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DESTRA E LIBERISMO E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Tamborini
23 ottobre 2009

destra_tamborini.jpgIn un mio precedente intervento ho espresso alcune considerazioni su Sinistra e liberismo, uno dei temi che hanno contrassegnato la lunga marcia della Sinistra italiana post-comunista, prima verso la socialdemocrazia e poi verso ulteriori territori politico-economici ai confini col liberismo. Questa seconda puntata è dedicata ai malanni della Destra liberale italiana eternamente in cerca d'autore, non meno gravi e profondi di quelli della Sinistra. Il succo del mio primo intervento era che la lunga marcia della Sinistra italiana è stata mal concepita e condotta con carte ingannevoli verso un non luogo, un'Italia liberale che non c'è, che non ha storia, non ha tradizioni,

non ha idee nuove sui grandi temi dell'individuo e della collettività, della disuguaglianza e della giustizia sociale, dell'etica degli affari e della regolazione del mercato (confrontare con quanto si sta muovendo nel mondo della Destra liberale europea, in Francia, Germania, Gran Bretagna). E soprattutto, fatto particolarmente allarmante per un partito a "vocazione maggioritaria", un'Italia che si rivela pressoché disabitata da italiani in carne ed ossa.

 

Il miraggio delle riforme liberali

 

Dalla fine della Prima repubblica ad oggi, nonostante il vento della storia abbia soffiato con forza nelle sue vele, il mondo che si rappresenta o vota come liberale e liberista, non è riuscito a produrre un reale, tangibile e consistente superamento delle proprie ben note tare storiche su cui non è il caso di tornare qui. La sua area sociale e politica di riferimento è saldamente ancorata al centrodestra, il quale però non ha mai attuato le promesse di grandi riforme liberali e liberiste dell'economia e delle istituzioni, e ora sembra abbandonare, in alcuni casi aperti verbis, anche il riferimento ideologico e valoriale al Mercato come metafora del Bene e del Moderno (d'altra parte, ora, come dar loro torto?)

 

Sono sorprendenti (o forse no) le analogie socio-politiche dell'Italia del berlusconismo con quella del mussolinismo dei primi anni '20, che sul liberalismo italiano pose la pietra tombale. Ceti produttivi, professionali e amministrativi deboli e impauriti, smaniosi di mano libera negli affari, ma protetti e sorretti dallo Stato attraverso l'intreccio col ceto politico-amministrativo (ricambiato con disprezzo). Amanti dell'autoritarismo (per gli "altri") più che dell'autorità (per tutti). Asserragliati a difesa del proprio spazio vitale personal-familiare fino a far coincidere con esso la nozione stessa di democrazia, o a sacrificarla. Pronti ad affidarsi all'Uomo della Provvidenza purchessia turandosi il naso, in quanto incapaci di esprimere dal proprio seno una leadership assimilabile alle grandi tradizioni liberali europee. Tanto è vero che alcuni (pochi) intellettuali, economisti, imprenditori, le élite aerobiche messe alla gogna da questa Destra al potere, han finito per riprodurre l'eterno strabismo storico dei "sinceri liberali" che guardano a Sinistra, con tutto lo strascico di equivoci che ho discusso nell'intervento precedente.

 

Il mito dell'Italia liberale di massa

 

Una seconda grave insufficienza che affligge la Destra liberale italiana è la sorprendente incapacità di tracciare un quadro approfondito e realistico della società, in particolare proprio di quella, tendenzialmente maggioritaria, che guarda a Destra. La ribellione di piazza ai vizi statalisti della Prima repubblica, e l'affermazione mondiale di modelli neo-liberisti ispirati al successo individuale, al mercato, all'impresa, hanno fatto pensare che anche in Italia fossero state poste le basi per quel partito liberale di massa (il termine fu ampiamente usato per denotare il progetto di Forza Italia) sempre agognato e mai realizzato. Naturalmente la culla di questa nuova Italia è il Nordest. Ne è nata una pubblicistica, più o meno alta, ma sconfinata e pervasiva, che tra l'altro ha convinto la Sinistra che i suoi guai nascano dal fatto di non saper conquistare la nuova Italia liberale di massa, la quale invece trova soddisfazione alla propria domanda politica nella leadership di Berlusconi & Bossi.

