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L'ISTRUZIONE IN ITALIA TRA IMMOBILISMO E TAGLI E-mail
di Massimo Giannini
29 settembre 2009

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Come ogni anno, la pubblicazione del rapporto OCSE Education at a Glance rappresenta un momento di riflessione sulle tematiche legate all’istruzione e alla qualificazione professionale dei lavoratori, giovani o meno. Valutare un sistema formativo è molto complesso, perché necessità di un approccio multidisciplinare – dal pedagogico all’ingegneristico-gestionale – e sintetizzarlo in tabelle e grafici rischia di essere riduttivo, anche per il fatto che spesso i numeri non sono direttamente confrontabili tra loro, a causa del diverso modo con cui vengono rilevate e quantificate le poste in gioco. 

I dati andrebbero poi incrociati con quelli legati alla performance individuale, prima sui banchi di scuola – ad esempio attraverso l’indagine Pisa – e poi con quelli lavorativi. E’ ormai consuetudine vedere il processo di formazione individuale come qualcosa che non si esaurisce in un tempo preciso ma che coinvolge tutta la vita lavorativa di un individuo – il cosideetto "life-long learning".

Volendo comunque tentare una sintesi del voluminoso rapporto Ocse, possiamo dire che a prima vista i dati non appaiono così deludenti: basta citare la forte crescita degli studenti provvisisti di una istruzione a livello universitario nelle fasce dei lavoratori più giovani (25-34 anni contro 55-64). Ma se dal tasso di crescita si passa poi al numero di individui le cose sono meno rosee, con l’Italia che si trova alla sesta posizione dall’ultimo paese, il Brasile. Segno del fatto che, nonostante la crescita di laureati probabilmente indotta anche dal passaggio al sistema 3+2, i laureati italiani sono ancora in numero insufficiente. Ma se il lato "dell’offerta" langue, lo stesso dicasi di quello della domanda; la percentuale di giovani laureati nei lavori "skilled" in Italia è al 73% contro il 79% della media Ocse (dati 2006) e in deterioramento rispetto al 1998.

Il sistema terziario italiano continua ad essere poco attraente: la percentuale di studenti che lasciano il sistema terziario senza titoli era, nel 2005, la più alta dei paesi Ocse. Come sottolineato dallo stesso rapporto, tale bassa percentuale non è da imputare al relativo basso costo delle rette universitarie; paesi con tasse più elevate non mostrano segni marcabili di un più alto tasso di completamento del percorso terziario. In altri termini, la paventata politica di aumentare le tasse per fornire maggiori incentivi individuali a chiudere il percorso non sembra trovare un ricoscontro empirico. Ma è vero il contrario, paesi dove l’istruzione viene fortemente fornita su base pubblica o su sussidi pubblici hanno i più bassi livelli di abbandono universitario insieme al più alto tasso di rendimento sul capitale umano (ad esempio la Danimarca), segno che una adeguata remunerazione del mercato fornisce un forte incentivo individuale a compeltare in tempi rapidi il percorso formativo terziario.

Il rapporto conferma ciò che da anni si scrive sulla scuola italiana: di bassa qualità, con insegnanti mal pagati, classi numerose in alcuni livelli formativi – il primario essenzialmente – e bassi investimenti in conto capitale. Paradossalmente si spende troppo e male. La percentuale di spesa in conto corrente per quanto riguarda l’istruzione primaria e secondaria è al 95.1% – contro un 91.7% della media Ocse – e dove solo il 67.8% di questo va a remunerare gli insegnanti. Gli insegnanti italiani ricevono in media 40mila dollari l’anno dopo 15 anni di servizio contro i 90mila del Lussemburgo, i 60mila della Svizzera e i 50mila della Germania. Un insegnante della scuola primaria ha uno stipendio iniziale di circa 29mila euro e uno stipendio di fine carriera pari a 36.800 dollari contro una media Ocse di 47.800. Nella scuola secondaria di primo grado (elementari e medie) si sta anche peggio, con uno stipendio iniziale di 26.877, che sale a 40.351 dopo 35 anni di anzianità (media Ocse rispettivamente 31.000 e 51.470). Né sono previste forme di incentivazione legate a un qualche indicatore di performance: più del 50% degli insegnanti italiani non viene monitorato in base al lavoro svolto.

