Home arrow Enti locali arrow SERVIZI PUBBLICI LOCALI: A CHE PUNTO SIAMO*
SERVIZI PUBBLICI LOCALI: A CHE PUNTO SIAMO* E-mail
Enti locali
di Claudio De Vincenti
16 ottobre 2009
servizi_pubblici_locali_de_vincenti.jpg
In un precedente numero di nelMerito Emilio Barucci ha già commentato, sulla base delle prime informazioni fornite dal Governo e in attesa del testo definitivo, l’integrazione alla normativa sui servizi pubblici locali disposta dal decreto legge che il Consiglio dei ministri ha varato il 9 settembre scorso. Ora che il testo è stato reso noto – articolo 15 del DL n. 135 pubblicato sulla GU del 25/9/2009 - vorrei a mia volta fornire qualche elemento di riflessione. Rispetto alla cornice normativa definita dall’art. 23-bis della legge 133/2008, le novità principali apportate dal decreto sono le seguenti.

* Una versione più ampia di questo articolo è uscita su Astrid Rassegna del 5 ottobre


A regime: a) viene esplicitato che tra le forme di conferimento ordinarie (secondo procedure competitive) rientra quello a società a partecipazione mista pubblica e privata a condizione che la selezione del socio avvenga tramite una gara che abbia ad oggetto sia la qualità di socio che l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita un partecipazione non inferiore al 40%; b) il parere che l’Antitrust deve esprimere entro 60 giorni sulle deroghe che consentono il ricorso alla gestione in house diviene "preventivo" ma continua a non essere specificato se esso vada inteso come vincolante e anzi si aggiunge che decorsi i 60 giorni il parere, se non reso, si intende come favorevole; si prevede poi che l’Antitrust individui soglie oltre le quali gli affidamenti di servizi pubblici locali in deroga assumono rilevanza ai fini dell’espressione del parere e scompare il riferimento alle autorità di regolazione di settore per la formulazione di un parere anche da parte loro; c) il divieto per i soggetti in affidamento diretto di gestire servizi ulteriori o in ambiti territoriali diversi e di partecipare a gare viene esteso alle società miste specificando anche che il divieto opera per tutta la durata della gestione, mentre restano escluse dal divieto le società quotate.
La transizione non viene più demandata al regolamento attuativo ma disciplinata direttamente dal DL stesso che prevede: a) le gestioni idriche, per le quali il 23-bis dettava una norma specifica, ricadono ora nella normativa generale per il periodo transitorio; b) le gestioni "in house" non conferite ai sensi della deroga consentita cessano alla data del 31 dicembre 2011; c) proseguono fino alla scadenza prevista nel contratto di servizio gli affidamenti a società miste in cui la gara per la selezione del socio abbia avuto a oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, mentre in caso contrario decadono al 31 dicembre 2011; d) gli affidamenti diretti conferiti alla data del 1 ottobre 2003 a società a partecipazione pubblica già quotate in borsa a tale data proseguono fino alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che entro il 31 dicembre 2012 la partecipazione pubblica si sia ridotta, attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali, a una quota non superiore al 30%; in caso contrario, gli affidamenti cessano al 31 dicembre 2012.

Infine vengono esclusi dall’applicazione del 23-bis così modificato non solo la distribuzione di gas naturale – già esclusa con la legge 99/2009 che l’ha ricondotta alle disposizioni del decreto legislativo 164/2000 ("decreto Letta") – ma anche la distribuzione di energia elettrica, ricondotta alle disposizioni del decreto legislativo 79/1999 ("decreto Bersani") e il trasporto ferroviario regionale, per il quale si rinvia al decreto legislativo 422/1997.

 

 

Un commento

 

Per prima cosa, va rilevato in negativo l’ampliamento dei settori esclusi dalla nuova normativa operato col DL. Se non preoccupa l’esclusione della distribuzione di gas naturale che riconduce comunque questo settore nel quadro di una normativa, quella del decreto 164/2000, fortemente orientata alla liberalizzazione attraverso la generalizzazione degli affidamenti a gara, l’esclusione della distribuzione elettrica e del trasporto ferroviario regionale segna un passo indietro. Per la distribuzione elettrica si fa riferimento a una normativa che aveva il merito di aprire alla concorrenza "nel" mercato le fasi della generazione e della vendita ma lasciava proprio la distribuzione in condizioni di monopolio protetto rinviando la concorrenza "per" il mercato a tempi lunghissimi. Per il trasporto ferroviario regionale, è vero che il riferimento formale al 422/1997 sembrerebbe mantenere la strada aperta alle gare, ma in realtà queste sono state finora rinviate sfruttando i ritardi che in questo settore sono consentiti dalla normativa europea. In sintesi, con la modifica proposta dal DL ambedue questi settori vengono di fatto sottratti al processo di liberalizzazione.

 

Con riferimento alla normativa per i settori coperti dal 23-bis così modificato (trasporto pubblico locale, servizio idrico e rifiuti urbani), non mancano alcune novità positive apportate dal DL.

