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DINAMICHE DEI PREZZI E DEL PIL A CONFRONTO, 1996-2009 E-mail
Economia reale
di Nicola C. Salerno
07 ottobre 2009

pil_salerno.jpgIn Italia una "inesorabile" marcia dei prezzi al consumo.

Dal confronto tra le dinamiche dei prezzi al consumo e alla produzione industriale e del Pil reale emergono aspetti di rilievo, sia sul piano dell’analisi strutturale che della comprensione/gestione della congiuntura; alcuni aspetti sono comuni a tutti i Partner dell’Area Euro, altri riferibili in maniera specifica all’Italia.

Il grafico riporta l’andamento mensile dei due indici dei prezzi a partire dal valore del Gennaio 1996, posto pari a 100. I prezzi al consumo sono quelli della rilevazione armonizzata europea (l’Ipca), mentre i prezzi alla produzione si riferiscono ai prodotti industriali venduti sul mercato interno. Il grafico riporta, inoltre, l’andamento del Pil reale trimestrale1, posti pari a 100 tutti e quattro i trimestri del 1996 (ogni trimestre è raffrontato all’omologo del 1996, quest’ultimo posto pari a 100).

In tutta Europa, Italia inclusa, i prezzi al consumo mostrano un andamento stabilmente crescente e scarsamente correlato, nelle fasi cicliche, con i prezzi alla produzione. Una simile valutazione può darsi della correlazione con l’evoluzione ciclica del Pil. Allo stesso modo, in Europa come in Italia, eccezion fatta per il periodo da Settembre 2007 a Settembre 2008, la dinamica al consumo è sempre più intensa di quella alla produzione.

Ma le similitudini Italia-Europa si fermano qui. Perché, mentre in Europa la crescita dei prezzi al consumo si innesta su una crescita dell’economia che, escludendo i mesi coinvolti dalla recessione iniziata nel 2008, rimane sempre superiore, per l’Italia accade l’opposto: la dinamica dei prezzi si colloca sempre al di sopra di quella del Pil, con una divaricazione che da metà del 2001 è in forte aumento. Speculare osservazione per i prezzi industria: in Europa la loro dinamica è sempre inferiore a quella del Pil tranne che nei mesi della recessione in corso; in Italia essi si muovono grossomodo in linea col Pil solo sino a tutto il 2003, per poi assumere una dinamica nettamente più forte e divaricante. A Luglio 2009 (ultime rilevazioni), i prezzi industria italiani sono superiori del +29% rispetto a Gennaio 1996, contro il +24,5 dell’Europa.

Prima dello scoppio della crisi, nei quattro trimestri del 2007, il Pil europeo segnava una crescita del +28/29% rispetto ai corrispondenti trimestri del 1996, contro prezzi al consumo superiori, nella media mensile, del +24/25%. In Italia è accaduto l’opposto: un Pil aumentato di circa il 17%, contro prezzi cresciuti di oltre il doppio, del 29/30%. Se si estende il confronto ai più recenti dati disponibili (per includere le conseguenze della recessione), tra Gennaio 2006 e Agosto 2009 i prezzi al consumo dell’Italia sono aumentati del +35,5%, quasi 7 p.p. oltre il +28,6 dell’Europa (Italia inclusa); mentre nei primi due trimestri del 2009, i Pil sono cresciuti, a confronto con i rispettivi del 1996, del +10% in Italia e di oltre il doppio, +24%, in Europa.

Questi dati fanno intendere come, se il problema della concorrenza nella distribuzione, nei trasporti e comunicazioni, nella fornitura delle utilities e nelle prestazioni professionali (comparti che incidono sull’indice dei prezzi al consumo), è un nodo che riguarda tutta l’Europa e che può spiegare, almeno in parte, i suoi strutturali problemi di crescita, per l’Italia il peso di questo nodo si è storicamente manifestato su scala molto maggiore. E a ciò si aggiunge che anche i prezzi industria italiani hanno storicamente fatto registrare dinamiche più intense; anche se si deve tener conto che, nella maggior parte dei casi, i problemi della bassa produttività italiana, dei costi di approvvigionamento energetico e delle inadeguatezze infrastrutturali si scaricano più direttamente sul lato industria che sulle fasi di trasformazione o di intermediazione successive.

