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IL NUOVO SCUDO FISCALE: POCHI, MALEDETTI E SUBITO.IL LODO TREMONTI ╚ COSTITUZIONALMENTE ILLEGITTIMO? E-mail
Fisco
di Carlo Ruga Riva
23 ottobre 2009

lodo_tremonti_ruga_riva.jpgIl nuovo scudo fiscale è legge, nel solco di una tradizione italica che, dal 1861 ad oggi, ha prodotto oltre trecento provvedimenti di clemenza. Il Presidente della Repubblica ha subito comunicato che nulla osta alla sua promulgazione, avendo di recente la Corte costituzionale (ordinanza 9 aprile 2009, n. 109) ribadito che i condoni tributari, al pari di quelli edilizi, non costituiscono amnistia, e pertanto non richiedono la maggioranza qualificata dei due terzi di ciascuna Camera prevista dall’art. 79 Cost., nella versione emendata da una legge costituzionale del 1992.

La giurisprudenza costituzionale richiamata da Napolitano è tanto consolidata quanto discutibile nel merito.

Vediamo perché.

La "madre" di tutte le sentenze sul tema è rappresentata dalla n. 369/1988, relativa al condono edilizio del 1985, salvato con argomentazioni sofisticate e di ampio respiro apprezzate dall’erario, meno dalla dottrina.

Molto riassumendo si sostiene una differenza concettuale tra amnistia "classica", che produrrebbe i suoi effetti di estinzione dei reati già in astratto, sulla base di mera previsione di legge, e i moderni condoni, i quali viceversa richiederebbero la manifestazione di volontà del beneficiario e produrrebbero effetti estintivi di reati solo all’esito di complesse procedure amministrative.

In sostanza, nella seconda ipotesi si sarebbe al di fuori del perimetro della amnistia, e dentro a quello della "normale" non punibilità: il legislatore potrebbe legittimamente rinunciare a punire fatti commessi entro una certa data, in presenza di situazioni eccezionali e tendenzialmente irripetibili, purché l’impunità sia funzionale a salvaguardare un qualche interesse di rilievo costituzionale e rimanga coerente con gli scopi della pena.

La tesi della Corte costituzionale, pur ripetuta in altre occasioni, non convince affatto.

Dimentica un dato normativo decisivo: l’amnistia, come stabilisce l’art. 151 co. 4 del codice penale, "può essere sottoposta a condizioni o ad obblighi".

Si tratta della cosiddetta amnistia condizionata, la quale, specie in materia tributaria, è stata storicamente subordinata al pagamento, da parte del beneficiario, di determinati importi calcolati sull’imposta evasa o a forfait.

Quindi, sul piano concettuale, non è affatto vero che l’amnistia (condizionata) produce i suoi effetti senza la mediazione di condotte del beneficiario, né che, in astratto, sia incompatibile con procedure amministrative più o meno complesse, quali ad es. il rilascio di un titolo edilizio in sanatoria.

Sul piano storico-empirico, provvedimenti analoghi a quello odierno sono stati, prima del 1992, tranquillamente emanati all’interno di leggi di amnistia.

Guarda caso, dopo il 1992, anno in cui venne modificato l’art. 79 Cost., non è stata più emanato alcun provvedimento formale di amnistia, e sono fioriti condoni, sanatorie, emersioni, regolarizzazioni, indultini e scudi, in un trionfo di neologismi che nascondono la vecchia italica vocazione alla clemenza.

Venendo allo scudo attuale, si tratta, semplicemente, di un’amnistia condizionata al pagamento di pochi e maledetti soldi (una somma pari al 5% del capitale o del valore di beni illegalmente detenuti all’estero entro il 31 dicembre 2008, quand’anche frutto di determinati reati, tributari e non, tra i quali il falso in bilancio), da versarsi subito (entro il 15 dicembre 2009).

In ogni caso, qualora, in linea con la citata giurisprudenza della Corte, si ritenga che lo scudo si ponga fuori dell’amnistia e dentro l’orizzonte della punibilità, non sembra che il provvedimento in esame rispetti i pur labili paletti fatti salvi dalla Corte costituzionale

La situazione che si vuole combattere (con la carota) non è affatto eccezionale: basti pensare, ponendo mente al latinetto dei giuristi, che si tratta del c.d. scudo fiscale ter, intimamente collegato, anche normativamente, allo scudo bis del 2003 e all’originario del 2001, tutti e tre di era tremontiana.

Dunque non si tratta di provvedimento eccezionale teso a fronteggiare una realtà peculiare, posto che l’evasione fiscale e l’occultamento all’estero di capitali e beni è pratica risalente nel tempo.

Neppure può ipotizzarsi che si tratti di disciplina irripetibile.

L’anonimato garantito ai beneficiari dello scudo esclude che le autorità preposte alla lotta alla evasione possano venire a conoscenza dei meccanismi, dei canali dell’esportazione illecita; come dire che, in prospettiva, i "ladri" avranno le stesse armi di oggi, e le "guardie" nessuna informazione in più.

Infine, la disciplina in esame non appare affatto rispettare gli interessi che il legislatore aveva inteso tutelare con i reati oggi "scudati", né con le relative finalità assegnate alla pena (prevenzione speciale e prevenzione generale).

Gli interessi erariali non sono seriamente fatti salvi, posto che chi ha evaso e commesso reati paga il 5% generosamente calcolato sul 50% del valore delle rendite ipoteticamente maturate nel quinquennio, contro il 40 o 50% annuo delle imposte altrimenti da pagare sui capitali illegittimamente detenuti.

La finalità di deterrenza è totalmente compromessa, dato che la legge suona come un condono a prezzi stracciati, senza nessuna garanzia su futuri migliori capacità contributive del beneficiario dello scudo, che ben potrebbe ri-espatriare ciò che ha "ripulito".

La finalità rieducativa della pena, d’altro canto, sembra anch’essa frustrata: chi ha evaso non viene punito, e il prezzo dell’impunità è assai più basso delle imposte cui sarebbe stato tenuto il contribuente disonesto.

Il messaggio suona: crime pays

Quale soluzione allora?

L’argine alla clemenza "facile" è stato inserito in Costituzione con la modifica dell’art. 79 Cost., nel 1992, nello stesso periodo di moralizzazione della vita pubblica e politica che, un anno dopo, porterà alla eliminazione dell’autorizzazione a procedere per la sottoposizione a procedimento penale dei parlamentari.

Rinunciare alla pena nei confronti di alcuni soggetti che abbiano commesso taluni reati entro una certa data (e non dopo) spezza l’uguaglianza di tutti davanti alla legge.

Il senso della maggioranza qualificata richiesta (oggi) dall’art. 79 Cost. sta proprio qui: evitare traffici di indulgenza che la maggioranza di turno possa offrire ai propri elettori a discapito degli interessi generali (sul punto sia consentito rinviare a quanto illustrato in questa rivista, 24 luglio 2009).

Il custode della diga (la Corte costituzionale) dovrebbe dunque far rispettare l’art. 79 Cost, e di conseguenza censurare le leggi ordinarie che adottano provvedimenti di clemenza riconducibili alla sostanza dell’amnistia condizionata.

Insomma, dichiarare l’illegittimità costituzionale, dopo il lodo Alfano, del lodo Tremonti, che dal 2001 consente agli evasori di sottrarsi alla pena e ad una consistente quota delle imposte altrimenti dovute.

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