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IL FUTURO DELLA BANCA? VIA REGOLAMENTAZIONE O PER LEGGE? E-mail
Finanza
di Emilio Barucci
04 dicembre 2009

banche_barucci.jpgRoberto Tamborini in Qual è il futuro della banca? si pone questa domanda ‘‘dobbiamo reintrodurre le onorate leggi bancarie di segmentazione e specializzazione funzionale che hanno contraddistinto i sistemi finanziari nei cinquant'anni successivi alla crisi del '29?’’.

 

Tamborini non fornisce una risposta pone però in modo convincente il punto che, dopo il ‘‘disastro’’ prodotto dall’attuale sistema di regolazione, il dibattito non è tra un sistema inefficiente - quello dell’intermediazione creditizia pre-anni ’80 con mercati segmentati e intermediari specializzati – e il sistema attuale che sembra sì garantire una corretta allocazione del credito ma che ha anche portato a questa crisi. Il punto sollevato da Tamborini è che forse il primo sistema portava ad un’inefficienza gestionale e allocativa ma quello in vigore adesso non ha garantito la stabilità del sistema finanziario. Il punto è ineccepibile, si tratta di confrontare due sistemi che presentano ambedue profili di inefficienza (soluzioni di second best).

 

Tamborini non fornisce una risposta su quale sistema sia più efficace ma pone come dirimente la scelta sul grado di segmentazione dei mercati e sulla specializzazione degli intermediari. Il punto è che l’attuale sistema ha portato le banche a ‘‘smettere di fare il loro mestiere’’, cioè a dire l’attività tradizionale di intermediazione (depositi e prestiti alle imprese) ha perso di peso nei bilanci degli intermediari: essa è divenuta sempre meno redditizia nel corso del tempo e le banche hanno reagito a questa tendenza espandendo la loro attività in aree di business rischiose ma redditizie e aumentando al leva (rapporto tra attività finanziarie e patrimonio).

 

In fin dei conti l’opzione è tra un ritorno al passato con una specializzazione dell’attività creditizia imposta per legge ed il tentativo di passare tramite la regolazione all’interno dell’attuale sistema.

 

La prima opzione è difficilmente praticabile e, forse, non è auspicabile. L’integrazione dei mercati è una conquista da cui difficilmente si potrà tornare indietro, il confronto sulla regolamentazione si svolge adesso a livello internazionale e in questa sede il peso della ‘‘finanza’’ è capace, anche dopo la crisi finanziaria, di contrastare eventuali tentativi della ‘‘politica’’ di porgli un freno. Del resto la spinta di quest’ultima si è già affievolita concentrandosi su falsi problemi o di dettaglio quali i paradisi fiscali, i compensi dei managers, l’attività speculativa. Una simile opzione non è neanche auspicabile in quanto annienterebbe anche i vantaggi che indubbiamente si sono avuti a seguito della regolazione pro mercato che è stata introdotta negli ultimi anni: occorre ricordare al riguardo i danni fatti nel dopoguerra in Italia, ma non solo, dalle banche che si ponevano scopi ‘‘pubblici’’: le crisi bancarie non sono il frutto nuovo del nuovo millennio.

 

Non rimane che agire sul fronte della regolazione. Su questo punto però occorre un’azione decisa che deve venire dalle autorità di regolazione, che oltre a portare le responsabilità maggiori per quello che è successo hanno anche avuto modo di capire cosa non ha funzionato tecnicamente nell’attuale sistema. L’azione deve andare al cuore dei problemi, rifuggendo le misure di facciata. La sensazione è che questo non stia avvenendo. Al riguardo due esempi lasciano perplessi: il tentativo di limitare via regolazione il compenso dei managers bancari, che sembra davvero difficile da perseguire, e l’eccessiva fiducia riposta nei confronti della vigilanza macroprudenziale in sede europea e internazionale, siamo davvero sicuri che una nuova authority globale sia in grado di risolvere i problemi?

