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L’AMBIENTE NEI PROGRAMMI ELETTORALI E-mail
Ambiente ed Energia
di Maurizio Franzini
14 marzo 2008

AmbienteL’ambiente rappresenta una sfida tra le più serie alle capacità dei governi, non solo nazionali. Molti lo riconoscono, ma questo, naturalmente, non basta. Sono numerose le prove che sotto il velo delle dichiarazioni prospera una colpevole irresponsabilità; sono, altresì, frequenti i tentativi di trasformare l’ambiente in una bandiera da agitare in modo vanamente ideologico mentre sono rari i progetti articolati in obiettivi e strumenti e ancora meno frequenti sono i casi in cui è provata l’adeguatezza degli strumenti agli obiettivi.


Senza voler chiedere troppo a un programma elettorale, proviamo a collocare le proposte dei principali partiti nell’ipotetico triangolo ora disegnato e composto di consapevolezza, concretezza e appropriatezza.

Peccati di consapevolezza sembrano affiorare nel programma del Popolo della Libertà. Rivelatrice è la stessa scelta delle "missioni" in cui collocare questi temi: le questioni considerate più propriamente ambientali (ma tra esse viene inclusa la caccia) cadono nella missione "servizi agli italiani"; mentre quelle energetiche confluiscono nella missione "rilanciare lo sviluppo", per effetto di una visione che privilegia l’aspetto infrastrutturale, in particolare di costruzione di rigassificatori e termovalorizzatori. Concepiti in questo modo, disarticolati in servizi o infrastrutture, i problemi ambientali e energetici sembrano essere cosa diversa da quella sfida alla modernità che in realtà essi sono. Il peccato di consapevolezza – anche senza entrare nel merito delle stringatissime proposte – è questo.

Al contrario, il programma della Sinistra Arcobaleno afferma la necessità di una profonda "riconversione ecologica" e quello del PD, non molto diversamente, prospetta "una gigantesca riallocazione delle risorse di lavoro, di terra e di capitale". Non vi è, dunque, difetto di consapevolezza. Può dirsi altrettanto per la concretezza e l’appropriatezza?

Anzitutto, si nota una discreta mancanza di articolazione delle proposte, complice una qualche reticenza a esprimersi su questioni "spinose". Prendiamo i rifiuti: la SA, come tutti del resto, è a favore della raccolta differenziata (e chi potrebbe essere contro?) ma allo stesso tempo non parla di termovalorizzatori né di altra tecnologia di smaltimento. Si intende che la raccolta differenziata debba preludere a un riuso o riciclo totale? E con quale strumento? Il PD, dal canto suo, non esita a raccomandare il ricorso ai termovalorizzatori.

Consideriamo ora l’acqua: la SA, di fronte ai problemi emersi in seguito alla privatizzazione, abbraccia con convinzione la bandiera della ripubblicizzazione. Il PD, invece, non si esprime sul tema. Eppure nel loro concreto operare le privatizzazioni hanno, in alcuni casi almeno, generato profondo malessere sociale oltre che gravi interventi della magistratura. Per la sua rilevanza, il problema meriterebbe maggiore attenzione.

Quanto al problema, centrale, dell’energia, le dichiarazioni a favore delle fonti rinnovabili sono tanto unanimi quanto ovvie. Ricordiamo rapidamente la situazione dell’Italia: rispetto al 1990 le emissioni climalteranti sono cresciute di circa il 12% mentre nell’UE cono cadute dell’8%. Siamo in ritardo sui disaccoppiamento tra Pil e emissioni, rischiamo di mancare gli obiettivi di Kyoto e siamo in una posizione difficile anche rispetto agli obiettivi che l’UE si è data un anno fa, con scadenza 2020.

In questa situazione è necessario un grande sforzo. Il programma del PD per le rinnovabili si affida agli incentivi (peraltro introdotti su ampia scala dalle ultime due Finanziarie). La SA parla, al contrario, di un investimento pubblico (evidentemente gigantesco) che porti i pannelli solari "su tutti i tetti delle case e dei condomini". Il PD tace l’obiettivo, la SA non indica, in pratica, lo strumento.

