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Fisco
di Ruggero Paladini
07 ottobre 2009
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In Italia le imposte sui redditi da lavoro sono troppo alte, rispetto a quelle sui redditi da capitale (in senso lato). Su questa proposizione vi è un largo consenso, mentre sembra che sulle indicazioni sul come modificare il prelievo vi siano differenze notevoli. Giavazzi ha di recente (Corriere della Sera 26 agosto e 17 settembre) invitato il "presidente del Consiglio affinché riprenda il suo progetto di tre sole aliquote (zero, 23 e 33%)", suggerendo di aumentare l’imposizione sui redditi finanziari.

* Articolo pubblicato anche sul sito Nens

La proposta di un sistema a due aliquote (23% e 33%, ma quella al 33% si applicava in realtà solo su pochi contribuenti, lo 0,5% del totale sicché la proposta equivaleva a quella flat- tax americana, peraltro mai attivata), oltre ad essere stata presentata nelle elezioni del 2001, ha una storia piuttosto articolata (l’aliquota zero era sostituita dalla definizione di soglie di minimo imponibile). Essa divenne il perno (per quanto riguarda l’Irpef) della legge delega del 2003 (la n. 80 del 07-04-03) presentata da Tremonti. Ma solo apparentemente la prima aliquota veniva fissata al 23%. Infatti si prevedeva la sostituzione (a tappe) delle detrazioni in deduzioni e la decrescenza delle deduzioni (al fine, si diceva, di meglio garantire la progressività). Le spese deducibili si allargavano ai più svariati ambiti: famiglia, casa, sanità, istruzione formazione e via declinando, fino alle attività sportive giovanili.

Come è stato più volte notato (v. per es. Paladini e Visco sul Sole 24 Ore del 20.11.2002) un meccanismo di deduzioni (detrazioni) decrescenti è identico ad uno con una deduzione fissa e una struttura di aliquote più elevate. Di fatto tutti i redditi compresi tra quelli più bassi interamente coperti dalle deduzioni (e quindi con imposta nulla) e quelli più elevati per i quali progressivamente la deduzione si annulla, subiscono un’aliquota più alta di quella formale (nel nostro caso il 23%), perché al 23% si deve aggiungere l’aliquota implicita derivante dalla progressiva perdita delle deduzioni che aumenta al margine il prelievo. Ciò significa che l’aliquota marginale effettiva sui redditi più bassi è (molto) più elevata di quella apparente, il che ha effetti negativi sugli incentivi (al lavoro, ecc.).

Ciò risulta evidente se si osserva il primo modulo di attuazione della riforma Tremonti-Berlusconi attuato con la finanziaria 2003 che prevedeva deduzioni, differenziate per tipologia di redditi, decrescenti rispetto al reddito. Ad esempio un lavoratore dipendente aveva una deduzione piena fino a 7.500 euro; la deduzione poi scendeva fino ad azzerarsi a 33.500. Poiché entro quel livello di reddito vi erano quattro aliquote formali (dal 23% al 39%), a queste bisognava aggiungere quella implicita dovuta alla decrescenza della deduzione, che aumentava le aliquote effettive: da 23% a 29,63%, da 29% a 37,37%, da 31% a 39,94%, da 39% a 50,25%. Dopo i 33.500 euro le aliquote effettive coincidevano con quelle formali, cioè 39% e 45%.

Il risultato era un sistema di aliquote che cresceva fino al 50,25%, scendeva poi al 39%, e risaliva al 45%. Nessun modello teorico di tassazione ottimale potrebbe mai giustificare una simile struttura.

Se il governo fosse andato avanti con l’attuazione integrale della legge delega avremmo avuto una prima aliquota molto alta (tra il 35% ed il 40%), poi una al 23% per i redditi medio-alti, ed infine quella al 33% per quelli più alti (che, essendo redditi oltre i 100.000 euro, sono molto pochi, almeno quelli dichiarati). Ma i costi dell’attuazione della legge delega apparvero chiaramente insostenibili, perché gli sgravi sui redditi alti non potevano essere compensati con aggravi sui redditi bassi. Il secondo modulo quindi rappresentò un ritocco solo parziale.

