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UNA CURA DA CAVALLO PER ABBATTERE IL DEBITO E-mail
di Emilio Barucci
14 marzo 2008
privatizzazioni 
Per natura i programmi elettorali sono prodighi di dettagli sul lato del dare ma lo sono molto meno sul lato dell’avere. Eppure i conti debbono in qualche modo tornare e quindi qualcosa deve essere proposto sui tagli alla spesa e sul lato delle privatizzazioni per fare fronte all’elevato debito pubblico (104% del pil a fine 2007). I programmi del PD e del PDL non mancano di farlo.


L’esperienza del governo Berlusconi e del governo Prodi è stata deludente in tema di privatizzazioni non tanto per la loro assenza, si badi bene che le privatizzazioni non sono un ‘‘dovere’’ da pagare alla modernità, quanto per l’assenza di un ridisegno del ruolo dello Stato imprenditore.

 

Probabilmente era da prevedere, i governi coalizionali non facilitano i processi di privatizzazione e passata l’impellenza dell’entrata nell’euro un rallentamento era nelle cose anche perché non vi sono più molti assets facilmente liquidabili (1). Il PD e il PDL, che corrono da soli, hanno ripreso il punto proponendo una cura shock di abbattimento del debito pubblico basata soprattutto su una valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico.

 

I programmi riportano numeri che vanno presi sul serio. Nel programma del PD si affronta la questione in più punti. Nell’azione 1 si propone una valorizzazione del patrimonio pubblico immobiliare non demaniale che dovrebbe contribuire a ridurre il debito pubblico sotto il 90% del PIL liberando risorse per mezzo punto percentuale di PIL. Il tema è toccato anche in altri punti: l’azione 5 invoca la separazione della rete gas da Eni e l’introduzione della concorrenza nel trasporto pubblico locale e nelle ferrovie che potrebbe aprire la strada anche alla privatizzazione di imprese, discorso simile sulla liberalizzazione per i servizi pubblici locali (azione 9). Nel programma del PDL si parla di liquidare le società pubbliche non essenziali e di collocare sul mercato una quota rilevante del patrimonio dello Stato (aziende, immobili, crediti, concessioni) costruendo un patto con gli enti locali. Come contraltare al piano di dismissioni, ambedue i programmi propongono un rilancio delle infrastrutture e dell’edilizia abitativa pubblica.

 


Analizziamo i programmi da tre punti di vista:


I numeri.
E’ difficile fare delle stime, nel complesso l’operazione del PD potrebbe valere 10-15 miliardi l’anno mentre quella del PDL dovrebbe valere il doppio. Nell’arco di cinque anni il piano del PD potrebbe portare a 70/80 miliardi e il rapporto debito pubblico/PIL potrebbe scendere sotto il 100%. Questo primo dato suggerisce che non sarà facile giungere alla soglia del 90%: per arrivarci occorre agire tramite altri canali o accelerare i piani.


Gli assets. Il PD fa riferimento quasi esclusivamente ai beni immobiliari non demaniali anche se i progetti di liberalizzazione potrebbero prevedere la privatizzazione di municipalizzate e di imprese a controllo statale, il piano del PDL invece interessa tutti gli assets in mano allo Stato. Il PDL stima in 700 miliardi l’attivo che potrebbe essere collocato sul mercato. Il dato forse va corretto al ribasso ma sicuramente abbiamo che circa i ¾ di questi assets è costituito da immobili. Le partecipazioni azionarie in mano allo Stato non arrivano a 100 miliardi (meno di 50 a valore di mercato per le imprese quotate e il resto per le non quotate valutate a valore di libro) e le municipalizzate non arrivano a 20 miliardi. Se guardiamo per bene agli immobili in mano pubblica scopriamo che gran parte sono strumentali (oltre 200 miliardi) e quindi non liquidabili e che buona parte sono in mano agli enti locali. Stime recentemente proposte portano a 20 miliardi di immobili non strumentali in mano allo Stato centrale e a 160 miliardi di euro di beni immobili non strumentali e di edilizia popolare in mano agli enti locali (2).


