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RIDURRE LE TASSE IN ITALIA? E-mail
Fisco
di Marco Missaglia
26 novembre 2009

tasse_missaglia.jpgSi è intensificato in Italia il dibattito circa l’opportunità o meno di alleviare la pressione fiscale. Naturalmente ciascuno ritiene che le tasse da ridurre siano le proprie. Il dibattito si è però arricchito anche di alcuni contributi più genuinamente "politici", ispirati più all’interesse generale del sistema che alla difesa di specifiche categorie sociali (penso agli interventi di Giavazzi, Spaventa, Bordignon, ecc. apparsi su alcuni importanti quotidiani nazionali e su diversi siti).

 

A mio giudizio tuttavia la gran parte di tali contributi si sono concentrati sulla pura fattibilità contabile dal punto di vista del bilancio pubblico: come coprire una riduzione dell’Irap? Quali altre tasse aumentare e/o quali spese (sprechi, nel gergo di confindustria) diminuire? Mi pare invece che, con la rilevante eccezione di un articolo di Ferdinando Targetti in "nelMerito" del 6 novembre, manchino contributi volti a chiarire due importanti aspetti di qualsivoglia dibattito sulla questione fiscale.

 

1. Bilancio pubblico e congiuntura: "meno tasse e meno spesa" vs. "più tasse e più spesa"

Mi pare che il combinarsi delle dure vicende congiunturali da un lato e dei vizi strutturali dall’altro abbia prodotto un quadro economico in cui gli elementi dominanti sono due: la sotto-utilizzazione delle capacità produttive (crescita della disoccupazione, riduzione nel livello di utilizzo degli impianti , ridimensionamento/chiusura di imprese) e un livello di indebitamento pubblico straordinariamente alto. Ora, che in queste circostanze qualsiasi intervento fiscale debba avvenire come minimo a bilancio in pareggio è fuor di dubbio – non ci possiamo purtroppo permettere il lusso di aumentare la spesa e/o di ridurre le tasse senza un qualche intervento compensativo. Né possiamo invocare i sia pur sacrosanti principi di economia politica e attendere che una manovra espansiva inizialmente in deficit generi poi, per il tramite della crescita del prodotto interno lordo, il gettito fiscale necessario a risistemare i conti. Questi, in un mondo di mercati finanziari aperti, sono lussi che si possono permettere i paesi non così clamorosamente indebitati o quelli (quello) che stampano la valuta internazionale di riserva e perciò non hanno poi molto da temere da crescenti e perduranti livelli di indebitamento. Ciò detto, una politica fiscale con bilancio in pareggio – contabilmente e immediatamente in pareggio – può naturalmente declinarsi in due modi: meno tasse e meno spesa oppure più tasse e più spesa. Posso sbagliarmi, ma la sensazione è che in questi ultimi anni, non solo in queste ultime settimane nelle quali in qualche modo la questione fiscale è tornata ad occupare le prime pagine dei giornali, vi sia stato un consenso assai ampio e trasversale intorno all’idea "meno tasse, meno spesa". Che poi nessuno l’abbia nei fatti realizzata è cosa diversa. Il clima intellettuale e politico è comunque quello. Perché scegliere "meno tasse, meno spesa" invece di "più tasse, più spesa"? La scelta è ovviamente delicata e gli argomenti, in un caso come nell’altro, densi di complicazioni concettuali, analitiche e teoriche. Provo però ad andare all’osso della faccenda e semplificarne i termini. 2. Berlusconi, il keynesiano incompiuto. L’idea di più tasse e più spesa è che in una fase congiunturale come questa le famiglie e le imprese, un po’ perché oggettivamente impoverite un po’ perché soggettivamente spaventate un po’ perché ritenute immeritevoli di credito da parte del sistema bancario, non spendano abbastanza, con ciò avvitando la crisi in una spirale perversa e per molti drammatica. Per quanto suonino patetici, gli inviti del capo del governo ad avere fiducia e spendere di più si iscrivono a loro modo, paradossalmente, in questa linea di pensiero di sapore keynesiano. In queste circostanze, il compito del governo consisterebbe (avvertenza: qui ci allontaniamo da Berlusconi e torniamo a Keynes) nel tassare una parte del settore privato dell’economia e nello spendere immediatamente in beni e servizi il gettito fiscale così ottenuto. In altre parole, il settore pubblico usa il suo potere per sottrarre risorse al settore privato, che ha timore di destinarle alla spesa, e, appunto, le utilizza per alimentare la domanda di beni e servizi. Un gesto concreto invece di una esortazione. Va da sé che, indipendentemente da qualsiasi considerazione di carattere distributivo, una simile politica può funzionare soltanto se ad essere tassati sono i ricchi, coloro la cui propensione media al risparmio è certamente più alta.

