Home arrow Politica e Istituzioni arrow CARITAS IN VERITATE E LIBERALISMO: AREE DI CONSONANZA INSIEME AD UN’IRRIDUCIBILE DISSONNANZA
CARITAS IN VERITATE E LIBERALISMO: AREE DI CONSONANZA INSIEME AD UN’IRRIDUCIBILE DISSONNANZA E-mail
Politica e Istituzioni
di Elena Granaglia
27 novembre 2009

caritas_in_veritate_granaglia.jpgContro contrapposizioni semplicistiche, Caritas in veritate presenta diverse aree di consonanza con il liberalismo. Molte di esse sono immediatamente individuabili. Basti pensare all’attenzione attribuita alla pluralità motivazionale degli individui. Certamente, in ambito economico, i liberali spesso abbracciano una visione ristretta, sensibile alla mera soddisfazione degli interessi personali. Nulla, però, nella tradizione liberale, da Constant a Mill, obbliga a tale visione.

 

Similmente, si consideri l’afflato potentemente universalistico che, in Caritas in veritate, dovrebbe caratterizzare carità e solidarietà. L’enciclica, peraltro, richiede di tenere conto anche dell’ambiente. Di nuovo, la prospettiva liberale è spesso specificata in termini nazionali e a prescindere dai rapporti con l’ambiente. Ciò nondimeno, il liberalismo poggia sul convincimento dell’universalità dei diritti, alla luce della comune uguaglianza morale, ed è perfettamente compatibile con la richiesta di tutela dell’ambiente, sia in via strumentale per non penalizzare le generazioni future sia per ragioni intrinseche di rispetto del mondo naturale.

 

Ancora, si consideri la qualificazione, sempre offerta dall’enciclica, dei rapporti di carità e solidarietà come rapporti di uguaglianza fra chi dà e chi riceve. Il che appare, di nuovo, in linea con la difesa dell’uguaglianza morale centrale per i liberali. Piena consonanza concerne, altresì, le valutazioni sul contributo delle motivazioni non auto-interessate al funzionamento delle istituzioni sociali, incluso il mercato e lo stato. Come già diceva il Dr. Johnson, "un paese è in condizioni assai cattive se governato solo dalle leggi, in quanto vi sono migliaia di cose rispetto alle quali la legge è impotente".

 

Accanto a queste aree più evidenti di consonanza, ve ne è una, più nascosta, sulla quale vorrei concentrare l’attenzione: l’invito, da parte dell’enciclica, a praticare la "via istituzionale" alla carità e alla solidarietà o, in altri termini, a considerare carità e solidarietà come degni di un’opera attiva di tutela e promozione da parte dell’intervento pubblico e non solo come atteggiamenti privati. L’affermazione potrebbe stupire e, non a caso, si tratta di un punto poco riconosciuto in ambito liberale. Tutelare e promuovere attivamente determinati valori non viola, forse, la libertà di scelta così cara ai liberali?

 

Cruciale è la giustificazione addotta. Distinguere fra bene e giusto è ovviamente operazione complessa cui può essere offerta una pluralità di risposte nella stessa prospettiva liberale. A prescindere dalle specifiche risposte offerte, ciò che contraddistingue il liberalismo è, però, il convincimento nella distinzione fra giustizia, come avente a che fare con valori difendibili in termini accettabili per tutti, e concezioni stringenti/spesse di bene, sulle quali il contrasto è inevitabile. Giustificazioni in termini di giustizia sono perfettamente accettabili, mentre non lo sono quelle in termini di concezioni stringenti/spesse di bene. Il che non significa che la giustizia non coinvolga il bene, ma solo se in un’accezione generale/sottile, potenzialmente accettabile per tutti.

 

L’enciclica, seppure con alcune qualificazioni, offre giustificazioni della carità e della solidaarietà basate su concezioni stringenti/spesse di bene. Carità e solidarietà, in una prospettiva liberale, dovrebbero, invece, essere difese in termini di giustizia. In ciò risiede l’elemento, da non sottovalutare, di persistente dissonanza fra le due prospettive.

 

Ma, come giustificare solidarietà e carità in termini di giustizia? Penso che occorra, innanzitutto, distinguere fra i due valori. La solidarietà, intesa come mero atteggiamento di benevolenza disinteressata nei confronti degli altri, a prescindere dallo schema di premi e di punizioni esistenti (o, in termini economici, come pro-social behavior o, ancora, nel linguaggio della rivoluzione francese, come fraternità) potrebbe essere difesa come risvolto della medaglia della giustizia, il "vissuto" nei convincimenti e nelle pratiche quotidiane del riconoscimento della comune uguaglianza morale alla base della giustizia. In altri termini, la solidarietà equivarrebbe ad un ethos pubblico della cittadinanza, un’adesione interna alle regole di giustizia a prescindere dalle sanzioni esistenti, un ethos, come direbbe Kymlika, inward looking di responsabilizzazione civica individuale.