 

Occorre agire con decisione a livello micro con l’obiettivo di portare le banche a fare il loro mestiere ed avendo la redditività degli intermediari, che deve essere ‘‘ragionevole’’, come cartina di tornasole. Gli ambiti cruciali di intervento sono cinque:

  1. Senza rinunciare al sistema di decentralizzazione dei controlli in capo ai singoli intermediari, che è alla base di Basilea II, occorre porre un limite alla leva finanziaria, limitare la pro-ciclicità della regolamentazione, entrare nei bilanci ponendo requisiti di liquidità e di patrimonio a seconda della natura degli assets (un punto difficile e doloroso ma necessario), affinare le tecniche di gestione del rischio per tenere conto degli effetti di sistema.
  2. Senza imporre una separazione tra banche commerciali e banche d’affari occorre agire per ridimensionare gli intermediari, è vero che la loro espansione porta vantaggi ma essa confligge con la stabilità del sistema: al riguardo le autorità si debbono dotare di nuovi strumenti, non è più sufficiente guardare agli sportelli e agli assetti proprietari occorre censire e monitorare le interconnessioni.
  3. Limitare gli arbitraggi regolamentari: depotenziare il ruolo delle agenzie di rating favorendo l’adozione dei modelli interni di gestione del rischio da parte delle banche, ricondurre alcuni attori di mercato sotto l’ombrello della regolazione (veicoli fuori bilancio, hedge funds, private equity).
  4. Promuovere una standardizzazione non punitiva dell’innovazione finanziaria prevedendo un trattamento di favore sul fronte dei requisiti patrimoniali per gli assets scambiati in mercati regolamentati con l’obiettivo di limitare le transazioni over the counter.
  5. Ridisegnare un sistema di garanzie per i salvataggi degli intermediari che non deve riguardare soltanto i depositi, il sistema potrebbe poggiarsi su un fondo gestito dalle autorità e alimentato tramite un sistema di tassazione sulle attività finanziarie che dipende dal grado di esternalità delle stesse.

 

Un ritorno al passato con una regolamentazione rigida imposta per legge non è ragionevole, occorre però un’azione decisa di chi porta responsabilità sul fronte della regolazione. E’ l’ora di uscire dall’empasse tra le dichiarazioni demagogiche e non documentate di molti politici e le resistenze del mondo della finanza: i problemi emersi con la crisi finanziaria sono seri vanno al cuore dell’attuale sistema di regolazione e non possono essere risolti con qualche leggero ritocco. La voglia di business as usual è forte ma non può avvenire senza una vera azione con un principio guida: meglio in passo indietro sul fronte dell’efficienza in favore della stabilità piuttosto che il contrario.

  Commenti (3)
Tornare alla separazione - II
Scritto da Tommaso Sinibaldi, il 17-12-2009 09:45
Charles R. Morris è un autorevole avvocato e banchiere americano. Ha scritto quello che è probabilmente il miglior "instant book" sulla recente crisi finanziaria : "Crack" (Elliot editore, Roma, ott.2008). 
Vediamo cosa dice in materia:"...Il Congresso dovrebbe prendere seriamente in considerazione il ritorno a qualche forma della legge Glass-Steagall, che prevedeva la separazione tra banca commerciale e banca di investimento...Si tratta solo dei primi punti di un lunghissimo elenco. Non c'è dubbio che tutto questo renderebbe più caro il credito, toglierebbe alcuni decimi di punto alla crescita del PIL e renderebbe meno divertente l'attività bancaria: ma la finanza non deve neanche diventare un casinò...".
Tornare alla separazione
Scritto da Tommaso Sinibaldi, il 14-12-2009 10:14
La soluzione giusta, credo, è tornare alla separazione tra banche commerciali, banche d'affari e compagnie di assicurazione. 
La "Banca Universale" è stata un fallimento ed è pericolosa. 
Percorrere questa strada è difficile e scomodo: ma per fortuna ci sono autorevoli soggetti che hanno posto il problema (il governo inglese, alcuni esperti). Bisognerebbe sostenerli!
Meno regole e più concorrenza
Scritto da Giuseppe Ferrari, il 09-12-2009 09:51
Forse è tutto giusto. Ma perché non si propone la cosa più semplice, una legislazione anti-trust nel settore che resitutisca effettivo peso al mercato? 
In questo modo si eviterebbero anche problemi che, come sono presentati nell'articolo, mi piacerebbe capire come possono essere affrontati, a cominciare dalla definizione del livello "ragionevole" di redditività. 
Ma forse non è la cosa più semplice, ma è la più difficile?

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