Ma il quadro è abbastanza complesso se si cerca di prendere in considerazione tutti gli aspetti della spesa per insegnante per studente, dato che questa dipende non solo dal salario ma anche dal numero di ore insegnate e dalla numerosità della classe e dalle ore impegnate dagli studenti. A tal fine l’Ocse elabora un indicatore sintetico che tiene conto di questi fattori. Si scopre allora che l’Italia ha un costo insegnante per studente al di sotto della media, dato che ha un più basso salario in percentuale al Pil pro-capite, più alte ore insegnate in classe e a casa. Il quadro risente però fortemente del livello di istruzione: nella primaria i salari sono più bassi della media ma più alti sono le ore insegnate, le ore richieste e la numerosità della classe. Nella secondaria il quadro cambia solo per una minore numerosità della classe.

Al di là degli ottimismi ministeriali, la spesa per l’istruzione relativamente al pil ai vari livelli educativi è rimasta essenzialmente ferma negli ultimi anni (2000-2006) e comunque sotto la media, mentre la maggior parte dei paesi Ocse ne ha incrementato la quota. Il sistema italiano resta ancora fortemente dipendente dai fondi pubblici, essendo il settore privato praticamente assente sulla primaria e secondaria e modesto nella terziaria. In media i paesi Ocse spendono per la terziaria il doppio rispetto alla primaria, benchè la correlazione tra ammontare di risorse spese e qualità del servizio non sembra emergere nitidamente dai dati, soprattutto nell’istruzione terziaria.

E’ sintomatico che l’ocse cataloghi l’Italia come paese con un sistema formativo terziario di tipo 4 e cioè caratterizzato da un basso ammontare di tasse scolastiche ma con altrettanti bassi aiuti pubblici agli studenti. In questo gruppo rientrano anche paesi blasonati come la Francia, ma lo stesso rapporto ricorda che ciò è causato solo dalla omissione contabile di alcune poste di sussidio pubblico di cui lo studente francese usufruisce. Lo stesso accade in Polonia. In altri termini, al netto di queste correzioni, l’Italia rappresenta ancora una anomalia nel panorama Ocse. Il controaltare a questo tipo di "design" formativo è dato dal modello di tipo 1, cioè caratterizzato dalla mancanza o quasi di tasse di iscrizione e nei casi dove questa fosse comunque modestamente presente, gli studenti possono contare su generosi aiuti da parte dello Stato. Non è un caso che a questo gruppo appartengono i paesi scandinavi, da sempre tra i principali performers in tema di qualità e quantità di capitale umano, ma anche interessanti realtà come la Turchia.

Infine va ricordata l’elevata età del corpo docente, a tutti i livelli formativi. Il continuo blocco delle assunzioni e i tagli ministeriali di fatto non consentono il ricambio generazionale, soprattutto nella scuola primaria, dove è richiesta un maggiore impegno pedagogico da parte di personale giovane, motivato e professionalmente aggiornato. Ma anche a livello di istruzione terziaria, dove l’elevata età dei docenti sta diventano un elemento imbarazzante nei confronti internazionali.

  Commenti (1)
Scritto da mario benassi, il 16-11-2009 11:58
Non condivido per nulla il commento alla proposta di riforma Gelmini, su cui un giudizio complessivo mi pare prematuro. Alcuni principi sono peraltro sacrosanti e non vedo come non si possa non condividerli: la valutazione del lavoro scientifico (come si fa in tutte le Università avanzate), la premialità nella distribuzione delle risorse pubbliche (dopo la dissennata politica di finanziare qualsiasi iniziativa indipendentemente dalla qualità), la necessità di riorganizzare la governance (consegnata per decenni a enti e individui deresponsabilizzati e unaccountable). 
Il commento mi pare in generale improntato ad una visione dell'Università dove tutto (o quasi) funziona così com'è, e non offre un quadro chiaro dei problemi su cui misurare la bontà o meno delle proposte di riforme. Mi pare in definitiva un modo arcaico e in buona parte ideologico. Per maggiori dettagli rinvio, scusandomi, ad un articolo di recente scritto insieme ai colleghi Barucci, Donzelli e Turri e apparso su rassegna sindacale.

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