Come farlo. I programmi sono scarni su come realizzare il progetto. Sulla stampa aleggia il piano della superholding già accarezzato da Tremonti a suo tempo: creiamo una newco con dentro assets pubblici di diversa natura, la collochiamo sul mercato con lo Stato che ne mantiene il controllo. I programmi non ne parlano esplicitamente anche se quello del PDL gli è assai vicino. Un piano così congegnato sarebbe male accolto dai mercati finanziari e la possibilità di fare ricorso alla buona volontà dei risparmiatori appare essere assai remota. In generale vi sono almeno tre profili di criticità:

1. liquidabilità/valorizzazione degli assets. Il programma del PD propone la valorizzazione del patrimonio non demaniale: la strada proposta è quella giusta, in effetti l’esperienza delle cartolarizzazioni con valori immobiliari persi per sempre insegna che si deve passare tramite una attenta opera di valorizzazione dei beni immobili cercando di fare incrociare al meglio la domanda e l’offerta senza ricorrere a dismissioni di massa che avverrebbero per forza di cose a sconto;


2. tempo necessario. Un progetto di valorizzazione necessita di tempo e di una macchina organizzativa diffusa sul territorio che metta insieme competenze diverse. Quanto sarà possibile fare in cinque anni?


3. rapporto con gli enti locali. Ammesso che si affrontino questi due problemi come riusciremo a fare affluire le risorse dagli enti locali, che sono i proprietari e saranno chiamati a promuovere i progetti di valorizzazione/dismissione, allo Stato che ‘‘detiene’’ il debito?

 

Possiamo avanzare qualche considerazione utile per la realizzazione di questi piani. Un piano da 100/120 miliardi di dismissioni in cinque anni può essere raggiunto solo se il governo agirà con decisione, rinuncerà al progetto superholding e lavorerà sia sul fronte degli immobili che sul fronte delle partecipazioni azionarie (comprese alcune concessioni come quelle televisive che non aspettano altro che di essere valorizzate) instaurando un patto con gli enti locali e facilitando le opere di valorizzazione degli immobili.

 

Saranno necessari interventi di tipo amministrativo/legislativo che accompagnino il progetto di valorizzazione/dismissione. Con gli enti locali il tema dell’abbattimento del debito dovrà entrare a fare parte della più ampia partita sul federalismo fiscale-patto di stabilità interna. Una partita che non deve essere vista come una tantum ma che deve coinvolgere più legislature. Infine si deve tornare a parlare di privatizzazioni di società in mano allo Stato. Se fatte bene sono un elemento positivo. SACE, ANAS e Banco Posta e qualche società di più piccola dimensione (Tirrenia, Poligrafico) possono essere collocate sul mercato, una partita cruciale sarà infine quella dello scorporo della rete gas.

 

Un punto importante deve comunque emergere. Il tema delle privatizzazioni non può essere affrontato isolatamente (e per forza di cose ideologicamente) ma assieme a quello del debito pubblico che limita ogni progetto di sviluppo e di perequazione sociale. Dobbiamo quindi valutare gli ambiti in cui lo Stato può fare un passo indietro con un beneficio per la comunità, gli spazi non sono ampi ma ci sono. Purtroppo gli asset ‘‘facili’’ da dismettere scarseggiano e non si può più sbagliare un colpo come è già successo con alcune privatizzazioni in passato. 

                                                                                                                                                          Emilio Barucci



(1) Non dimentichiamoci che la grande stagione delle privatizzazioni (molte delle quali parziali) dello Stato Italiano (1992-2005) ha fruttato 140 miliardi contribuendo a ridurre il debito pubblico di circa l’8%.
(2) Si veda ‘‘Invertire la rotta’’ a cura di Guarino, Reviglio, Rodata, Il Mulino 2007.

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