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UN INCENTIVO AGLI ABUSI DEL PROCESSO E-mail
Giustizia
di Aniello Nappi
18 novembre 2009

processo_nappi.jpgLa durata abnorme dei processi dipende da carenze organizzative e culturali, che non consentono di disincentivare i frequenti abusi dei diritti delle parti, non solo private, le cui strategie dovrebbero invece incontrare un limite nel principio costituzionale della ragionevole durata del processo. La previsione della prescrizione del procedimento, in aggiunta alla prescrizione del reato, esaspera queste carenze del sistema giudiziario, perché offre un ulteriore traguardo premiale per le abusive tattiche dilatorie di chi al processo vuole sottrarsi.

 

Quattro anni dopo le modifiche apportate al codice penale dalla legge cosiddetta ex Cirielli (la n. 251 del 2005), che ridusse significativamente i termini di prescrizione dei reati, il progetto di legge n. 1880 appena presentato al Senato propone ora di introdurre nel codice di procedura penale anche la prescrizione del procedimento. Ed esplodono nuovamente le polemiche per l'ennesima legge ad personam.

Conviene però prendere sul serio i proponenti e verificare se davvero questo progetto di legge potrebbe accelerare il corso della giustizia, ove fosse accompagnato da adeguati investimenti nelle strutture.

Nasce in realtà a sinistra l'idea di distinguere la prescrizione del reato, destinata a operare prima dell'inizio del procedimento, dalla prescrizione del procedimento, destinata a operare dopo l'esercizio dell'azione penale.

In particolare già il progetto di legge n. 2699, presentato dal centrosinistra al Senato nel 2004, prevedeva tra l'altro l'introduzione di analoghi termini perentori entro i quali il procedimento e le sue diverse fasi dovevano concludersi, pena l'estinzione.

V'è tuttavia, tra le molte altre, una differenza particolarmente significativa tra i due progetti di legge.

Nel progetto del 2004 la prescrizione del procedimento sostituiva la prescrizione del reato, che non avrebbe potuto più operare dopo che all’autorità giudiziaria fosse pervenuta la notizia criminis.

Nel progetto del 2009 la prescrizione del procedimento, benché applicabile solo per alcune imputazioni, si aggiunge alla prescrizione del reato, che potrebbe comunque intervenire anche nel corso del procedimento.

Risultano così esasperati i difetti già evidenti nel primo progetto di legge, perché la previsione della prescrizione del processo aggiunge un ulteriore traguardo, un ulteriore possibile premio per le abusive tattiche dilatorie di chi al processo vuole sottrarsi.

Sembra difficile immaginare in realtà che la prescrizione possa fungere da sanzione della durata non ragionevole del processo.

E’ innanzitutto velleitaria, e risponde a una logica superata, l’idea che spetti al solo apparato giudiziario l’onere e la responsabilità di assicurare al processo tempi ragionevoli.

Oggi il processo vive prevalentemente delle iniziative delle parti anche private, che hanno il potere di contribuire autonomamente a determinarne tempi, modalità e contenuti. Le parti condividono con il giudice la responsabilità dell'andamento del processo; e abusando delle garanzie possono protrarne indebitamente la durata.

Sarebbe poi irragionevole la predeterminazione dei tempi massimi di durata delle diverse fasi del processo, senza distinzioni circa la complessità degli accertamenti necessari in concreto, perché si finirebbe per avallare indebite protrazioni della durata dei procedimenti più semplici, deresponsabilizzando sia il giudice sia le parti.

Assurda sarebbe comunque la previsione di una sanzione che non colpisse l'effettivo responsabile del ritardo, ma vanificasse comunque il processo indipendentemente da qualsiasi valutazione al riguardo. Anzi l'inevitabile riconoscimento all’imputato della facoltà di rinunciare alla prescrizione lascerebbe nella sua totale disponibilità la durata del processo.

L'imputato non è la sola parte privata; e nessuna parte può essere considerata "padrona" della durata del procedimento.

La chiave di volta del problematico rapporto tra prescrizione del reato e ragionevole durata del processo, dunque, è nella prevenzione degli abusi del processo, da qualsiasi parte siano consumati.

Secondo una definizione tradizionale costituisce abuso l’esercizio di un diritto in contrasto con lo scopo per il quale viene riconosciuto. Sicché l’abuso del processo, che tradisce sul piano funzionale le dichiarate esigenze di correttezza e completezza dell’accertamento giudiziale, comporta un prolungamento dei tempi che è irragionevole per definizione. E poiché è evidente che quanto più ampi sono i poteri delle parti nel processo tanto più esteso è il campo dei possibili abusi, si tratta di verificare se il principio costituzionale della ragionevole durata del processo possa porsi come limite alle strategie delle parti.

Il rimedio contro l’abuso non può tuttavia limitarsi a sanzionare il comportamento della parte o l’invalidità l’atto, com'è nella logica dell'estinzione; deve piuttosto escluderne qualsiasi efficacia anche di fatto, deve vanificarne preventivamente qualsiasi prospettiva di successo.

Infatti l’atto abusivo è caratterizzato dal pieno rispetto della struttura formale del potere riconosciuto alla parte che, nel compierlo, ne tradisce invece la funzione. Sicché i rimedi contro gli abusi possono venire prevalentemente, se non esclusivamente, dalle prassi e dalla giurisprudenza, piuttosto che dal legislatore.

Nuove regole formali rappresenterebbero occasioni di nuovi abusi, se il problema non viene risolto innanzitutto sul piano culturale.

Il contrasto agli abusi del processo richiederebbe dunque un’estensione dei poteri discrezionali del giudice, quale contrappeso all'accresciuto ruolo delle parti nel processo penale conseguente alla riforma del 1988.

Il progetto di legge n. 1880 opera invece in senso diametralmente opposto.

La previsione della sua immediata applicabilità anche ai procedimenti in corso viene infatti a sanzionare una durata le cui conseguenze non erano prevedibili, e quindi neppure prevenibili, da parte del giudice.

Si determina inoltre un'insostenibile contraddizione con i criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti penali fissati dall'art. 132 bis disp. att. c.p.p., perché questi criteri impongono di dare la precedenza agli stessi reati che il progetto esclude dall'ambito di applicazione dei termini di prescrizione del processo.

Sicché i procedimenti per certi reati sarebbero destinati all'estinzione su "consiglio" dello stesso legislatore.

Insomma, siamo in attesa dell'ennesimo intervento legislativo su una questione che andrebbe risolta dalla prassi giudiziaria. E tutto ciò nel silenzio dei giuristi.

In questo Paese vi sono troppe leggi e poco diritto. E dove non c'è diritto, non c'è giustizia.

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