L’idea di meno tasse e meno spesa si fonda invece su una visione diametralmente opposta, che guarda non tanto al comportamento dei consumatori e alle scelte di spesa, quanto piuttosto alle scelte dei lavoratori e delle imprese, in una parola dei produttori. La riduzione della pressione fiscale, se ben calibrata fra Irap, Ires e Irpef, garantirebbe secondo questa prospettiva una maggior competitività alle imprese e redditi netti più elevati ai lavoratori. Secondo alcuni, per esempio Giavazzi, si darebbe anche un aumento dell’offerta di lavoro dal momento che, sapendo di poter percepire redditi netti più elevati, i lavoratori effettivi e potenziali sarebbero disposti a rinunciare a più tempo libero.

In sintesi: il punto di vista "più tasse e più spesa" si fonda su quel che avviene sul lato della domanda di beni e servizi; il punto di vista, largamente dominante, "meno tasse e meno spesa" bada invece alle potenziali reazioni dei soggetti sociali che operano sul versante dell’offerta.

La mia opinione è che naturalmente in ciascuna economia operino entrambi gli effetti e che di volta in volta, nella specifica fase di cui ci si occupa, occorra capire quali assumano maggior rilievo1.

3. Meno tasse e maggiore domanda aggregata? L’Italia di oggi, mi pare difficile negarlo, è un paese nel quale la domanda di beni e servizi nazionali – tanto quella proveniente dall’interno quanto quella proveniente dall’estero – continua a ridursi; nel quale il livello di utilizzo degli impianti e dei macchinari diminuisce e la disoccupazione/sotto-occupazione aumenta. Un paese nel quale, in altre parole, il problema più urgente è di rimettere al lavoro le capacità produttive che già esistono e sono inutilizzate, non crearne di nuove. Un problema di domanda, non di offerta. C’è di più. Ammesso che si producano, ci vuole del tempo prima che gli effetti positivi sul lato dell’offerta possano manifestarsi: il tasso di partecipazione alla forza lavoro, per dirne una, non cambia mica nottetempo. Gli effetti di domanda, invece, sono tremendamente più rapidi: se il governo spende 100 in meno e corrispondentemente il reddito netto del settore privato aumenta di 100 (meno tasse e meno spesa pubblica, appunto), la domanda aggregata calerà immediatamente e ulteriormente a meno di non ipotizzare che si verifichi una delle due seguenti circostanze: a) il settore privato spende tutto quell’extra-reddito tra consumi e investimenti (e fin qui ci può stare, almeno per coloro che credono nella legge di Say; io no), tale spesa privata è rivolta all’acquisto esclusivo di beni di produzione nazionale o, nel caso in cui non lo sia, si produce per qualche misteriosa ragione un aumento delle esportazioni tale da mantenere invariato il saldo commerciale della bilancia dei pagamenti; b) il settore privato non spende tutto quell’extra-reddito (per esempio perché una parte se ne va in lontani depositi bancari) ma, per ragioni ancora più misteriose, si produce addirittura un miglioramento del saldo commerciale della bilancia dei pagamenti.

In punto di analisi, perciò, parrebbe più ragionevole la strategia "più tasse e più spesa". Il clima politico e la mentalità degli italiani, tuttavia, la rendono di difficilissima se non impossibile applicazione. Se questo è il vincolo politico-culturale con cui fare i conti, è forse meglio non far nulla ("spesa uguale, tasse uguali") piuttosto che imbarcarsi in un’avventura elettoralmente pagante ma macroeconomicamente errata?