Da cosa nascono queste varie, e variamente rimediabili, deficienze? Forse la risposta sta nella principale chiave di lettura che i due partiti sembrano volerci indicare: quella dell’ambiente come "bene comune" per la SA e quella del cosiddetto "ambientalismo del fare" per il PD.

Se,da un lato, l’approccio da "bene comune" porta a nutrire profonda diffidenza ne confronti del mercato e del privato, d’altro lato, l’ambientalismo del fare (bene, si spera) sembra orientato a sostenere una visione di ampia complementarità tra ambiente e mercato con conseguente de-enfatizzazione del ruolo pubblico. Lo provano numerose affermazioni, anche quelle di grande – e in larga parte ben riposta – fiducia negli strumenti economici per l’ambiente.

L’impressione è che queste opzioni limitino il tasso di concretezza ed adeguatezza dei due programmi, in quanto impediscono di definire il miglior mix possibile tra "stato" e "mercato". L’esempio, tra gli altri possibili, che fornirò riguarda l’opportunità di assegnare al pubblico un ruolo di coordinamento; che è al tempo stesso più esteso del ruolo che il PD sembra attribuirgli e diverso, nonché meno invasivo, di quello previsto dalla SA.

La prima esigenza di coordinamento riguarda la definizione degli obiettivi da perseguire e la fissazione dei conseguenti strumenti. Appare maturo il tempo per utilizzare indicatori di sostenibilità, anche per dare seguito alla più volte affermata necessità di "andare oltre il Pil". In questo modo si supererebbe la grande frammentazione degli interventi, che impedisce, tra l’altro, di stimarne l’impatto complessivo sugli obiettivi finali. Questa frammentazione comporta anche rischi di inefficacia e di inefficienza: al di fuori di un quadro ben coordinato, gli incentivi potrebbero rivelarsi eccessivi rispetto agli obiettivi conseguiti, causando sprechi colpevoli. Questo intervento potrebbe essere articolato a livello territoriale con responsabilizzazione degli enti locali, superando la logica di premiare comportamenti di per sé virtuosi ma estranei a una logica di efficace intervento sistemico.

Una seconda esigenza di coordinamento si pone rispetto alla questione della riconversione produttiva. Mi riferisco specificamente allo sviluppo delle tecnologie a sostegno delle fonti rinnovabili di energia. Nel programma del PD, concedendo forse troppo all’ottimismo, si afferma che gli incentivi alla domanda avranno anche l’effetto di promuovere lo sviluppo dell’offerta. L’ottimismo nasce dalla sottovalutazione del fatto che a soddisfare la domanda sarebbero i paesi che tempestivamente hanno investito in questi settori. Il caso della Germania – e della nascita della cosiddetta Solar Valley nei territori "depressi" dell’Est – è al riguardo molto istruttivo. Un intervento di politica industriale del tipo che molti, da noi, guardano con sospetto, attuato in modo da favorire il coordinamento di vari attori e, per di più, in un’area depressa, ha prodotto risultati positivi che il tempo potrà, facilmente, consolidare.

Questi esempi forse mostrano l’utilità di proseguire una riflessione su come realizzare il migliore equilibrio tra stato e mercato, senza il quale un problema capillare, esteso e pervasivo come quello ambientale difficilmente potrà essere risolto. Meno che mai con costi limitati per l’economia e per il complessivo benessere sociale.

