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PD AL BIVIO: PARTITO ELETTORALE O RADICATO SUL TERRITORIO? E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Cerreto
23 ottobre 2009

primarie_pd_ceretto.jpgAlcuni mesi fa, cercando di delineare la cultura politica insita nell’architettura organizzativa del PD – e, questa la tesi, in alcune sue proposte di riforma istituzionale – cercai di richiamare l’attenzione sulla "assenza di un confine organizzativo, di una linea di demarcazione netta tra gli iscritti e i semplici elettori", di talché "i diritti e i poteri degli iscritti non differiscono significativamente da quelli degli elettori" (numero del 20 marzo). 

La contraddizione teorica tra la pretesa di dar vita a un partito radicato, con tanto di iscritti e circoli territoriali, e la scelta di affidare le decisioni più rilevanti agli elettori – o meglio a chi, il giorno delle primarie, si dichiara elettore, senza necessariamente avere o voler avere alcun rapporto con il partito, né prima né dopo – trova oggi conferma nel complicato e, per certi versi, tortuoso percorso congressuale del PD.

Il primo "congresso" del PD (uso questo termine per semplicità, pur sapendo che né lo Statuto né il "Regolamento per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale" parlano di congresso, e il titolo del Capo II del Regolamento, "Le garanzie congressuali", ha tutta l’aria di un lapsus…) ha infatti portato allo scoperto questa contraddizione, costringendo i tre candidati a prendere posizione sulla "forma partito", vuoi per difendere, sostanzialmente, la "sovranità degli elettori" (Franceschini e Marino), vuoi per proporre dei correttivi (Bersani, che sostiene la necessità di un albo degli elettori "effettivamente pubblico e certificato", anche per impedire possibili incursioni da parte di altre forze politiche). E quasi tutti i commentatori hanno iniziato a chiedersi "come si fa a costruire una organizzazione di partito con un solido radicamento territoriale se le decisioni che contano sono prese da elettori-simpatizzanti e non da iscritti-militanti?" (D’Alimonte, Il Sole 24 Ore, 4 ottobre). "Che senso ha una procedura così sconclusionata? Credo che, una volta conclusasi questa partita, i nuovi organismi dirigenti che usciranno dal voto delle primarie dovranno rimetterci le mani e renderla più adeguata alle esigenze della chiarezza e della logica": così Scalfari (la Repubblica, 18 ottobre), che però, sorprendentemente, non ravvisa differenze tra i candidati "per quanto riguarda la struttura del partito" (ma basta leggere le mozioni per accorgersi del contrario!) e finisce auspicando che alle primarie votino anche "quelli che non condividono le tesi riformiste del PD […]: votino magari scheda bianca ma vadano". Con buona pace della chiarezza e, soprattutto, della logica… Perché, poi, ci si debba augurare che all’elezione del segretario di un partito partecipi chi in quel partito non si riconosce, non è dato capire.

Il punto è che il percorso congressuale del PD, "attivando" le norme statutarie, ha fatto venire al pettine, nella vita reale del principale partito di opposizione, tutti i nodi e le aporie che fino a qualche mese fa erano rimasti sulla carta. Il percorso – vale la pena di ricordarlo – si snoda in due fasi, più un eventuale "terzo tempo". Nella prima fase, gli iscritti si riuniscono nei circoli e votano per un candidato alla segreteria nazionale, al quale è collegata una lista (bloccata) di candidati alla Convenzione provinciale. Fin qui, la procedura assomiglia abbastanza a un congresso tradizionale: già DS e Margherita, a differenza dei grandi partiti della prima Repubblica, eleggevano il segretario con il voto diretto di tutti gli iscritti. La Convenzione provinciale elegge, quindi, i delegati alla Convenzione nazionale (che si è svolta domenica 11). Anche se, a ben vedere, non è la Convenzione provinciale a eleggerli: questa, infatti, non è neanche un organo collegiale in senso proprio, come dimostra il fatto che vota per "stati" (le mozioni) anziché per "teste". In altre parole, sono i delegati provinciali collegati a ciascun candidato segretario ad eleggere separatamente i loro delegati alla Convenzione nazionale.

