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FLESSIBILITĄ O STABILITĄ? IL DIRITTO DI ACCEDERE AL LAVORO E-mail
Lavoro
di Andrea Villa
12 novembre 2009

mercato_del_lavoro_villa.jpgConsapevolezza e responsabilità circa gli effetti delle parole utilizzate devono essere presupposti fondamentali per chi ha l’opportunità e il privilegio di partecipare al discorso pubblico. Ciò par vero, ancor di più, nel momento in cui il discorso riguarda le aspettative e gli interessi di milioni di persone e di cittadini.


È questo il caso del singhiozzante dibattito sul mercato del lavoro italiano. Dibattito che, purtroppo, nel corso degli ultimi anni, ha dimostrato di non essere esente da uno spropositato utilizzo di stereotipi e proclami di varia provenienza. In questa sede, si ritiene opportuno porre in rilievo il carattere estremamente vetusto di quelle posizioni che hanno rivendicato e rivendicano, per il futuro:

  1. da un lato, l’attuazione di una ideologia della flessibilità, esente da sicurezza, quale modello di opportunità occupazionale per una porzione significativa di lavoratori;
  2. dall’altro, la validità e la necessità di incentivare un modello tradizionale di lavoro, per tutta la vita, sostanzialmente ancorato ad una organizzazione dei processi produttivi consegnabile ai manuali del XX secolo.

Siamo tutti consapevoli del fatto che gran parte del mercato è, attualmente, caratterizzato da una forte incidenza dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato [i 2/3 circa], la cui stabilità è ampiamente tutelata da un insieme eterogeneo di istituti. In una crisi occupazionale come quella che stiamo vivendo, questa è forse l’unica, scontata, circostanza positiva, soprattutto per coloro i quali riescono a conservare il loro posto. Allo stesso modo, però, siamo tutti consapevoli che la grande questione sociale risiede nel tema della precarietà, ovvero in quel modello, diametralmente opposto al lavoro tradizionale, che trasforma la mal tutelata condizione di disoccupazione in una situazione, non più contingente, bensì, ricorrente [il 34.3% del mercato del lavoro a fine 2008 era costituito da impieghi flessibili, rispetto al 24.2% del 2004; il dato si ottiene sommando tra loro collaboratori, dipendenti a tempo determinato, atipici, ed autonomi di vario tipo, Istat 2009].

La questione sociale è inoltre destinata a dilatarsi in virtù di quelle centinaia di migliaia di lavoratori che, dopo questa crisi, subiranno il «combinato disposto» del ricordo di un lavoro che doveva essere stabile e della necessità urgente di ricollocarsi nuovamente, impattando, inevitabilmente, i crismi regolativi dell’odierno e flessibile mercato del lavoro italiano [d. lgs. n. 276/2003]. Per tutte queste persone parlare del valore della stabilità del lavoro significa essere presi per l’ennesima volta a schiaffi in faccia [non dimenticando, poi, il sommerso].

Se di riforme si vuol parlare, occorre riflettere, non già sull’attenuazione/abolizione delle modalità flessibili di instaurazione del rapporto di lavoro, la cui irreversibilità è sotto gli occhi di tutti, bensì sulla necessità di introdurre elementi di sicurezza sociale nella concezione del «diritto al lavoro» [art. 4, Cost.], fino ad oggi ascrivibile, quasi esclusivamente, al tema del primo ed unico accesso ad una stabilità lavorativa ed esistenziale.

In passato, infatti, il «diritto al lavoro» ha prodotto una serie eterogenea di interventi, essenzialmente riassumibili nei nobili obiettivi del contenimento dei tassi di disoccupazione e delle tutele derivanti dalla condizione stabile di subordinazione [cfr. Liso 2009]. Si potrebbe, altresì, sostenere, con tutti i benefici dell’apparenza, che tali obiettivi ben rappresentino anche le necessità odierne. Ma è solo in parte vero. Occorre, infatti tenere presente la variabilità storica dei concetti, ovvero l’estrema mutevolezza dei contesti in cui essi prendono forma. Che è a dire il non ipostatizzare un’idea, una modalità – il concetto di lavoro, ad esempio – alla stregua di una categoria naturale ed immutabile dell’intelletto. Oggi, sembra difficile proporre una produttiva politica di incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato, a fronte delle contingenti difficoltà dell’iniziativa privata, del nanismo imprenditoriale che caratterizza il tessuto produttivo italiano e delle mutevoli caratteristiche della produzione nella concorrenza globale; sembra, altresì, difficile ritornare ad uno scriteriato sistema in cui lo stato si propone come «datore di lavoro», per far fronte alle particolari difficoltà di alcune zone del paese; inoltre, vale la pena ricordare che la stessa stabilità del lavoro, oggi, sembra essere oggetto di una riflessione, trasversale e competente, sull’eccessiva procedimentalizzazione del licenziamento [il dibattito sull’art. 18, l. n. 300/1970], al fine di rendere possibile una riduzione delle asimmetrie vigenti, ovvero una flessibilizzazione dell’intero mercato [cfr. Ichino 2008].