Per quanto riguarda l’affidamento a società mista è apprezzabile il chiarimento circa il fatto che questa forma di affidamento rientra tra quelle ordinarie solo ove la gara abbia avuto a oggetto sia la qualità di socio che l’attribuzione dei compiti operativi di gestione. Come pure apprezzabile è l’estensione alla società mista, per tutta la durata dell’affidamento, del divieto a gestire servizi ulteriori o in ambiti territoriali diversi e a partecipare a gare. Queste due disposizioni insieme avvicinano in qualche misura la gara per la scelta del socio a quella per l’affidamento a terzi. Coerente con questo approccio è poi la disciplina differenziata della transizione nel caso la gara per il socio abbia avuto o meno a oggetto anche l’attribuzione dei compiti operativi: nel primo caso l’affidamento prosegue fino alla scadenza prevista nel contratto di servizio, mentre nel secondo caso cessa al 31 dicembre 2011.

Positiva è anche la decisione di regolare la transizione direttamente in norma primaria e la ricomprensione del settore idrico nelle norme generali della transizione, superando la strana norma specifica riservata a tale settore nel 23-bis.

Infine, per quanto non si possa sfuggire alla sensazione che la liberalizzazione dei servizi pubblici locali rischia di diventare "come la linea dell’orizzonte", è difficile negare che la mancata emanazione del regolamento attuativo nei termini previsti dal 23-bis renda oggi necessario spostare di un anno, al 31 dicembre 2011, la cessazione degli affidamenti effettuati con procedure diverse da quelle previste dalla nuova normativa.

 

Peraltro, restano da affrontare diversi punti critici di notevole rilievo, che rischiano di compromettere l’assetto equilibrato del mercato dei servizi pubblici locali e lo stesso obiettivo dichiarato della loro liberalizzazione.

In primo luogo, se si vuole che l’affidamento a società mista sia realmente equiparabile all’affidamento a terzi, occorre prevedere esplicitamente la condizione che i criteri di valutazione delle offerte basati su qualità e tariffa del servizio prevalgano su quelli riferiti al prezzo delle quote societarie. Questa disposizione dovrebbe integrare sia l’equiparazione a regime tra le due forme di gara sia la regolazione della transizione, nel senso che solo ove la gara per la scelta del socio sia stata aggiudicata in base a tali criteri l’affidamento può proseguire fino alla scadenza prevista dal contratto di servizio. Credo poi che non sarebbe del tutto pleonastico specificare che il bando di gara debba prevedere in modo esplicito che la società mista ha durata pari a quella dell’affidamento, ossia che al suo termine la società si scioglie e si procede a una nuova gara o per l’affidamento a terzi o per la scelta ex novo del socio privato.

In secondo luogo, è assolutamente necessario prevedere che il parere dell’Antitrust sia vincolante e allungare i tempi per l’emanazione del parere rispetto ai 60 giorni indicati. Come pure, ritengo utile che sia reintrodotto l’affiancamento del parere dell’Antitrust con quello dell’autorità di regolazione di settore. Resta il rischio di una mole eccessiva di richieste di deroga che potrebbe rendere molto difficile l’emanazione in tempi utili dei pareri in questione, con la conseguenza - già paventata al momento del varo del 23-bis - che il ricorso alla gestione "in house" da eccezione diventi la regola, vanificando gli obiettivi di liberalizzazione dichiarati dalla legge. Il rischio è attutito dall’individuazione da parte dell’Antitrust delle soglie oltre le quali necessita il parere, con conseguente riduzione del numero di richieste di deroga da esaminare, ma questa disposizione rischia a sua volta di disincentivare l’aggregazione dei piccoli comuni in ambiti più ampi consacrando la frammentazione attuale delle gestioni. La soluzione migliore sarebbe di ricondurre la possibilità di deroga a condizioni di marginalità geografica, demandando al regolamento da emanare entro il 31 dicembre 2009 la definizione puntuale di tali condizioni ed escludendo del tutto altre possibilità di deroga.

Lascia poi molto perplessi la norma circa il periodo transitorio per gli affidamenti diretti a società pubbliche quotate in borsa e la norma che le sottrae tout court al divieto di partecipare a gare: in primo luogo, perché si tratta comunque di affidamenti effettuati in modo difforme dalle procedure competitive previste dalla nuova normativa; e in secondo luogo perché appare singolare la condizione che quanto più la società diviene privata a tutti gli effetti (tramite riduzione della partecipazione pubblica), tanto più le si garantisce una posizione di monopolio non contendibile sul proprio affidamento. Per non parlare poi della possibilità, prevista per i comuni dal DL, di cedere a "investitori qualificati e operatori industriali" quote di controllo a trattativa diretta con l’esito, reso probabile dal fatto che i comuni saranno di fatto "obbligati" a vendere, di prezzi di cessione quanto mai bassi, con perdita patrimoniale per i comuni e vantaggi ingiustificabili per i soci industriali delle società quotate.

Se si vuole riconoscere, come ritengo giusto, un qualche premio a queste società per l’essersi comunque prima di altre collocate, tramite la quotazione in borsa, in una prospettiva imprenditoriale, si potrebbe prevedere (con un vincolo sulla composizione azionaria strettamente necessario ad assicurare che la componente privata dell’azionariato abbia voce effettiva sulle scelte imprenditoriali) un periodo transitorio più lungo, accompagnato dal divieto (esteso alle controllate e alle controllanti) a partecipare a gare fino al suo termine a meno di un ulteriore accorciamento volontario e predeterminato del periodo di affidamento.

Sarebbe inoltre bene esplicitare che anche le concessioni a privati che siano state prolungate attraverso lo strumento del rinnovo senza gara rientrano tra le gestioni non affidate mediante le procedure competitive di cui al comma 2 e che quindi decadono anch’esse al termine del periodo transitorio.

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >