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AMORTIZZATORI SOCIALI, REGIONI E POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO E-mail
Lavoro
di Sergio Vergari
04 dicembre 2009

lavoro_vergari.jpgQuesto intervento, che segue quello pubblicato nel precedente numero di nelMerito.com, prosegue nella riflessione sul futuro degli ammortizzatori sociali in Italia, in una prospettiva che guardi oltre la crisi. Il punto di partenza è ora il ruolo delle regioni nella riforma degli ammortizzatori: ruolo che non si limita al piano meramente finanziario e chiama in causa il collegamento delle politiche del lavoro passive con quelle attive, prospettando ipotesi di interazione diverse e più impegnative di quelle sino ad ora attuate.

 

Dopo avere ragionato, guardando oltre la crisi, sul modello di sviluppo degli ammortizzatori sociali e sull’ambito di intervento di questi (v. i punti a) e b) del contributo "Oltre gli ammortizzatori sociali in deroga. Elementi per la riflessione", sul precedente numero di nelMerito.com), è necessario riflettere sul ruolo delle Regioni nello sviluppo degli ammortizzatori sociali (c), ruolo che non può essere trattato in maniera disgiunta dal tema del nesso tra le politiche attive e delle politiche passive del lavoro (d).

 

c) Il ruolo delle Regioni rispetto alla riforma degli ammortizzatori sociali.

E’ palese come la previsione per il biennio 2009-2010 di un cofinanziamento degli ammortizzatori in deroga da parte delle Regioni abbia posto le premesse per l’enucleazione di un ruolo di queste ultime nella materia. D’altra parte questo ruolo si è rivelato ben più ampio, di quello meramente finanziario, essendo consistito nella compartecipazione alla individuazione dei criteri e dei requisiti di accesso agli interventi previsti.

Per il futuro l’accordo Stato-Regioni del 12 febbraio 2009 ha chiarito che il sistema degli ammortizzatori in deroga non costituisce una riforma degli ammortizzatori sociali, né una devoluzione della funzione. Tuttavia, è innegabile che il contributo delle Regioni, quali attori più prossimi ai cittadini, rischia di rivelarsi un punto di non ritorno: sia per le opportunità di adattamento dei trattamenti e dei loro possibili fruitori alle esigenze locali, sia in funzione di un collegamento stabile tra politica del lavoro passiva e politica attiva.

Senza scomodare ipotesi di devoluzione della funzione, che non appaiono realistiche, va piuttosto ricordato che alle Regioni compete la previdenza complementare ed integrativa, che è tale da abilitarle ad un possibile ruolo di primo piano nello sviluppo dell’attuale sistema di previdenza sociale. Su tale premessa, la visione di un possibile concorso ulteriore, dello Stato e delle Regioni, nello sviluppo futuro del sistema degli ammortizzatori sociali, in attuazione del principio di leale collaborazione, appare ragionevole.

Va poi considerato che l’attuale normativa, nel richiedere la disponibilità del percettore di un sostegno al reddito al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale (art. 19, comma 10, d.l. n. 185/2008, convertito dalla legge n. 2/2009), ha disposto la necessaria congiunzione degli ammortizzatori sociali con i percorsi di politica attiva, la cui titolarità, nel rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni, spetta alle Regioni. Anche sotto questo profilo, dunque, la riforma degli ammortizzatori sociali non sembra poter prescindere dal contributo regionale.

 

d) Il collegamento delle politiche passive con quelle attive.

Quale possa essere tale contributo, dipende in larga misura dalla visione del collegamento tra le politiche passive e quelle attive.

Secondo l’attuale impostazione, la politica attiva del lavoro segue quella passiva, agendo, per così dire, "a giustificazione" di quest’ultima. Oggi, infatti, non si chiede al lavoratore interessato agli ammortizzatori sociali la preventiva partecipazione ad un percorso di orientamento professionale o formativo o ad un’altra iniziativa di politica attiva. Si chiede solo la sua dichiarazione di immediata disponibilità alla partecipazione, ferma restando la responsabilità dei pubblici poteri di attivarsi con proposte concrete.

Ebbene, se si guardasse al livello di effettività di tale impostazione, complice la scarsa diffusione in molte aree del Paese di adeguati servizi all’occupazione, vi sarebbero buoni motivi per non avanzare ipotesi di collegamento più impegnative.

Tuttavia, a beneficio delle aree regionali più virtuose, esiste anche un’altra possibile visione, capovolta, rivoluzionaria e stimolante. In base ad essa, la politica passiva dovrebbe costituire un posterius di quella attiva, in quanto concepita come beneficio per la partecipazione a percorsi di (re)inserimento lavorativo e insieme come sostegno alla proficua riuscita dello stesso. In tale logica, la corresponsione del sostegno al reddito, disancorata dallo schema assicurativo, fungerebbe da strumento della politica del lavoro e, come tale, verrebbe asservita, non alla gestione di un rischio, bensì alla funzione di facilitazione della partecipazione dei lavoratori, mediante il loro sostegno economico, ad iniziative utili alla loro occupabilità.

Le implicazioni di questo secondo approccio sono facilmente intuibili. Da un lato, si rinuncerebbe per il finanziamento alla leva contributiva. Dall’altro, però, si assegnerebbe alle Regioni, cui comunque spetta la competenza in materia di previdenza integrativa, uno spazio di autonomia più ampio, espresso dalla possibilità di istituire nell’ambito delle proprie competenze sulla politica del lavoro specifiche forme di tutela del reddito.

Va precisato, in proposito, che non vi è incompatibilità tra le due impostazioni descritte, né è verosimile che lo Stato possa rinunciare, nell’ambito della previdenza sociale, a disciplinare ed a sostenere le prestazioni di sostegno del reddito per i casi di sospensione del rapporto di lavoro o di disoccupazione involontaria.

Ciò che si ipotizza è solo un’eventualità aggiuntiva a quella classica. La possibilità, cioè, che in sede regionale possano essere integrate le prestazioni sociali di base e le altre, eventualmente istituite nell’esercizio della competenza sulla previdenza integrativa, mediante l’istituzione di prestazioni ulteriori, connesse alla partecipazione dei lavoratori a progetti di reinserimento occupazionale. Il principio di condizionalità, già presente per l’accesso alle prestazioni statali e, in taluni casi, anche per il godimento dei redditi sociali di garanzia (ovvero, di cittadinanza o di sussistenza) secondo la logica del "io do a te l’integrazione del reddito e tu dai a me il tuo tempo solo se te lo chiedo", fungerebbe in questo caso da filtro rovesciato. Capovolto, perché basato sul principio, culturalmente e socialmente innovativo, per cui "tu fai qualcosa di utile per la tua occupabilità e io, in conseguenza, ti sostengo economicamente nel tuo percorso".

Se ne gioverebbe, tra l’altro, la possibile crescita dei servizi all’occupazione, vero tallone d’Achille nella lotta alla disoccupazione.

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