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UNO SCUDO BUCATO? E-mail
Fisco
di Livia Salvini
16 ottobre 2009

scudo_fiscale_salvini.jpgLo scudo fiscale, giustamente ritenuto un condono fiscale (neanche tanto) mascherato, mostra numerosi limiti di effettiva copertura delle violazioni tanto fiscali quanto penali commesse dal contribuente. Neanche l’anonimato di chi rimpatria i capitali sembra effettivamente garantito. In più, vi sono consistenti dubbi sulla sua tenuta comunitaria alla luce della bocciatura del condono IVA da parte della Corte di Giustizia. Un provvedimento più di facciata che di sostanza nella speranza di reperire gettito, la cui effettiva tenuta è rimessa in modo spesso decisivo alle interpretazioni amministrative più che alla portata della legge.

 

L’attuale "scudo fiscale" per l’emersione dei capitali detenuti all’estero in violazione delle norme sul monitoraggio, a differenza dei precedenti, non è accompagnato da un provvedimento di condono fiscale. E ciò non per un sussulto di moralità del governo, ma semplicemente perché appare finalmente impossibile varare nuovi condoni. La Corte di Giustizia CE ha infatti dichiarato contrario all’ordinamento comunitario il condono IVA del 2001, il che preclude ora una sua reiterazione. D’altra parte, un condono ai fini delle imposte sul reddito non può andare disgiunto da un condono IVA - visto che nella maggior parte dei casi le evasioni dell’una imposta vanno di pari passo con quelle dell’altra – e quindi neanche le imposte sul reddito saranno più condonabili.

La mancanza di un condono a latere è uno dei più importanti punti deboli dell’attuale scudo. Infatti, lo scudo è utilizzabile solo da persone fisiche (a parte il controverso caso delle Controlled Foreign Companies): molti contribuenti soci di controllo o totalitari di società di capitali temono, e probabilmente a ragione, che la riemersione dei loro capitali possa essere ricondotta ad evasione da parte della società, non coperta dallo scudo, né condonabile.

Da parte sua, neanche lo scudo fiscale appare immune da censure da parte degli organi comunitari in quanto, analogamente al condono, consente - con il pagamento di una ridottissima somma determinata forfetariamente - di evitare il pagamento dell’IVA ordinariamente dovuta in caso di accertamento. Questo possibile vulnus allo scudo comporterebbe conseguenze ancora più dirompenti, perlomeno per contribuenti che esercitano un’attività di impresa o professionale: significherebbe non solo che gli effetti della riemersione dei capitali non sono opponibili agli accertamenti IVA, ma anche che il regime di riservatezza che copre le informazioni sui contribuenti che si sono avvalsi dello scudo non sarebbe opponibile alle richieste istruttorie dell’amministrazione finanziaria, qualora questa dichiarasse di voler procedere a controlli in materia di IVA. In sostanza, verrebbe completamente meno l’anonimato.

Né è certo se vi siano o meno obblighi di comunicazione degli intermediari all’anagrafe tributaria sui conti segretati, destinati ad ospitare le attività "scudate", oppure se lo scudo potrà essere opposto ad accertamenti sintetici (cioè basati sul tenore di vita finanziato dai capitali emersi) che riguardino periodi di imposta successivi all’emersione. Il fatto è che questi e molti altri dubbi applicativi erano sorti già con riferimento al vecchio scudo del 2001 e l’attuale legislatore ha preferito non risolverne in via normativa neanche uno, rinviando integralmente alla vecchia disciplina ed alle relative interpretazioni ministeriali. Con la conseguenza, già puntualmente verificatasi per il vecchio scudo, che un’ eventuale ascesa al governo di una coalizione meno incline al perdono degli evasori può comportare il radicale mutamento di orientamenti interpretativi prima favorevoli ai contribuenti.

Anche sul punto degli effetti dello scudo sui processi penali e sull’applicazione della normativa antiriciclaggio le incertezze appaiono particolarmente rilevanti. L’"emendamento Fleres", infatti, da un lato ha ampliato il novero dei reati, fiscali e non, coperti dallo scudo; dall’altro, però, ha previsto (o ha dovuto in contrappasso prevedere) che la dichiarazione riservata presentata dal contribuente per fruirne possa essere utilizzata a suo sfavore nell’ambito di processi penali per reati non coperti. Tra questi ultimi rientra, per esempio, l’appropriazione indebita che potrebbe essere contestata al contribuente nel caso in cui le somme rimpatriate o regolarizzate fossero state conseguite dalla società di cui lo stesso è socio. Così come assai ambigua appare la nuova disposizione che esclude gli obblighi di segnalazione ai sensi della normativa antiriciclaggio (esclusione che, tra l’altro, non sembrerebbe neanch’essa conforme alle disposizioni comunitarie), tanto che essa può essere interpretata nel senso di mantenere sostanzialmente invariati gli obblighi di segnalazione che normalmente gravano sugli intermediari.

Coloro che, come chi scrive, sono assolutamente contrari a questi provvedimenti di clemenza fiscale e penale, non possono che rallegrarsi di fronte a tali e tanti "buchi" dello scudo; ed invero, le promesse di impunità agli evasori sembrano far parte dell’ampio novero di quelle che non saranno mantenute.

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