La Convenzione nazionale, a sua volta, non deve far altro che prendere atto del voto degli iscritti e ascoltare i discorsi dei candidati: non stupisce, allora, che sia durata meno di tre ore e che nessun delegato abbia preso la parola. Passate quelle tre ore, essa non ha più alcuna funzione e, a quanto sembra, cessa di esistere.

Ebbene, tutto questo processo non ha altra funzione che quella di selezionare i tre candidati che potranno accedere alla seconda fase, quella appunto delle primarie. Si tratterà dei tre candidati più votati, a condizione che abbiano superato un modesto quorum del 5 per cento. Da quel momento in poi, il voto degli iscritti (450.000 voti, il 60 per cento del totale) si azzera, non esiste più. La parola passa agli elettori del PD, cioè a quelli che, come abbiamo visto, un dato giorno si dichiarano tali. La funzione degli iscritti è stata quella di preparare le "primarie" attraverso le quali altri sceglieranno il segretario del loro partito. Ovviamente, gli iscritti possono votare alle primarie, ma il loto voto varrà esattamente quanto quello di chi iscritto non è.

C’è poi, come dicevo, un "terzo tempo", eventuale. Se alle primarie nessun candidato raggiunge il 50 per cento, l’ultima parola spetta all’Assemblea nazionale, eletta sempre attraverso le primarie, mediante liste (bloccate) collegate ai candidati – e dunque non è corretto affermare, come fa D’Alimonte, che la parola torna, sia pure indirettamente, agli iscritti, perché l’Assemblea è eletta dal "popolo delle primarie". L’Assemblea elegge il segretario mediante un ballottaggio tra i due più votati. Il che equivale a dire che i delegati del candidato meno votato diventano l’ago della bilancia. Per fortuna, raccogliendo il suggerimento di Scalfari, due candidati su tre (Bersani e Franceschini) si sono impegnati a sostenere comunque il più votato alle primarie. E così almeno il paradosso finale è scongiurato.

Resta il fatto che questo iter lunghissimo e complicato non sembra avere una spiegazione logica: se, infatti, le primarie confermassero il segretario scelto dagli iscritti, esse avrebbero il solo effetto di certificare il gradimento popolare per un leader che, però, non necessariamente sarà candidato alle elezioni "vere" (in Italia non c’è, al momento, un sistema presidenziale e, soprattutto, ci sono le coalizioni) e, comunque, non lo sarebbe che tra qualche anno. Se invece dovessero ribaltare il voto degli iscritti, il nuovo segretario si troverebbe a guidare un partito contro la volontà dei suoi militanti e dei quadri intermedi: impresa, mi pare, ai limiti della temerarietà.

Non resta allora che sperare, per il bene di tutto il sistema politico italiano, che, passate le primarie, il principale partito di opposizione decida finalmente se vuol essere un partito radicato, con i suoi elettori e i suoi circoli, o un partito elettorale. Senza cercare di tenere insieme quello che insieme non può stare. E tenendo invece conto, se possibile, del sistema istituzionale che c’è oggi in Italia, il quale, nelle more di sempre possibili evoluzioni presidenzialistiche, rende necessario distinguere tra selezione delle candidature (per cui le primarie possono funzionare) ed elezione dei leader di partito.

  Commenti (1)
Un falso dilemma
Scritto da Riccardo Colombo, il 26-10-2009 11:31
Ritengo che sia un falso dilemma l'alternativa tra partito elettorale e partito radicato sul territorio o partito degli iscritti. Il Pd Ŕ nato dalla crisi dei due grandi partiti del dopoguerra, che avevano perso il contatto con l'elettorato. Inoltre l'elettore di centro sinistra non intende pi¨ essere "un parco buoi" ma vuole contare nelle decisioni. L'introduzione delle primarie ha risposto a questa duplice esigenza e non tanto a migliorare la selezione del gruppo dirigente. Quest'ultimo problema Ŕ quindi rimasto scoperto e deve trovare ancora una soluzione. Inoltre, se non si trovano altre modalitÓ per far partecipare l'elettorato sarebbe un suicidio politico abbandonare il sistema delle primarie. Penso che si debba condividere con questo sistema, anche se farraginoso, per ancora molto tempo.

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