 

Se i valori, lungi dal nascere nel vuoto, dipendono dal disegno istituzionale e se la solidarietà, appunto, è il riflesso della giustizia, diventano del tutto legittimi interventi volti a promuoverne lo sviluppo, presso tutti i cittadini. Penso, al riguardo, al ruolo dell’istruzione obbligatoria nell’educare i giovani alla solidarietà – un ruolo da sottolineare, in particolare, oggi quando l’attenzione è concentrata sull’apporto della scuola al capitale umano. Penso, altresì, a politiche del personale che non indeboliscano con strutture contro-producenti di incentivi le motivazioni alla solidarietà. Addirittura, si potrebbe difendere un servizio civile obbligatorio da assolvere con flessibilità e libertà di scelta nel corso della vita.

 

La carità, aggiungendo alla solidarietà la presenza di amore verso gli altri, non potrebbe, invece, essere parimenti promossa. L’amore verso gli altri appare, infatti, una concezione stringente/stretta del bene sulla quale il conflitto appare inevitabile. Essendo, però, una concezione per molti desiderabile, potrebbe essere pubblicamente tutelata, anche in una prospettiva liberale, in quanto opportunità. Una via, ad esempio, potrebbe essere quella di attribuire più spazio, nelle politiche sociali e dl lavoro, alla conciliazione fra attività non remunerate di cura e attività remunerate. Le stesse politiche del personale motivate dalla promozione della solidarietà potrebbero permettere anche l’esercizio della carità. L’importante è che la carità sia tutelata solo come opportunità e piena libertà di specificazione della carità stessa sia lasciata ai singoli.

 

Un ultimo punto: rescindendo il legame con una nozione forte di bene comune, non si cade nell’amoralismo del relativismo etico? Si ricordino, al riguardo, le connessioni presenti nell’enciclica fra libertà e nichilismo (peraltro, presenti anche nel Libro bianco del Ministro Sacconi) e fra libertà e accettazione del turismo sessuale.

 

Queste connessioni sono inaccettabili. Certamente, la prospettiva liberale ha una concezione pluralistica del bene. Essere liberi di scegliere e di perseguire la propria nozione di bene non permette, però, di imporre i costi delle proprie scelte agli altri, pena la violazione, anche in questo caso, dell’uguaglianza morale alla base della libertà di scelta. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te è anche una massima liberale. O, ancora in altri termini, nei rapporti interpersonali, i liberali non sono liberi di fare ciò che desiderano, sulla base di argomentazioni "perché mi piace, perché questo è il mio gusto", come se i comportamenti interpersonali potessero equivalere alla scelta di un gusto di gelato. Devono, al contrario, tenere conto degli effetti sugli altri. Lo stupro di bambine prostitute non è fra le libertà liberali.

 

In conclusione, l’enciclica offre indicazioni assolutamente condivisibili, esortandoci anche ad affrontare alcune questioni trascurate nel pensiero liberale, ma con esso compatibili. Resta, tuttavia, una distinzione profonda che concerne il ruolo del bene. I liberali non credono che concezioni stringenti/spesse di bene possano essere imposte e questo non perché amorali, ma perché mossi dal valore di fondo dell’eguaglianza morale di considerazione e rispetto che vieta, appunto, una siffatta imposizione.

  Commenti (2)
Risposta al commento
Scritto da Elena Granaglia website, il 14-12-2009 10:13
Sono assolutamente d'accordo circa l'“allargamento” delle frontiere di giustizia da parte del pensiero liberale. In questa prospettiva, appaiono del tutto legittime domande di riconoscimento nella sfera pubblica di concezioni particolari del bene. Il punto dirimente, per il pensiero liberale, concerne la pluralità di concezioni del bene e il rispetto della libertà di scelta da parte dei cittadini. A esempio, se è vero che il liberalesimo potrebbe giustificare l'uso di simboli religiosi nella sfera pubblica o la tutela pubblica di festività religiose (in opposizione alla concezione repubblicana, francese, secondo cui qualsiasi concezione privata dovrebbe restare al di fuori della sfera pubblica), altrettanto è vero che esso obbligherebbe alla non discriminazione fra religioni diverse e al pari riconoscimento del punto di vista di atei ed agnostici. Ancora, in materia di politiche per la famiglia, il pensiero liberale accorderebbe pieno riconoscimento alla pluralità di concezioni di famiglia. Dunque, le distinzioni fra giusto e bene mi sembrano sussistere a prescindere della bioetica. Le regole di giustizia possono/devono essere imposte, le concezioni (spesse) di bene, no.
Pensiero liberale e bene comune
Scritto da attilio luigi pasetto, il 09-12-2009 09:37
Da John Rawls in poi una parte importante del pensiero liberale ha iniziato ad "allargare" le frontiere della giustizia, fino a comprendere i diritti della platea più vasta di persone sulla terra. Proseguendo lungo questa direttrice di marcia, si avvicina sempre più l'incontro tra il pensiero liberale e l'idea di bene comune, a prescindere dal punto di partenza, sia questo rappresentato dal concetto di giustizia o dal concetto di bene. Se nel campo della filosofia morale un grosso scoglio è rappresentato dalle questioni bioetiche, nel campo della filosofia politica quest'incontro, a mio parere, appare possibile e quanto mai auspicabile per creare un terreno fertile e fecondo di dialogo tra le due culture. In proposito, mi piacerebbe conoscere il parere dell'autrice.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >