazione né attività.

 

Al liberismo, come al comunismo, il liberalismo dice , accetterò o respingerò le vostre singole e particolari proposte secondo che esse, nelle condizioni date di tempo e di luogo, promuovano o deprimano, l’umana creatività, la libertà". E aggiungeva: "La legislazione operaia e altrettali provvedimenti poterono essere considerati antiliberistici, ma non solo non erano antiliberali, sì invece sanamente liberali, in quanto concorrevano all’elevazione dell’uomo".

Parole scritte quasi 70 anni fa, ma che, a mio giudizio, meglio di ogni altre spiegano perché il matrimonio fra la socialdemocrazia e il cosiddetto liberismo è fallito. La ragione di fondo sta nel fatto che si è confuso liberalismo con liberismo. Il liberismo è, da un lato, fiducia granitica nel buon funzionamento del meccanismo di mercato e, dall’altro, sostanziale emarginazione di tutte le problematiche distributive, non semplicemente di tipo reddituale, ma anche di quelle riconducibili ai diritti di cittadinanza. L’ultima versione di questo impostazione ideologica si fonda sul concetto di meritocrazia, che non viene intesa come riconoscimento dell’interesse sociale al conferimento di posizioni a chi è relativamente più capace, ma anche e soprattutto come attribuzione di benefici collaterali ed esclusivi a chi svolge certi ruoli (vedi gli stipendi dei banchieri, per i quali in molti casi non vale neppure la prima accezione di meritocrazia). E’ comunque facile riconoscere con Tamborini le gravi insufficienze dell’ultima versione del liberismo italiano, spesso gratificato della qualifica di riformismo.

Il liberalismo, allineandomi alla posizione di Croce, è in primo luogo, al contrario del liberismo, antidogmatico, essendo imprescindibile un’analisi accurata delle condizioni in cui le singole ipotesi d’intervento si vengono a collocare. Il liberalismo è anche organicamente colto, imponendosi un inquadramento compiuto di tutte le tematiche. Ricordando che Stiglitz ha osservato che l’ideologia è un meccanismo utile per economizzare sul costo dell’informazione, appare evidente che le analisi specifiche devono essere inserite in un quadro complessivo (liberalizzare una porzione del mercato del lavoro, sulla base di analisi spesso scorrette e senza considerare le implicazioni sulla distribuzione del reddito e sulla dinamica della domanda aggregata è manifestazione di incapacità di una lettura complessiva dei fenomeni, o di assenza di un adeguato riferimento ideologico nel senso di Stiglitz).

E’ compatibile il liberalismo con una generica posizione di sinistra? Croce, nel 1941, non lo esclude. Le esperienze del dopoguerra, che hanno certamente portato alla presa di coscienza dei molti errori che le posizioni dogmatiche riferite alla sinistra comportavano, dovrebbe renderci ancora più convinti della possibilità di una risposta positiva, purché l’adesione al liberalismo non diventi di fatto, com’è accaduto spesso con scarsa consapevolezza, un’accettazione acritica del liberismo.

Quali sono le condizioni perché ciò avvenga? In primo luogo, riprendendo le precedenti osservazioni, è necessaria l’individuazione di riferimenti politico filosofici appropriati. Personalmente, ma anche Tamborini vi fa riferimento, ritengo che il filone più significativo e più utile per un‘impostazione modernamente di sinistra alternativa a quella dominante possa essere ritrovata nella filosofia politica americana, a partire da Ralws e Walzer, fino ad autori che hanno saputo leggere gli elementi di fragilità, d’incertezza e d’insicurezza che le politiche sociali seguite negli ultimi vent’anni in quel paese, fondate sull’indebitamento delle famiglie, hanno introdotto nella società americana. Se si vuole, da quelle letture riemerge l’aspetto più significativo dell’esperienza socialdemocratica europea del secondo dopoguerra; l’uguaglianza sostanziale all’interno di una comunità richiede una pluralità d’interventi, di cui la componente puramente monetaria, su cui si tende spesso a misurare la qualità delle politiche, non è necessariamente la più importante.

Sul fronte più strettamente economico non è mai inopportuno ricordare che l’economia politica non è una disciplina assimilabile alle scienza dure. Si possono riconoscere in sintesi estrema due scuole: la prima, sostanzialmente autoreferenziale, elimina dal quadro analitico, tutti gli elementi che possono disturbare la rappresentazione idealizzata del funzionamento del mercato salvo alcune frizioni da eliminare con opportuni interventi. La seconda, sulla base di solide tradizioni scientifiche pluridisciplinari, cerca di leggere la realtà come si presenta, con tutte le sue contraddizioni e gli inerenti fenomeni d’instabilità e di conflittualità (che è compito della politica comporre).

SI può qui ricordare che già Pantaleoni suddivideva gli economisti in due scuole: quelli che la sanno e quelli che non la sanno. In questi anni di bombardamento ideologico si è voluto far credere che ci fosse coincidenza fra economisti liberisti e economisti competenti, confondendo manipolazione matematica (e ideologica) e pseudo verifiche empiriche con serie analisi economiche e sociali (forse il recupero di alcuni dei presupposti metodologici della scuola storica tedesca non sarebbe inappropriato). Le vicende più recenti permettono peraltro di sostenere con ragionevolezza la tesi contraria: economisti pensanti di varia origine (da Akerlof a Bowles a Krugman a Stiglitz ai veri eredi della tradizione keynesiana) sono a mio giudizio i veri competenti.

Il fatto poi che gli economisti siano in generale andati "so wrong", per dirla con Krugman, rivela l’urgenza che siano ribaltati sia i meccanismi valutativi correnti concernenti qualità e rilevanza della ricerca, sia le linee interpretative dominanti nella formulazione delle proposte di politica economica. Queste linee continuano ad essere utilizzate a nelle diverse sedi, anche là dove si richiederebbero elaborazioni alternative.

  Commenti (1)
interessante
Scritto da ivan lombardi website, il 28-12-2009 13:27
Egr. Prof. potrebbe spiegare un pò più analiticamente, semmai con esempi, la frase : "cerca di leggere la realtà come si presenta, con tutte le sue contraddizioni e gli inerenti fenomeni d’instabilità e di conflittualità (che è compito della politica comporre)"?

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >