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IL CAMMINO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
04 dicembre 2009

benedetto_xvi_gaiani.jpgL’Enciclica Caritas in veritate, oltreché come un testo di orientamento magisteriale per i credenti, si pone nelle intenzioni di Benedetto XVI anche come una sorta di appello alla collaborazione per il bene comune rivolto a tutti gli "uomini di buona volontà" richiamati nell’intestazione dell’autorevole documento. Naturalmente, come tutti i testi magisteri ali, esso si incardina in una tradizione storica che è anche portatrice di un linguaggio suo proprio non sempre di facile comprensione per i non iniziati.

 

L’ Enciclica avrebbe dovuto vedere la luce già due anni fa per il quarantennale della Populorum progressio di Paolo VI, ma, per ammissione dello stesso Benedetto XVI, lo sviluppo della crisi economica globale ha reso necessario una miglior riflessione critica sulle vicende dell'oggi, rispettando la natura particolare dell'insegnamento sociale della Chiesa.

 

Esso, in effetti, si è sempre sviluppato a seconda dello sviluppo della vicenda dell'uomo contemporaneo in rapporto all'evoluzione del suo agire nell'economia e nella politica, sottolineando i grandi passaggi della vicenda umana – dall' emergere della questione operaia con Leone XIII alle conseguenze della grande crisi economica del 1929 con Pio XI, dalle grandi questioni della pace e della guerra nell'era atomica con Giovanni XXIII al determinarsi delle istanze globali delle persone e dei popoli con Paolo VI fino al nuovo scenario esaminato da Giovanni Paolo II all'indomani della caduta del grande avversario, il comunismo – ed assumendo, proprio con Papa Wojtyla, la veste di una branca specialistica della teologia morale, che quindi non si pone come programma politico immediato ma come richiamo ed orientamento perenne a credenti e non credenti impegnati nel sociale e nel politico.

 

Ovviamente, e questo dal testo pontificio emerge con chiarezza, non è possibile una sovrapposizione fra il tempo di oggi e quello in cui Paolo VI scriveva la sua Enciclica: se infatti nel 1967 prevaleva, a Concilio appena chiuso, un’attenzione specifica all’emergere delle istanze dei popoli in via di liberazione dal giogo coloniale mentre si riproponeva puntualmente la dialettica con il marxismo, inteso come umanesimo alternativo a quello cristiano nella definizione del processo di liberazione della persona umana, il tempo di oggi è segnato da una crescente, acclarata interdipendenza fra popoli e Nazioni che non si traduce tuttavia in un crescente impulso solidale globale, ma anzi conferma ed aggrava le problematiche della fame, della miseria diffusa e dell’esclusione economica.

 

Si pensi ad esempio alla grande questione del lavoro: su questo punto il Papa ha richiamato più volte l'Enciclica di Giovanni Paolo II Centesimus annus, nella quale fra l'altro è scritto che grande è lo "spazio di impegno e di lotta"delle realtà sociali e sindacali contro un sistema che per sua natura si basa sulla supremazia del capitale sul lavoro, perché se l'esperienza storica ha dimostrato il fallimento del socialismo reale che "è stato solo un capitalismo di Stato", un'altra strada può trovarsi in una "società del lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione" in sé non alternativa al modello dell' economia di mercato, il quale però deve essere adeguatamente corretto ed orientato dalle forze sociali e dallo Stato, perchè l'impresa non ha come unico scopo quella della produzione del profitto "bensì l'esistenza stessa dell' impresa come comunità di uomini". In questo senso, argomenta il Pontefice, il modello di organizzazione capitalistica dell'economia non rappresenta l'unico possibile, e l'alternativa ad esso va costruita con pazienza in una prospettiva globale.

 

E' chiaro che il metodo con cui arrivare a questa nuova società è lasciato al discernimento e alla capacità dei credenti, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. E' però possibile formulare alcune ipotesi di lavoro.

 

Società del lavoro libero è in primo luogo quella società in cui veramente il lavoro viene riscattato progressivamente dal suo status di necessità economica e diventa una modalità per l'affermazione della soggettività di ogni persona. Nello stesso tempo, non possiamo non constatare come siano stati compiuti significativi passi indietro nella concezione del lavoro presente nella nostra società, soprattutto a causa del venire meno di talune garanzie fondamentali, di diritti che le generazioni precedenti di lavoratori avevano guadagnato con enormi sacrifici e lotte epocali.

 

Una certa retorica diffusa sulla tematica della flessibilità, piuttosto che su quella della tutela dei diritti piuttosto che sulla spinosa questione della sicurezza sul posto di lavoro, di cui si è accennato prima, ha diffuso un senso comune che è andato ben oltre i necessari adattamenti ad un passaggio di fase economico e tecnologico, ed ha rappresentato un arretramento oggettivo delle istanze e degli interessi dei lavoratori e delle classi sociali più deboli che solo episodi drammatici come quello, ad esempio, del rogo dello stabilimento Thyssen-Krupp di Torino del dicembre 2007, riescono a mettere in evidenza.

 

Quindi società del lavoro libero è la società in cui il lavoro in quanto tale è titolare di diritti specifici, a partire da quello di una politica realmente finalizzata alla piena e buona occupazione, alla concreta esigibilità dei diritti di cittadinanza anche sul posto di lavoro e alla sicurezza come tutela del diritto alla vita e alla salute.

 

In questa ipotesi di società il ruolo dell' impresa è importantissimo, giacché essa costituisce la forma specifica della possibilità di produzione di un bene economico che possa concorrere alla crescita complessiva della società nel senso più ampio del termine. Ma l'impresa, nonostante operi anche qui un senso comune ormai pervasivo, non è un valore in se stesso, ma deve essere valutata nella sua capacità di rispondere alle esigenze delle persone per le quali esiste.

 

Nella situazione italiana possiamo rilevare come essa viva una sua situazione di crisi specifica che deriva dalla frammentazione del sistema imprenditoriale e dal venir meno dei grandi aggregati economici, i quali spesso si sono riconvertiti in soggetti rentiers dediti alla speculazione finanziaria o immobiliare.

 

Il terzo concetto, quello della partecipazione, rimanda alla preoccupazione più generale del pieno inserimento della classe lavoratrice nello Stato. Evidentemente la Costituzione e le leggi garantiscono parità di diritti ed uguaglianza in termini generali davanti alla legge medesima, e il diritto di concorrere alla scelta dei governanti a tutti i livelli, ma è evidente che tali garanzie "formali" , per quanto tutt'altro che secondarie, non esauriscono di per sé la questione della sostanziale esigibilità di questi diritti, ovvero , volendo tornare al tema iniziale, della partecipazione dei lavoratori e delle classi sociali più disagiate al governo dello Stato e dell'economia. In effetti, proprio nella difficoltà del superamento dello iato esistente fra diritti formali e loro sostanziale ed effettivo godimento sta oggi la cifra interpretativa del concetto di alienazione che conserva la sua attualità anche al di là del concreto fallimento della risposta fornita dalle teorie materialistiche, come peraltro riconosciuto, fra gli altri, dall'autorevole rivista dei Gesuiti "Civiltà cattolica", con un recente saggio del padre Georg Sans, docente dell'Università Gregoriana, intitolato significativamente Che cosa rimane di Marx dopo la caduta del Muro di Berlino.

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