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DISTRIBUZIONE COMMERCIALE, CONCORRENZA E FEDERALISMO* E-mail
Enti locali
di Luca Pellegrini
30 ottobre 2009

cdm_n.3_2009.jpgSino ad oggi siamo stati abituati a pensare alla regolamentazione relativa alla distribuzione commerciale facendo riferimento a un quadro unitario di norme che si applicavano, almeno nei loro presupposti generali, a livello nazionale. La legge 426/71, durata quasi 30 anni, e poi la riforma Bersani del 1998, pur lasciando ampi margini alla regolazione locale, fissavano un quadro di riferimento comune che rendeva relativamente agevole una valutazione dei vincoli (molti) che allontanavano il settore dalle comuni logiche di mercato.
*Anticipazione da COnsumatori, Diritti e Mercato


E’ un modo di affrontare il problema che ci si deve ormai rassegnare ad abbandonare: oggi la regolamentazione del settore ha definitivamente assunto una dimensione regionale e, spesso, addirittura provinciale o comunale a seguito delle deleghe che le leggi regionali danno agli enti locali subordinati.
Non esiste una normativa di riferimento, ne esistono 20 (21 se si considerano le province autonome di Trento e Bolzano), ed esse si stanno sviluppando seguendo linee autonome e divergenti. La riforma del titolo V della Costituzione del 2001 ha infatti trasferito alle Regioni anche le competenze in materia di commercio e l’ultima cornice normativa unitaria, quella definita dalla riforma Bersani, ha quindi perso rilevanza poiché le Regioni, che ad essa rimanevano vincolate in attesa nuovi interventi legislativi, hanno via via introdotto norme sulla base delle più ampie competenze ad esse assegnate. Ciò ha ridefinito lo scenario e messo in luce almeno due questioni rilevanti:

1. barriere all’entrata: è sempre più difficile monitorare l’attività normativa regionale e ricostruire un quadro di sintesi circa i vincoli che ostacolano, in vario modo, la possibilità delle imprese di entrare e muoversi nel mercato;

2. vincoli operativi: la divergenza, talvolta anche solo nei dettagli, delle norme che le imprese devono seguire, aumenta i costi di compliance al nuovo assetto federale.

Come si cercherà di argomentare, se in passato la questione più rilevante riguardava le limitazioni all’entrata sul mercato, oggi si aggiunge quella dell’impatto della regolamentazione sulla gestione d’impresa, che genera rilevanti inefficienze.

 

Tali questioni determinano la necessità di intervenire per mitigare gli impatti negativi della regolamentazione locale:

3. per fare rispettare le competenze statali in materia di tutela della concorrenza e impedire l’introduzione di barriere all’entrata di cui al punto 1;

4. per incentivare forme di raccordo delle normative regionali e ridurre gli effetti di path dependency di cui al punto 2.

 

A rendere difficile un maggiore coordinamento fra le regioni è, però, una diffusa percezione della distribuzione e dei suoi problemi come un fatto locale, un servizio che si risolve rispetto alla comunità di riferimento del singolo punto vendita, senza considerare che in un contesto moderno la sua efficienza dipende sempre più spesso da strutture e processi centralizzati definiti a scala nazionale o multinazionale. Proposte e richiami a un maggiore coordinamento e a una maggiore uniformità vengono, quindi, percepiti come indebite ingerenze in materie sulle quali l’ambito regionale ha competenza esclusiva. Poiché si tratta di una percezione che deriva da attitudini culturali, è molto difficile intravedere soluzioni. Tutte, comunque, richiedono lo stesso presupposto necessario per la rivendicazione da parte dello stato delle competenze in materia di tutela della concorrenza: volontà politica. Se questa ci fosse, gli strumenti di intervento potrebbero essere almeno tre. Il primo, quello meno "intrusivo", è l’istituzionalizzazione di un più esplicito coordinamento fra regioni, che potrebbe svolgersi nel contesto della Conferenza Stato-Regioni. Il secondo, di cui si parla da tempo con riferimento a tutto il processo di regolamentazione del sistema economico, è l’introduzione di strumenti formali per analizzare costi e benefici della regolamentazione, i cosiddetti RIA (Regulation Impact Analysis; in merito Oecd 2009). Sono strumenti ormai collaudati che impongono maggiore trasparenza e, per il loro stesso costo, si può sperare possano costituire un elemento di freno alla continua proliferazione di norme su materie di scarsa o nulla rilevanza. Il terzo strumento è quello degli incentivi. Lo stato incentiva, mettendo a disposizione risorse aggiuntive, le regioni che si adeguano a politiche o standard normativi definiti centralmente.

Affermazione della competenza centrale nella tutela della concorrenza e iniziative intese a incentivare il coordinamento fra regioni per ridurre la varianza delle norme sono entrambe possibili. Il vero problema è che richiedono da parte del governo centrale una capacità di iniziativa e una determinazione che al momento attuale non si riesce a intravedere. Non resta che affidarsi alla pressione di consumatori e imprese, che oggi si trovano a pagare i costi di un federalismo commerciale che non funziona.

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