 

Nella più recente classifica dell’Ocse (con dati al 2008)2, l’Italia compare ai vertici per sovraregolamentazione dei servizi professionali, con i valori minimi fatti registrare da Svezia, Regno Unito e Stati Uniti, che staccano in maniera netta il resto dell’Europa mediterranea e continentale. Per quanto concerne ferrovie, autostrade, trasporto aereo, fornitura di gas ed elettricità, telefonia e servizi postali, l’indicatore di sintesi del livello concorrenziale dell’Ocse3 segnala per l’Italia la presenza di concrete situazioni di restrizione, a confronto sia con i Partner europei sia, soprattutto, con i Paesi di tradizione anglosassone Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada. Sul fronte dei servizi pubblici locali, la normativa italiana stenta ancora a raggiungere un assetto consolidato e trasparente, in grado di coniugare qualità e contenimento di prezzi/tariffe; e il tema si interseca con quello più generale del federalismo in fieri. Infine le note dolenti della distribuzione. Anche dopo alcuni progressi compiuti negli scorsi anni, in due comparti nevralgici, come quello dei farmaci e dei carburanti, la normativa italiana è ancora pervasa da aspetti non rispondenti a nessuna ratio economica se non la difesa degli operatori incumbent4. Sul piano della più vasta distribuzione di beni e servizi (inclusi quelli assicurativi e bancari), la Legge n. 248-2006 e la Legge n. 40-2007 (le due "lenzuolate-Bersani") hanno sicuramente compiuto passi positivi, ma non si può dire che abbiano ancora inaugurato una nuova stagione per gli equilibri di mercato5. Nello specifico della distribuzione commerciale, la sua struttura rimane fortemente parcellizzata e, anche a causa di interventi spesso contraddittori dei Legislatori regionali6, stenta a realizzare economie di scala e di gamma che altrove hanno già sortito effetti. Alla parcellizzazione dei punti vendita corrispondono pratiche di prezzo di fatto allineate, e sorrette dalla scarsa flessibilità della domanda7, dai pochi spazi disponibili nelle città (soprattutto nei centri storici) per l’ampliamento dell’offerta, dalla difficile mobilità interna ed esterna alle città, dall’azione delle rappresentanze di categoria.

Ma al di là di questi sintetici cenni ai deficit di concorrenzialità che pesano sui prezzi al consumo, si desidera richiamare l’attenzione sul fatto stilizzato essenziale che emerge dal grafico. Se si guarda alla dinamica relativa di prezzi al consumo, prezzi alla produzione, e Pil reale, sembra che l’Italia si stia muovendo da circa un decennio in condizioni di strisciante stagflazione, con i prezzi al consumo che seguono una loro "inesorabile" marcia, indifferenti sia al ciclo internazionale che alle condizioni dell’economia interna. Gli operatori che fronteggiano direttamente il consumatore, quelli alla fine della filiera di produzione e vendita, appaiono quasi in condizioni di market leadership à la Stackelberg, con tutto il resto, industria compresa, che deve adattarsi alle loro scelte. La domanda è, adesso: quanto peseranno questi fattori sulla ripresa del potere di acquisto delle famiglie e della domanda interna, e sulla velocità di recupero dell’economia, ora che i prezzi industria sono in evidente contrazione, mentre quelli al consumo sembrano perseverare nella loro dinamica esogena?

 


grafico_salerno.jpg

 



























1. Il Pil reale è direttamente quello della serie chain linked volumes del database online di Eurostat (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/national_accounts/data/database), con grandezze espresse in valuta nazionale (dal 2002 Euro per tutti i Partners AE), e anno di riferimento il 2000.

