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L’IMPRESA “TITANICA” DEL MINISTRO: SLOGAN O VERA RIFORMA? E-mail
di Emanuela Giusi Gaeta, Massimo Giannini
12 novembre 2009

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Il testo del disegno di legge in materia di "riforma" dell’Università appare come un’ orchestrina che suona mentre la nave affonda, con i suonatori che cercano di distrarre i passeggeri dalla fine che li attende. Gli addetti ai lavori sanno bene che le Università sono al collasso finanziario, impossibilitate a bandire concorsi, assegni di ricerca e a investire nelle indispensabili infrastrutture logistiche e scientifiche.

 

A rischio sono anche gli stipendi dei dipendenti e non solo quelli degli odiati e nullafacenti docenti. Si dirà, ma è proprio per aumentare l’efficienza gestionale che la proposta di legge apre a manager e dirigenti esterni di comprovata esperienza, mettendoli a dirigere gli Atenei come si dirige una grande impresa. Ma al di là della semplice battuta che nessun manager è in grado di creare fondi che non esistono è il concetto stesso di Ateneo come azienda che appare discutibile. Qualunque testo di Economia dell’Istruzione dice saggiamente che la cultura è un bene pubblico e che gli obiettivi di una "impresa" che produce conoscenza non possono essere il profitto e il saldo di bilancio, ma la qualità e la diffusione del sapere. Inoltre, un ricercatore non è un lavoratore come tutti gli altri, da gestire in base al metro della produttività, sia essa marginale o come la si voglia definire, ma un individuo che investe tutto se stesso in un "asset" altamente rischioso, caratterizzato da una lunga e povera gavetta, da una elevata incertezza e da continue frustrazioni dovute alla necessità di pubblicare la sua produzione scientifica in un circuito internazionale che – si abbia il coraggio di dirlo – non brilla certo per competitività e trasparenza nelle procedure di valutazione degli articoli. Se un piccolo aspetto positivo l’Italia lo aveva rispetto agli altri paesi era nel tanto vituperato "posto fisso"; se non altro il nostro povero ricercatore poteva contare su una posizione a tempo indeterminato. Ora si pensa bene di eliminare anche questo incentivo, convertendo i contratti a tempo determinato – tre anni più altri tre rinnovabili a discrezione dell’Ateneo. Non solo precario, ma anche in qualche modo soggetto a pressioni esterne che ne limitano la creatività e gli stimoli in un processo delicato come la ricerca scientifica. E ovviamente non si parla nemmeno del fatto che il nostro giovane ricercatore, non solo precario e sfiduciato, non ha spesso nemmeno i fondi per svolgere la sua normale attività, dato che non può partecipare a convegni, passare periodi di studio all’estero, acquistare libri, software, computer e tutto ciò che serve al suo lavoro. Come al solito si parla solo del bastone e mai della carota; si introducono criteri meritocratici non ben identificati, quasi che la ricerca fosse assimilabile ad un lavoro a cottimo, ma non si pensa a fornire garanzie e incentivi ai giovani. La stessa procedura di reclutamento appare alquanto cervellotica e si fatica a vederne i lati positivi. Viene introdotta la figura dell’abilitazione, necessaria per il ricercatore alla fine dei sei anni per essere inserito - sempre su parere discrezionale dell’Ateneo – nel ruolo di professore associato. L’abilitazione viene decretata da una commissione nazionale composta da soli ordinari del settore scientifico disciplinare in oggetto – quindi escludendo i giovani – con frequenza annuale (la commissione resta in carica per due anni). Tutti sanno che in Italia la frequenza con cui sono stati banditi i concorsi universitari è sempre stata una "variabile aleatoria" e appare ben difficile che questo obiettivo annuale venga realmente rispettato. Inoltre, la composizione dei settori scientifico disciplinari ai quali attingere per i commissari è abbastanza eterogeneo e difficilmente si troveranno le necessarie competenze per giudicare con la dovuta attenzione le molte decine di domande di abilitazione che arriveranno ad ogni bando. Tutto questo per dire che i tempi morti saranno notevoli e che le commissioni spesso non saranno in grado di lavorare con la necessaria serenità, ove non saranno costrette a "mediare" tra le tante "segnalazioni" che inevitabilmente ci saranno, come il passato insegna. A ciò si aggiunga il fatto che le modalità con cui verrà espletato tale sorteggio non sono al momento note, né è dato sapere quali saranno i controlli con cui sarà possibile verificare la legittimità e la trasparenza del procedimento. Infine, il costo delle commissioni, come ricorda il disegno di legge, non devono gravare sul bilancio pubblico, quindi resta da chiedersi quali siano gli incentivi a partecipare da parte dei commissari, se non quello di fornire un servizio tanto eccellente quanto disinteressato alla comunità scientifica. Rimane da chiarire, a questo punto, se il meccanismo di designazione dei commissari attraverso il sorteggio, finora non riscontrato mai in nessun altro Paese, continui ad avere un senso.

Un ulteriore punto critico di questo disegno di legge lo rintracciamo nella deriva dirigistica e centralistica che si vuole imporre, attraverso la figura del direttore generale, dei nuovi poteri del rettore e dell’apertura a manager esterni. Non si capisce bene perché l’indirizzo scientifico e culturale di un Ateneo debba essere lasciato a persone che poco o nulla hanno a che fare con il mondo accademico. Sposare l’idea che un CdA è una specie di ente infallibile super partes, un deus ex machina, buono per gestire al meglio ogni tipo di produzione, dalle automobili alle idee, appare lo stereotipo di un modus pensandi pericoloso. Evoca lo spettro di un controllo politico-centralistico di orwelliana memoria, con gli atenei ridotti a luoghi di "lavoro" con tanto di uniforme. Non ha niente a che fare con una idea di effervescenza culturale, di freschezza intellettuale e anche, perché no, di stravaganza e goliardia. Insomma tutto quello che è sempre stato un Ateneo: il centro di sperimentazione sociale, politico e culturale di una nazione. Qualcosa che stride con la visione ingegnieristico-gestionale che si vuole dare.

Last but not least, lo slogan con cui la riforma cerca di farsi proganda, specie tra i giovani, è la possibilità data agli studenti di poter valutare il corpo docente, procedura già esistente da anni. Purtroppo questi annunci hanno più un effetto propagandistico che di contenuto e fanno leva sulla non conoscenza del sistema universitario.

In conclusione quindi questa riforma non piace e non convince; riduce ulteriormente gli incentivi per i giovani ad affrontare un percorso duro e incerto come quello accademico. Non ne risconosce l’indipendenza né un adeguato trattamento economico, in una fase particolare della vita di una persona, come quella tra i trenta e i quaranta anni di età, in cui occorre costruire il futuro per sé e la propria famiglia. Lascia le decisioni importanti ai soli professori ordinari e apre a esperti esterni non ben identificati. E non si parla mai di sviluppare ulteriormente la logistica, di investire in infrastrutture tecnologiche, di aumentare il patrimonio bibliotecario, di fornire i ricercatori di adeguati budget per soggiorni all’estero e della tante necessità fiosologiche di una comunità scientifica. Leggendo questo disegno di legge si ha ulteriormente idea che chi lo ha partorito poco conosce della realtà che si accinge a modificare. L’orchestrina continua a suonare e il Titanic ad affondare.

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