Bilancio pubblico e sviluppo

Meglio reagire. Proviamo ad elencare alcuni di quelli che Kaldor avrebbe chiamato i "fatti stilizzati". L’Italia, lo sanno tutti, non manca certo di talento imprenditoriale, saperi tecnologici avanzati, capitali privati anche molto consistenti. L’Italia manca di (sta crollando sul versante del) "capitale pubblico": la qualità media dell’istruzione è in caduta libera, vi sono ampie zone del paese e non solo al Sud in cui l’illegalità diffusa impone al sistema produttivo costi di transazione che ne abbassano la redditività, il sistema di trasporto ferroviario imbellettato con l’alta velocità crolla nella sostanza quotidiana del pendolarismo, la spesa privata e pubblica in ricerca è, in percentuale del pil, tra le più basse di tutti i paesi OCSE, nella capacità di attrarre turisti stiamo perdendo di anno in anno quote di mercato, eccetera eccetera.

L’Italia evade molto il fisco, il nostro è un paese in cui il carico tributario pesa essenzialmente sui fattori produttivi – capitale e lavoro (dipendente) – e che invece lascia relativamente in pace patrimoni e rendite finanziarie. Queste sono le cose serie da fare. Non una discussione populistica sullo slogan "meno tasse e meno spesa", no. Ci vuole, in una fase come questa, più spesa in conto capitale – le voci sono quelle che ho appena elencato – da finanziarsi con l’inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e sui consumi voluttuari. Ancora più precisamente: il surplus di tassazione su rendite finanziarie, patrimoni e consumi di lusso può essere impiegato in parte per alleggerire il carico fiscale su imprese e lavoratori e in parte per finanziarie le suddette spese in conto capitale. Certo, bisogna far bene i conti e credo che, a conti fatti, neppure la strategia che suggerisco possa fare miracoli. Non vedo tuttavia altre strade, non vedo modi diversi di utilizzare la leva fiscale per riportare il paese su un percorso di sviluppo.

 

 

1. Si tratta di una ovvietà, eppure i modelli che gli economisti utilizzano per fare i conti includono per lo più o solamente gli effetti di offerta (modelli neoclassici) o solamente gli effetti di domanda aggregata (modelli Keynesiani). Suggerisco di tornare alle analisi di Joan Robinson, allieva prediletta di J. M .Keynes che nel 1961propose l’utilizzo di modelli significativamente definiti "bastard Keynesian", modelli bastardi che riescono ad incorporare le due diverse tipologie di effetti.

 

  Commenti (5)
Di nuovo?
Scritto da Mario Iaconis, il 04-07-2011 11:46
Prof. Missaglia, buongiorno. 
 