2. Cfr. http://www.oecd.org/document/24/0,3343,en_2649_34323_35858776_1_1_1_1,00.html. In questa classificazione non compaiono professioni come quella del notaio e del farmacista. Se fossero prese in considerazione, la posizione dell’Italia e dell’Europa mediterranea risulterebbero ancor più staccate. Sullo stesso tema è disponibile anche il lavoro della Commissione Europea (2003), "Regulation of professional services" che copre un più ampio numero di professioni liberali regolate (http://ec.europa.eu/competition/sectors/professional_services/studies/studies.html).

3. Cfr. Conway P. e G. Nicoletti (2006), "Product market regulation in the non-manufacturing sectors of Oecd countries: measurement and highlghts", Oecd Economics Department Working Papers n. 530.

4. Cfr. "I prezzi dei carburanti tra falsi miti e decisioni di policy: l'Italia in un confronto internazionale su dati Eurostat", Nota Cerm n. 2-2008 (http://www.cermlab.it/pub/group/n/item/98). Cfr. anche "La distribuzione al dettaglio dei farmaci: tra regolazione efficiente e mercato", in "La salute e il mercato", a cura di G. Macciotta, con prefazione di C. De Vincenti.

5. Cfr. "È crisi delle piccole botteghe, ma i prezzi restano alti", Editoriale Cerm n. 5-2009 (http://www.cermlab.it/_documents/_editoriali/Editoriale_16_Maggio_2009.pdf), con un confronto internazionale sull’andamento dei prezzi al consumo di diversi generi, alimentari e non, a ridosso della crisi economica.

6. Cfr. Buccirossi P., "La (mancata) liberalizzazione della distribuzione commerciale", in Pammolli F., C. Cambini e A. Giannaccari (2007), "Politiche di liberalizzazione e concorrenza in Italia", ed. il Mulino Prismi. Nonostante contributi di non recente pubblicazione, la distanza dell’Italia rispetto all’Europa nella densità di supermercati e ipermercati emerge sia dai dati in Pilat D. (1997), "Regulation and performance in the distribution sector", Oecd Economics Department Working Papers n. 180, sia da quelli in Ottimo E. (1999), "La rete distributiva italiana al dettaglio alle soglie del 2000". È meritevole di nota la resistenza delle Regioni all’attuazione della riforma della distribuzione al dettaglio del 1998 (D. Lgs. n. 114-1998), che Argiolas B. e M. Ventura (2002) trovano direttamente correlata con la densità dei piccoli esercizi ("La liberalizzazione del commercio al dettaglio: una prima verifica", in "Rapporto Trimestrale Isae - Aprile 2002").

7. La reattività della domanda potrebbe essere rafforzata da una maggiore periodica informazione. Ad oggi, dati ufficiali (Istat) sulla dinamica dei prezzi al consumo per canale distributivo (piccoli esercizi vs. grande distribuzione organizzata) non sono disponibili al pubblico. Eppure, uno spaccato anonimo per modalità di distribuzione al dettaglio non attuerebbe "pubblicità impropria" o "sollecitazione alla scelta" o "indirizzo della scelta". Per certi versi, allo stato attuale si genera una situazione paradossale, in cui i dati sul valore delle vendite sono diffusi con lo spaccato per modalità di distribuzione, prestandosi anche alle lamentele delle rappresentanze dei piccoli esercizi che denunciano difficoltà per la crisi; mentre i dati sui prezzi sono analizzabili solo in aggregato, non potendo testimoniare delle scelte degli operatori che spiegano e giustificano quegli andamenti di mercato. Perché non incominciare a diffondere Nic e Foi con spaccato per canale distributivo (http://www.cermlab.it/argomenti.php?group=liberalizzazioni&item=38)?

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