 

Così Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 21 agosto, autorevole interprete di quella domanda politica: "Niente assistenzialismo, ma una radicale semplificazione legislativa […]; una forte riduzione fiscale, che lasciasse più risorse da destinare, oltre ai consumi, non solo alle proprie attività imprenditoriali - grazie alle privatizzazioni e alle deregolamentazioni - ma anche alla produzione di beni collettivi, nella sanità, nella scuola, nei servizi, che ora, in prevalenza, lo Stato fornisce con grandi sprechi"

 

Chiunque vive e lavora al Nord, a contatto con la gente comune, con un po' di attenzione, curiosità e qualche dato, comprende che la realtà è molto diversa, e che la nuova Italia desiderosa di farsi liberalizzare è una fiction che ha velocemente perso ogni contatto coi dati sociali reali. Le evidenze sono numerose e convergenti. Ne richiamo alcune, di pubblico dominio.

 

Comincerei ad esempio dalle famose Mappe di Ilvo Diamanti, studioso e sostenitore della tesi della stabilità di lungo periodo dell'elettorato italiano. Entità, proporzioni, distribuzione geografica disaggregata (al Nord) dell'elettorato FI-CdL-PdL-Lega si sovrappongono con pochi e tenui spostamenti a quello della Prima repubblica incentrato su Dc prima e Pentapartito poi. L'exploit di Pd-IdV del 2008 non è andato oltre il massimo storico raggiunto del Pci. Se consideriamo anche che il ceto politico vincente (tranne la Lega) è in buona misura lo stesso di prima, piuttosto che all'esito di una rivoluzione culturale viene da pensare all'assestamento di un corpo sociale sostanzialmente continuista nei valori di riferimento e nella domanda politica. D'altra parte non uno dei movimenti, partiti e leader politici del centrodestra ha reali radici storiche liberali. Una semplice controprova è fornita dal consenso elettorale stabilmente esiguo dell'unico partito che abbia un profilo schiettamente laico, liberale e liberista, anti-Prima-repubblica, ossia i Radicali, il cui innesto nel centrodestra è risultato in un rigetto.

 

Cosa chiede questo corpo sociale? Un'indagine di Demos & PI per Confindustria del 2006 (http://www.demos.it/2006/pdf/concorrenza_protezione_2006.pdf) illustra l'atteggiamento degli italiani nei confronti del mercato. Ne esce un quadro contraddittorio, al limite della "dissonanza cognitiva" (ivi), tra l'adesione verbale e retorica ai valori di un società del libero mercato, e comportamenti, giudizi, preferenze sollecitati e rivelati attraverso l'indagine. Gli italiani amano il proprio "privato", il proprio lavoro autonomo, ampi spazi di libertà economica propria. Alle parole concorrenza, mercato, associano maggiore efficienza, migliore qualità, maggiori opportunità. Ma la vittima illustre di questa indagine è la disponibilità concreta a giocarsi in una società aperta in cui queste virtù, estese a tutti, diventano minacce. Allora le privatizzazioni sono viste con scetticismo, se non insoddisfazione. La gestione pubblica dei servizi collettivi rimane un baluardo contro il timore di prezzi elevati, discriminazioni di accesso, e disuguaglianze tra ricchi e poveri. Gli ordini professionali mettono balzelli, ma pochi "rischierebbero" una prestazione da un professionista fuori dall'albo. Scorciatoie e protezioni dalle asperità della concorrenza sul posto di lavoro (pubblico o privato che sia) sono un male tollerabile in quanto necessario. La trasmissione ereditaria del posto di lavoro, del negozio, dell'azienda, del patrimonio è un valore associato a quello della famiglia. La competizione internazionale, la delocalizzazione, la globalizzazione sono minacce che richiedono protezioni attive da parte del governo. Così Diamanti commenta il rapporto:

 

"Il popolo non solo non offrirebbe sostegno ai progetti riformatori che mirano a rendere più aperto e concorrenziale il nostro sistema; ma anzi li guarderebbe con sospetto" (p. 2) "Nella società italiana, la concorrenza costituisce un valore condiviso da una minoranza di persone. Perché, peraltro, oggi non esiste una "lobby" della concorrenza, in grado – almeno – di contrastare le tendenze dominanti. Visto che gli atteggiamenti "protezionisti" dispongono di una platea di consensi ampia e ben distribuita socialmente. E trasversale: dal punto di vista della classe, delle caratteristiche anagrafiche, dell’area geografica, dell’orientamento politico" (ibid.).

 

Stupisce lo stupore di chi si stupisce che l'offerta politica di B & B canti la retorica dell'Italia liberale di massa mentre sostanzialmente continui ad offrire il confuso, talvolta torbido, spesso indigesto frappé pubblico-privato della Prima repubblica. La politica delle pezze a colori, delle soluzioni à la carte (Brunetta lo chiama "pragmatismo caotico" (intervista a Radio Radicale)) di cui la Dc fu sommo (e magari rimpianto) artefice, infallibile modello per chi guarda ad orizzonti di lunga durata nella politica italiana.

 

Traditi o accontentati?

 

Un ulteriore segno di grave spaesamento dei cantori dell'Italia liberale di massa, almeno di coloro che manifestano una sorta di adesione o speranza critica verso la politica di B & B, è l'idea, o l'avvertimento, che questa politica stia tradendo la "sua" presunta Italia. L'articolo di Ostellino citato sopra s'intitolava "La solitudine dei piccoli". Nel caso non avessimo capito, il Corriere del 7 ottobre ribadisce il concetto con di Dario di Vico che si fa portavoce degli "italiani invisibili". "Complice la grande crisi scopriamo che interi pezzi della società sono diventati invisibili. Non hanno santi in paradiso o lobby che li tutelino e le loro rivendicazioni non riescono nemmeno ad arrivare ai piani alti". E chi sono questi sventurati? Ma naturalmente i "piccoli" e, niente meno, i professionisti, colti qua e là in convegni densi di preoccupazioni, e richieste.

 

Ovviamente l'articolo non contiene nessun dato, nessuna evidenza ragionata. Se non megafonìa di chiacchiere a margine della convegnistica delle lamentele, a cui segue puntuale "l'apertura di tavoli", che costituisce infatti il modus operandi della negoziazione continua tra queste categorie e il "governo amico". I dati veri che abbiamo, invece, sono quelli freschi di elezioni ricordati prima. Scavando un po', essi ci raccontano anche di una vasta adesione e identificazione, quasi ideologica, nei confronti dell'offerta politica di B & B. Soprattutto nel Nordest, dove la fiducia nella Lega supera il 40% a cui si aggiunge il 33,7% per il PdL; cifre che si allineano per superare entrambe il 50% proprio tra imprenditori e lavoratori autonomi (vedi Rapporto Demos & Pi per Il Gazzettino, 21 ottobre 2008, http://www.demos.it/a00222.php). Come ha osservato Diamanti, l'insediamento della Lega a Roma non ha attenuato, ma ha rafforzato il senso di rappresentanza e di difesa degli interessi locali e categoriali delle regioni del Nord, tanto è vero che Bossi ha sotterrato l'ascia retorica della secessione. La politica di B & B aderisce come una seconda pelle al proprio corpo sociale. Ai suoi valori, ma anche ai suoi disvalori; alle sue virtù, come ai suoi difetti. Ne esalta le prime, e blandisce i secondi, scaricando su "altri" e "altrove" le colpe dei mali del paese, e l'olio di ricino per curarli.

 

I nemici del popolo

 

Proprio su questo fronte, evidenzio un ultimo elemento preoccupante del quadro clinico della nostra Destra liberale. La quale sembra incapace, non solo di elaborare una seria strategia politico-culturale per creare un'Italia liberale di massa che non c'è, e offrirle una leadership degna anziché acconciarsi a quella che c'è, ma persino di cogliere e contrastare le pulsioni autoritarie, populiste e classiste più eclatanti che, anche su questo versante, assimilano l'Italia di B & B più a quella pre-fascista (o comunque ai regimi illiberali) che a quella democristiana.

 

Un ingrediente importante del marketing politico di B & B è la creazione dell'identità per esclusione. Identità e identificazione sono strumenti necessari per il successo di qualunque movimento politico di massa. Come si fa a costruire una identità in un movimento di massa per sua natura interclassista? C'è un sistema vecchio come il mondo: si creano i nemici esterni. I nemici del popolo. Noi siamo dalla stessa parte perché abbiamo gli stessi nemici, e votiamo lo stesso partito perché ci difende da essi. Noi siamo la vera élite del paese, l'Italia va male per colpa degli "altri", sono gli "altri" che devono pagare. Credo che non occorra sprecare parole per fornire prove di come la Destra al potere stia usando intensamente e scientificamente questo sistema. Ma se, per esempio, cercate il copyright della lista dei nemici del popolo che va compilando il Ministro Brunetta, scoprirete, forse con lo sgomento e la tristezza che ho provato io, di doverlo assegnare a una mite firma liberale del liberale Corriere della Sera.

 

"I "protagonisti vitali" del nostro capitalismo […] sono un spaccato della maggioranza degli italiani. Che comprende i piccoli e medi imprenditori, ora nei guai, fuori dal circuito delle complicità pubbliche e private; commercianti al dettaglio; professionisti isolati; lavoratori del settore privato; precari; giovani. Se la cavano come possono […] affrontando le incognite e le durezze della vita e del mercato, con coraggio e spirito innovativo […] Salvo rare, e lodevoli, eccezioni c'è, poi, la minoranza degli italiani: ciò che rimane della grande industria, pubblica e privata; […] il sistema creditizio; i professionisti e i manager inquadrati negli Ordini professionali; gli alti commis di Stato; i dipendenti pubblici […]; gli amministratori degli Enti locali […]. Nessuno di loro opera sul mercato. Sono le oligarchie che costituiscono la classe dirigente […] Fanno dell'Italia una sorta di 'società pre-capitalistica'. Gli italiani della prima categoria sono anche la base sociale e il serbatoio elettorale del centrodestra" (P. Ostellino, 21-8-2009)

 

Peccato che questa specie di riedizione della lotta di classe sia lontana anni luce dalla politica liberale, e sia altamente nociva per il grande sforzo collettivo con cui dovremmo affrontare le profonde riforme che servono al nostro paese. Perché sono riforme trasversali, che dovrebbero toccare tutti, anche gli italiani di prima categoria, ai quali prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio politico di dire che anche in loro e tra loro c'è qualcosa che va cambiato e riformato. Perché poi gli italiani di seconda categoria si organizzano allo stesso modo, si autonominano a loro volta la vera élite del paese ed erigono protezioni contro i veri nemici della patria. E il risultato desolante, zero riforme, è sotto gli occhi di tutti.

 

La Sinistra post '89 è ancora piena di problemi irrisolti. E' considerata la grande malata della politica italiana post '92, ed è circondata da una moltitudine di medici, curatori, predicatori nonché immancabili venditori di elisir. Com'è nella natura sua e del suo popolo, la Sinistra non si sottrae ai pubblici processi, anzi vi si offre in piazza senza freni. E' forse tempo di dire che la Destra liberale è malata grave non meno della Sinistra, e che chi sente di appartenervi, di rappresentarla e di illuminarla, dovrebbe per un poco distogliersi dal capezzale della Sinistra e occuparsi del proprio.

  Commenti (1)
Vuoto di rappresentanza
Scritto da Claudio, il 26-10-2009 11:12
Sono un ragazzo di 25 anni. Ultimamente cerco di fare molti "sforzi mentali" per cercare nella politica del mio Paese un "qualcosa" che mi faccia aderire con convinzione ad un partito piuttosto che ad un'altro. Il malanno Ŕ che tra i giovani si stanno perdendo i valori fondamentali che dovrebbero animare una societÓ che guarda il futuro, non con paura, ma con grinta e speranza! Confesso che certe volte ci si sente un pochino soli. Sempre pi¨ spesso, per i giovani come me che stanno finendo il percorso di formazione universitaria, ci si sente dire da pi¨ parti: "Non rimanere in Italia!! Vai altrove!". Io sono testardo e voglio pensare un futuro, per me e per la mia futura famiglia, nella Nostra Italia, consapevole che questa scelta potrÓ costarmi cara..

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