 

Maurizio Franzini

  Commenti (2)
sostenibilità e legalità
Scritto da andrea ferraretto, il 17-03-2008 16:15
Un ulteriore elemento di riflessione utile a proseguire sulla traccia dell’articolo di Franzini: quale è il rapporto che, oltre a descrivere l’equilibrio tra stato e mercato è necessario per descrivere le differenze tra i programmi elettorali in tema di sostenibilità? Un aspetto che è necessario mettere ben in evidenza e dal quale trarre la capacità di un governo di attuare politiche di sostenibilità è rappresentato dal legame e dal peso attribuito alla legalità. 
Si tratta infatti di comprendere che un approccio che prescinda dai beni comuni trattandosi di sostenibilità nell’utilizzo delle risorse naturali è difficile da ipotizzare: se il ruolo di pianificare e programmare l’uso e la gestione di beni comuni e la tutela diinteressi collettivi è uno degli scopi del governo, nazionale e locale, allora è necessario puntualizzare l’esigenza di una responsabilizzazione dell’amministrazione. In questi anni abbiamo assistito piuttosto che alla politica del “non fare” alla deresponsabilizzazione in termini di scelte e di decisioni importanti, vincolate al maggiore o al minore consenso elettorale che ne deriva. 
L’assenza di capacità di valutare e di decisione ha comportato, in molti casi, le situazione di emergenza con gravi problemi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata. Intere regioni sono, per definizione, “in ritardo di sviluppo” sia per la carenza di infrastrutture sia per l’assenza di condizioni essenziali di legalità e di riconoscimento dei diritti di cittadinanza. Come può essere definita altrimenti la penetrazione di interessi criminali in settori strategici come le opere pubbliche, l’edilizia, la sanità, lo smaltimento dei rifiuti? Ecco questa è una chiave di lettura necessaria per confrontare i punti di programma che si riflettono, necessariamente, nella capacità di innovare la classe dirigente e le scelte di governo: di beni comuni comunque si tratta, a prescindere dalla collocazione in un programma piuttosto che in un altro. A fare la differenza è la capacità di adottare scelte e di perseguire gli interessi collettivi piuttosto che decidere di restare nel limbo dell’indecisione, volontaria o per incapacità.
Quanto ambiente nei programmi?
Scritto da andrea ferraretto, il 17-03-2008 12:44
L’analisi del contenuto ambientale nei diversi programmi elettorali svolta da Maurizio Franzini rappresenta un buon punto di partenza per un confronto di idee e strategie che necessariamente dovrebbe andare ben oltre i decaloghi e gli slogan elettorali. 
È evidente infatti il nodo, messo in luce da Franzini, del rapporto tra Stato e mercato e della capacità di attuare politiche di sostenibilità con un approccio che non risulti settoriale ma in grado di generare effetti di medio e lungo periodo sull’intero sistema economico. 
Risulta, tuttora, un limite della politica italiana la visione dell’ambiente come un limite per la competitività e lo sviluppo e quel richiamo di andare oltre il Pil è ancora un’utopia, troppo vicina all’ideologia della decrescita piuttosto che a un orientamento della politica economica in grado di rispondere ai cambiamenti e alla globalizzazione. 
Un limite è dato, in questo caso, dall’assimilare il fare con la realizzazione di infrastrutture: si ritiene che possa esserci un ambientalismo “buono” se fa, uno meno buono se propone un’innovazione del modo di produrre e consumare, puntando anche sull’efficienza e sulla riduzione delle pressioni sull’ambiente. 
Il problema della mobilità urbana e dei trasporti è sintomatico: l’Italia ha un rapporto di dipendenza dal trasporto su gomma tra i più alti al mondo e ciò si traduce in un insieme di danni alla collettività. Inquinamento atmosferico, congestionamento delle strade, aumento del consumo di carburante, tasso di mortalità per incidenti e patologie connesse al traffico. 
Poco o nulla è stato fatto in termini di intervento strutturale: perdura l’assenza di programmazione con una lentezza nell’adottare scelte che privilegino il trasporto pubblico e la riduzione delle emissioni e dei consumi. 
Questo potrebbe essere un tema da approfondire per comprendere, al di là dei programmi, cosa è necessario fare, realmente, per consentire all’Italia di essere un paese europeo in grado di competere economicamente e culturalmente.

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