Mi consenta di esprimerLe il mio apprezzamento. Ho avuto modo di leggere le Sue dispense, pubblicate sul web e credo che la Sua chiarezza di pensiero, oltre che dall'apprezzabile capacità di condire la didattica con il senso dell'umorismo che sicuramente i Suoi studenti apprezzeranno. Ma, venendo al merito del discorso, le ricette che Lei propugna rappresentano un revival della più assoluta ortodossia keynesiana. Di Keynes, non ci eravamo finalmente liberati? Molti studiosi hanno speso tempo ed energie per dimostrare che esistono i "fallimenti del mercato". Ergo? L'intervento pubblico è desiderabile. Basta. L'analisi si ferma qui. Il mercato è fallibile. Lo stato, quando interviene, si da per assodato che lo faccia per il meglio. Quanto realisticamente crede che si possa incamerare dalla tassazione di rendite finanziarie, patrimoni e consumi voluttuari? Anche ammesso che la cifra sia consistente e ne dubito. Quanto tempo ci vuole per espletare tutte le procedure di accertamento, verifica e riscossione? Lei sa meglio di me che lo stato recupera solo una minima parte dell'evasione che riesce ad accertare. E considerando che il valore totale dei capitali che si trasferiscono telematicamente da un punto all'altro del pianeta è maggiore del valore totale dei beni e servizi prodotti nel pianeta stesso, quale credo che sia la reazione dei mercati finanziari, di fronte ad un atteggiamento che renda l'Italia a loro ulteriormente sfavorevole? 
E come crede che saranno utilizzate le risorse alla fine raccolte, dalla nostra macchina politico-amministrativa? Francamente Prof. Missaglia, ho sempre creduto che dietro il post-keynesismo, più che un freddo, anaffettivo e lucido ragionamento scientifico, ci sia semplicemente il sogno di rendere il mondo un luogo migliore e più giusto. Cosa che può essere apprezzabile da un punto di vista etico, anche se suscita tanta tenerezza. "Homo homini lupus". E qualunque tentativo di concepire un mondo non fondato su questa massima è pura utopia. Non è di Keynes che abbiamo bisogno Prof. Missaglia ma di Friedman.
Scritto da Paolo Di Lorenzo, il 14-12-2009 10:17
Il problema della finanza pubblica italiana, a parer mio, non è da cercare nei livelli assoluti di spesa ed entrate (e forse neanche nei saldi) ma nell'efficienza della prima e nella composizione delle seconde. Per questo è necessario rimodulare la pressione fiscale a favore del lavoro dipendente penalizzando i patrimoni e le rendite finanziarie, destinando a questa operazione anche quanto recuperato con la lotta all'evasione fiscale, in modo da lavorare a gettito invariato. Ma prima d'invocare maggiori investimenti in conto capitale, di cui l'Italia ha certamente un bisogno clamoroso, occorre domandarsi se la nostra p.a. è in grado di mettere in essere tali operazioni straordinarie senza replicare gli stessi sperperi che sono sotto gli occhi di tutti e di cui troviamo traccia nella crescita continua della spesa corrente nel bilancio pubblico, senza che ciò si traduca in una maggiore qualità dei servizi resi ai cittadini. Altrimenti rischiamo di trovarci con una bizzara composizione di una pressione fiscale svedese e dei servizi da stato mediterraneo. Segnalo che una maggiore efficienza nei servizi pubblici aiuta anche a migliorare il livello di adeguamento spontaneo alle imposte, dando luogo così ad un circolo virtuoso che è un concetto molto kaldoriano e quindi immagino sia caro anche a Missaglia.
A mia parziale difesa
Scritto da Marco Missaglia, il 01-12-2009 09:22
Ringrazio per i commenti sin qui giunti. Certamente stimolante quello di d'Andria, anche se non del tutto condivisibile. Per una ragione pratica e una ragione teorica. La ragione pratica sta nel fatto che se si assume che in Italia, date le inclinazioni della classe politica, i redditi prelevati alle classi medie vengano trasferiti a lobbies di redditieri ricchi, allora certamente è meglio star fermi e non far nulla. Benissimo, ma allora, come dire, nessuno scriva più niente. La ragione teorica si riferisce invece al cenno che d'Andria dedica a quei modelli di crescita endogena "in cui la spesa pubblica è esplicitamente indicata come fattore non complemetare della produzione e presenta bassi livelli di produttività rispetto al fattore sostituto privato". Non mi dilungo - un commento non è lo spazio ideale per una probabilmente noiosa disquisizione teorica - ma l'idea che la spesa pubblica in conto capitale produca più crowding-out che crowding-in è conseguenza necessaria ed inevitabile di un quadro teorico in cui si assume che a) quella spesa non sia fattore complementare della produzione (ma cosa sarebbe, per dire, la banda larga?) e b) l'incremento nel livello di attività (l'effetto keynesiano che lo stesso d'Andria riconosce) conseguente all'intervento di spesa non produca alcun effetto sulla spesa privata per investimento. In altri termini, curiosamente, occorrerebbe assumere che l'effetto acceleratore della funzione di investimento non operi affatto. Lo so, nei modelli di crescita endogena la funzione di investimento semplicemente non c'è: vale la legge di Say e per definizione non si possono dare deficienze di domanda aggregata.
Una impostazione corretta
Scritto da Antonio Ruda website, il 30-11-2009 10:54
Condivido totalmente il contributo di Missaglia. 
Trovo paradossale che in Italia la Sinistra e il Sindacato siano poco o "timidamente" keynesiani. Non riesco a capire, per esempio, la richiesta di ridurre le imposte sui redditi da lavoro in un momento in cui sarebbe necessario, a mio parere, rilanciare la spesa pubblica in investimenti qualificati (banda larga, servizi di trasporto soprattutto locali, sanità, servizi idrici. Condivido, quindi,la richiesta di ...più spesa in conto capitale ... da finanziarsi con l’inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e sui consumi voluttuari.null 
In una fase come questa è allo Stato patrimoniale che occorre guardare, non solo al Conto Economico.
L'Italia, perfetto caso di studio per la
Scritto da Diego d'Andria, il 30-11-2009 09:35
Il discorso intorno alla strategia "più tasse più spesa" ha senso, solo se si prescinde del tutto da problemi di "Public Choice" e si assume che il 100% del prelievo fiscale si trasformi in spesa per consumi o investimenti (produttivi). 
 