Contestualmente, occorre prendere in considerazione la frammentazione del mercato del lavoro, la non linearità delle esperienze lavorative, l’ibridazione tra autonomia e subordinazione, l’armonizzazione tra tempo di lavoro e tempo di vita, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, le possibilità di emancipazione della persona, di crescita professionale. In poche parole, un certo tasso di circolazione dei diritti che consenta di assumere quali obiettivi primari la stabilità esistenziale e la crescita complessiva del capitale umano. È importante, quindi, riuscire ad orientarsi nella direzione di politiche che siano in grado di tenere insieme le libertà del singolo [emancipazione] e le aspettative che la società coltiva su di esso [capitale sociale]. Il diritto al lavoro diviene, quindi, diritto di accedere al lavoro [cfr. Supiot 2003], laddove, da un lato, il «diritto di accedere» non è più esclusivamente finalizzato alla realizzazione di posti fissi, bensì alla formazione di un capitale umano utile alla variabilità delle esigenze produttive e, quindi, che riesca a creare le condizioni per accedere al mercato del lavoro formale [il diritto ad una formazione gestita dal pubblico e dai soggetti sociali], dall’altro un «lavoro» che non può più essere considerato solamente come impiego formale [lavoro in famiglia, volontariato civile, lavori socialmente utili, formazione autofinanziata].

Esistono dei limiti nelle teorie e nelle concezioni universalistiche dei sussidi di disoccupazione - legate cioè al criterio della cittadinanza. In particolare, per le caratteristiche del contesto italiano, non univocamente riconducibili alla grave situazione del debito pubblico italiano [ad esempio, riuscire ad individuare i soggetti realmente bisognosi]. Alcuni limiti si potrebbero individuare, anche, nella previsione assistenzial-assicurativa - essenzialmente passivizzante - del disoccupato che si evince dall’articolo 38 della nostra Carta fondamentale, innanzi ad un mercato del lavoro che chiede, sempre più [soprattutto ai giovani], di liberare le proprie capacità e lo spirito di iniziativa. A prescindere da ciò, è sempre opportuno sottolineare la, ormai lunghissima, attesa al fine di rendere possibili le condizioni della dignità esistenziale per tutte le tipologie di disoccupati, modernizzando un sistema di regole aggrappato con le unghie alle catene di montaggio del fordismo industriale.

In ultima analisi, tanto la distinzione tra status di disoccupazione e status di inoccupazione, quanto l’auspicabile riconoscimento, da parte del diritto, di tipologie di lavoro non strettamente legate al mercato del lavoro formale, consentirebbero l’individuazione di segmenti particolarmente bisognosi e meritori di tutela al fine di rendere possibili porzioni di libertà, di sicurezza, quand’anche di utilità sociale, nella consapevolezza di dover intervenire a tutela del lavoro flessibile e di molte altre situazioni contingenti. Questi potrebbero essere alcuni criteri utili per la configurazione di un diritto ad accedere al lavoro di mercato e non [cfr. Villa 2009].


 

Bibliografia essenziale:


1. Ichino, P., 2008, Scenari di riforma del mercato del lavoro italiano, in "Italianieuropei", n. 04/2008;

2. Istat, 2009, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2008, Roma, Istat;

3. Liso, F., 2009, Il diritto al lavoro, in "Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali", n. 121/2009;

4. Supiot, A., 2003, Il futuro del lavoro, Roma, Carocci;

5. Villa, A., 2009, Flessibilità e nuove forme di sicurezza sociale, in "Queste Istituzioni", n. 153/2009.

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