La finanziaria 2005, tra l’altro, ebbe, come si ricorderà, una gestione complicata. In un primo momento Siniscalco (che aveva sostituito Tremonti) sembrava aver convinto Berlusconi a mettere i sei miliardi di sgravio a favore delle imprese, ma alcuni consiglieri (si disse Ferrara e Brunetta) convinsero Berlusconi a varare una manovra dell’Irpef che ridusse il numero delle aliquote (quattro dal 23 al 43%) e introdusse le deduzioni decrescenti per familiari a carico. Ma contrariamente alle indicazioni della legge delega, queste deduzioni vennero tenute distinte da quelle personali, ed applicate fino a livelli di reddito elevati. Per esempio nel caso del coniuge si arrivava a 81.200 euro, con un figlio a 84.100 e così via. Ma anche con deduzioni spalmate su di un largo spettro di contribuenti, le aliquote effettive erano nettamente superiori a quelle formali; per un lavoratore dipendente con coniuge e due figli a carico, le aliquote effettive dei primi due scaglioni erano del 32,29% e del 46,33%, un’aliquota, quest’ultima, maggiore di quella massima (43%). Da notare che entro i 33.500 euro si collocava circa il 90% dei lavoratori.

La conclusione è che se Giavazzi vuole davvero le due aliquote al 23 e 33%, allora l’Irpef deve prevedere deduzioni (o detrazioni, visto che con due aliquote la differenza è minima) fisse, indipendenti dal reddito. Il costo di una riduzione della struttura delle aliquote unite alla trasformazione delle detrazioni attuali in detrazioni (o deduzioni) fisse porta ad una cifra di decine e decine di miliardi; diciamo ad occhio una sessantina, e probabilmente è una sottostima. Questo sgravio si concentrerebbe su una minoranza di contribuenti con redditi medio alti o alti. Se un calo di gettito di questo genere appare fantascientifico (e, come dice lo stesso Giavazzi, l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie darebbe, almeno nell’immediato, ben poco gettito) allora non ci sono alternative, e la struttura delle aliquote deve rimanere ben più alta.

Ma prescindiamo per un attimo dall’eterno problema dei vincoli posti al bilancio pubblico da un livello di debito alto e in forte crescita, e chiediamoci se l’ipotesi Berlusconi-Giavazzi sia la più adeguata per rilanciare l’economia italiana. E’ chiaro che dietro la proposta vi è la supply side economics, ed eventually la curva di Laffer. L’idea è che la riduzione dell’incidenza delle imposte determini una forte spinta al lavoro e alla produzione, generando effetti di sostituzione tanto più forti quanto più alta è la capacità produttiva del soggetto.

Ora in effetti, se dovessimo passare dall’Irpef attuale a quella del 23-33%, un redditiere che guadagna 200.000 euro vedrebbe scendere l’incidenza dell’Irpef da 39,5% a 26,5%, cioè con una diminuzione di 13 punti percentuali. Il contribuente lavorerà e produrrà di più? Non è affatto detto, perché l’effetto di reddito potrebbe anche spingerlo a lavorare e produrre di meno. In realtà dai tempi di Laffer ad oggi numerosi studi empirici hanno segnalato che l’elasticità dell’offerta di lavoro ha una relazione inversa rispetto al reddito; che è in particolare il lavoro femminile ad avere le maggiori elasticità a livelli di redditi bassi, sia nel senso di prendere la decisione di entrare nel mercato del lavoro, sia in quello di offrire un maggior numero di ore di lavoro (di passare dal part time al tempo normale, ad esempio). Quello che occorrerebbe allora è una riduzione delle aliquote sui livelli di reddito bassi e medi, in particolare per quanto riguarda il reddito delle donne. In questo modo la riduzione del prelievo avrebbe il vantaggio anche di ridurre la forte diseguaglianza dei redditi esistente nel nostro paese; la proposta Berlusconi-Giavazzi invece la accentuerebbe notevolmente.

Proposte diverse non mancano; Giavazzi potrebbe ad esempio consultare quelle formulate nel Libro Bianco della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e del Ministero dell’Economia e delle Finanze (2008).

Un’ultima considerazione: siamo sicuri che la bassa partecipazione al lavoro sia un fenomeno di offerta (del lavoro, specie femminile)? O non piuttosto un problema di domanda? In effetti il fenomeno è essenzialmente territoriale; al nord vi è una partecipazione vicina ai livelli europei e sostanziale piena occupazione (salvo ovviamente ora), mentre al sud vi è bassa partecipazione e disoccupazione (specie femminile). I due fenomeni sono tra loro legati, perché le basse possibilità di trovare lavoro scoraggiano la ricerca attiva, anche perché, a differenza di quello che succede in Spagna, la ricerca (iscrizione nelle liste di disoccupazione, ecc.) non porta a nessuna forma di sussidio. Questa bassa potenzialità riguarda fenomeni che, in buona misura, sono esterni al mercato del lavoro; nel settore privato del Mezzogiorno le remunerazioni sono più basse che nel resto del paese, e questo spiega il livello più basso dei prezzi, ma il problema del Mezzogiorno non può trovare soluzione solo in modifiche delle relazioni industriali.

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