È tale ipotesi plausibile per l'Italia? Non credo proprio e per almeno due ragioni: 
 
1) Una parte consistente del gettito fiscale può essere "manovrata" dalla classe politica in modo da alimentare rendite e gruppi di interesse. Può perfino configurarsi il caso in cui, a fronte di un incremento dell'imposizione tributaria sui redditieri mediani, il relativo gettito sia trasferito a lobbies di redditieri ricchi, e quindi assumendo come nel testo qui sopra una propensione al consumo decrescente col reddito, tale incremento di prelievo/spesa otterrebbe non un aumento, ma una riduzione della domanda aggregata. Un prelievo sui redditieri ricchi sarebbe, invece, più o meno ininfluente. I livelli di corruzione e di collusione della nostra classe politica con una moltitudine di poteri forti, è tale da rendere questa possibilità molto significativa. 
 
2) La spesa per investimenti produttivi, in un contesto di analisi dinamica, può incrementare la domanda aggregata a scapito della produzione futura. Se il settore pubblico investe oggi in quelle attività in cui è meno produttivo di quello privato (e per le quali non vi sono fallimenti del mercato che richiedano comunque l'intervento dello stato), da un lato può ottenere un beneficio immediato in termini di reddito pro capite e minore disoccupazione, dovuto ad una più rapida uscita dalla fase congiunturale di stagnazione (effetto "keynesiano"), ma d'altro canto avrà sottratto risorse al settore privato, le quali avrebbero potuto essere risparmiate ed investite in modo più produttivo nel medio periodo (qui la discussione andrebbe un po' dettagliata, ma lo spazio di un commento non lo consente. Basti adottare un qualsiasi modello di crescita endogena in cui la spesa pubblica è esplicitamente indicata come fattore non complementare della produzione, e presenta bassi livelli di produttività rispetto al fattore sostituto privato). 
Ancora, è la scadente qualità della classe dirigente italiana a rendere concreto questo timore, sia sufficiente pensare all'idea di investire nella realizzazione di un ponte sullo stretto di Messina (=bassa produttività, scarse esternalità positive sul settore produttivo), piuttosto che in R&D, istruzione ed infrastrutture realmente utili alle aziende. 
 
Quindi, mi pare, il dibattito è correttamente incentrato sul taglio della spesa come necessità imprescindibile. Ovviamente sarebbe follia parlare di tagli alla spesa sociale e all'istruzione, dove è opportuna una revisione delle regole e degli invcentivi ma non certo riduzioni (semmai andrebbe aumentata e resa più generale, vedi la questione annosa degli ammortizzatori sociali). Proporre un incremento della pressione fiscale tout-court mi pare perciò poco lungimirante. Va benissimo invece una rimodulazione dei carichi fiscali che allevi il peso sui redditi da lavoro, magari anche ragionando (perché no?) su una imposta patrimoniale.

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