Home arrow Lavoro arrow L’ EREDITÀ DIFFICILE DI GINO GIUGNI
L’ EREDITÀ DIFFICILE DI GINO GIUGNI E-mail
Lavoro
di Roberto Romei
16 ottobre 2009

gino_giugni_romei.jpgTracciare un ricordo dell’opera di Gino Giugni vuol dire tracciare il percorso di un intellettuale in cui, con singolare coerenza, il percorso scientifico si identifica con quello politico, nel senso che in quest’ultimo Giugni ha trasfuso gran parte dei convincimenti maturati sul piano teorico. La sua è la lezione di un grande intellettuale senza schemi, che ha profondamente creduto che l’impegno del giurista non dovesse limitarsi all’ambito accademico, ma dovesse farsi azione concreta; di chi ha avuto il gusto di "fare le cose utilizzando le regole", di chi ha compiuto una scelta di campo precisa in favore dei lavoratori, senza però mai dimenticare le ragioni del mercato e dell’impresa.

 

Non è possibile se non per cenni, dare conto dell’importanza che ha assunto Giugni per il diritto del lavoro italiano. Negli anni ’50 dello scorso secolo il diritto sindacale italiano viveva in una perenne attesa dell’attuazione dell’art. 39 Cost. (che per fortuna non venne mai) all’ombra di una ricostruzione integralmente privatistica, che, se aveva avuto il merito di impedire pericolosi ritorni al passato, lo aveva anche inevitabilmente ancorato alla dimensione individualistica propria del diritto civile.

Non è azzardato dire che Giugni fu il fondatore di un moderno diritto sindacale italiano. Lungo il corso degli anni ’50 – ma già all’inizio del decennio con un articolo scritto con Federico Mancini e pubblicato su Il Mulino – Giugni aprì a poco a poco una strada diversa, che trovò compiuta sistemazione nella sua opera più famosa, pubblicata nel 1960. Nella "Introduzione allo studio della autonomia collettiva" Giugni dimostrò, ad un ambiente giuridico intriso di positivismo, che nonostante l’assenza pressoché totale di norme di legge, le contrapposte organizzazioni sindacali avevano dato vita ad un ordinamento autonomo, dotato di propri criteri di legittimazione, di proprie regole di competenza, di risoluzione dei conflitti e di sanzioni. Un sistema giuridico, insomma, o meglio, un ordinamento, non statale, ma intersindacale, formatosi al di fuori dei canali del diritto scritto.

Non è difficile per l’occhio allenato riconoscere l’influenza della lezione di Santi Romano coniugata con il normativismo kelseniano. Ma altrettanto facilmente riconoscibili sono le influenze del modello sindacale anglosassone,del pluralismo di scuola oxfordiana e della lezione del suo Maestro, un giurista weimariano poi emigrato a Londra, Otto Khan Freund. Si dischiudeva così un orizzonte inedito per il diritto del lavoro italiano: aperto all’ azione dei gruppi intermedi, allo studio del diritto vivente, e ad una nuova prospettiva dei rapporti tra Stato e società civile. Altrettanto importante fu il rinnovamento metodologico, con l’apertura dell’indagine giuridica agli studi di sociologia e di teoria delle relazioni industriali, materia allora quasi sconosciuta in Italia.

Del resto i tempi erano maturi: gli inizi degli anni ’60 rappresentarono una stagione di intense novità in molti campi del diritto, ed il nome di Giugni si associa qui a quelli di altri giovani studiosi, come, per fare solo qualche nome, Amato, Bassanini, Rodotà, Bricola, Cassese.

Apertosi con una fondamentale opera scientifica, il decennio si chiuse con una legge altrettanto importante, e cioè lo Statuto dei lavoratori. È una legge che reca fortemente l’impronta intellettuale di Giugni, nel pragmatismo della scelta di tutelare i lavoratori non attraverso norme astratte, ma rafforzando la presenza di quei soggetti, come i sindacati (o meglio, alcuni sindacati), che istituzionalmente erano preposti a questo compito. Al fondo vi era l’idea che le relazioni sindacali sono relazioni collettive, regolate dall’azione di gruppi sì contrapposti – perché portatori di interessi diversi – ma non necessariamente configgenti, dalla cui azione nasce la composizione degli interessi in gioco. Diversamente da una certa opinione corrente, lo Statuto non è animato da una concezione conflittuale delle relazioni industriali: solo che nell’Italia degli anni ’70 era necessario un rafforzamento delle prerogative delle organizzazioni sindacali per farle diventare un vero e credibile interlocutore per la controparte. Ma lo Statuto rappresentò anche la prima forma di intervento dello Stato fortemente promozionale della, ed integrato con la contrattazione collettiva.

La centralità del sistema della contrattazione per un moderno sistema di relazioni industriali e la convinzione, parallela, della necessità di individuare strumenti e processi di composizione dei conflitti, ha rappresentato la stella polare anche dell’azione politica e riformatrice di Giugni, e che ha trovato la sua più compiuta sistemazione del Protocollo del 1993. Il Protocollo rappresenta un tentativo, riuscito, di dare una veste certa al sistema di contrattazione collettiva, prefigurandone soggetti, strutture e competenze, in un meccanismo che teneva insieme moderazione salariale, regolazione del conflitto, garanzie per il valore reale delle retribuzioni, concertazione tra Governo e parti sociali. Il sistema del 1993 ha tenuto, ed ha tenuto bene, almeno fino a quando, con l’avvento dell’ Euro, non sono cambiate le condizioni di riferimento; ed ha comunque rappresentato un fattore non secondario per l’ingresso del nostro Paese nell’area della moneta comune.

Dopo l’esperienza ministeriale del 1993/1994, la carriera politica di Giugni subì una forte impennata, almeno fino a quando la malattia non iniziò a minarne sempre più gravemente la salute.

Resta ora, nella memoria privata dell’allievo, ed in quella dei molti che lo hanno conosciuto, il ricordo di una vita ricca ed intensa, condita da curiosità intellettuale, ironia, grande intelligenza e capacità di adeguare l’intervento del legislatore alla realtà del momento. Ma resta anche il nucleo forte del suo insegnamento: che è nella contrattazione che le parti possono trovare la composizione dei loro interessi contrapposti, e che gli inevitabili compromessi sui cui si basa il sistema contrattuale non sono altrettanti cedimenti al nemico, ma rappresentano i mutevoli punti di un equilibrio che è sempre in movimento, perchè questa è la realtà delle relazioni industriali in una economia di mercato. Una politica di riforme richiede sì coraggio, ma anche misura ed equilibrio nel dosare interventi e bilanciare gli interessi in gioco. Per questo oggi la sua eredità è così difficile.

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >