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LA LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI PUÒ ATTENDERE E-mail
Concorrenza
di Emilio Barucci
22 settembre 2009

servizi_pubblici_locali_barucci.jpgLo scorso 9 settembre il governo ha varato – ma ancora non se ne conosce il testo – un Decreto Legge che modifica le disposizioni in materia di servizi pubblici locali emendando l’articolo 23-bis del decreto legge 112 del 2008. In conferenza stampa il Ministro per i rapporti con le regioni Raffaele Fitto ha interpretato il provvedimento come un passo significativo verso la liberalizzazione dei servizi locali tramite l’ingresso dei privati nella loro gestione. Ad una lettura più attenta il provvedimento appare ben poca cosa, anzi prefigura a regime un sistema tutt’altro che virtuoso.

 

Facciamo un passo indietro. I servizi pubblici locali rappresentano una delle frontiere su cui si misura il lento procedere – o forse arretrare negli ultimi anni - del processo di liberalizzazioni in Italia. Il settore è stato infatti oggetto di tentativi di riforma falliti da parte degli ultimi due governi di centrosinistra, nel caso dell’ultimo governo Prodi il progetto di riforma Lanzillotta ha rappresentato addirittura uno dei motivi di maggiore fibrillazione. Il governo Berlusconi ha fatto un timido passo in avanti inserendo nella manovra d’estate del 2008 l’articolo 23-bis che prevedeva l’obbligatorietà della gara per l’affidamento dei servizi pubblici con una deroga significativa: ‘‘per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria’’. L’ente che batte la strada della deroga deve motivare la scelta mediante un’analisi di mercato da trasmettere all’autorità antitrust e all’autorità di settore per un parere non vincolante. La deroga apre la porta all’affidamento diretto tramite la ‘‘gestione in house’’, una forma di prestazione del servizio che più di un’analisi ha decretato essere non efficiente.

 

L’intervento del governo chiarisce il contenuto dell’articolo 23-bis senza portare novità di rilievo. Nella norma non era chiarito che la gara poteva anche essere a ‘‘doppio oggetto’’ – per la selezione del socio privato con una partecipazione superiore al 40% in una società mista pubblico-privato e per la gestione del servizio da parte della stessa società. La possibilità in realtà era nelle cose in virtù della normativa europea, ben venga comunque il chiarimento. Rimane però il principio della deroga che permette la possibilità della gestione in house, al riguardo non si pone nessuna restrizione ulteriore, si chiarisce soltanto che il parere è quello dell’Autorità Antitrsut e non quello delle Autorità di regolamentazione di settore. Il parere ha natura preventiva ma continua a non essere vincolante.

 

Il provvedimento precisa poi il regime transitorio per gli affidamenti non conformi alla normativa dilatando comunque i tempi dello stesso. Il provvedimento infine assoggetta le società di gestione in house al patto di stabilità interno introducendo un vincolo alle gestioni effettuate fuori da una logica economica.

 

In buona sostanza le novità quindi si limitano a chiarire che vi è una doppia strada virtuosa: gara con affidamento a privati, selezione di un socio per la gestione tramite una società mista a capitali pubblici e privati. E’ facile ipotizzare che questa – permettendo comunque un controllo di maggioranza da parte del pubblico - costituirà la via seguita da molti enti locali. Il Ministro sostiene che così facendo i privati saranno di fatto coinvolti nella gestione portando ad una maggiore efficienza nella fornitura del servizio. In realtà è facile attendersi che queste società miste divengano oggetto di una contrattazione tra l’ente locale e i privati con il primo in posizione di assoluto predominio. Difficilmente il processo approderà ad un miglioramento nell’efficienza della gestione dei servizi: è probabile che i diversi tentativi di estrazione della rendita – remunerazione, obiettivi di sottogoverno etc. – avranno il sopravvento andando a discapito dei cittadini. Non sarebbe la prima volta che il pubblico e il privato si alleano nel perseguire interessi che non vanno incontro a quelli degli utenti.

 

Questa prospettiva rischia di rimandare nel tempo non solo l’effettiva liberalizzazione dei servizi ma anche la costruzione di un sistema regolatorio indipendente per i servizi pubblici locali che permetta agli enti locali di uscire dalla gestione diretta.

 

In conclusione la norma chiarisce bene la durata del transitorio e l’assoggettamento al patto di stabilità interno – che dovrebbe limitare gestioni inefficienti soprattutto nel sud – e si illude di risolvere i problemi della liberalizzazione tramite una partecipazione di minoranza del privato. Il rischio è di creare un nuovo stato di equilibrio con una abbraccio mortale tra pubblico e privato che non garantirà né la concorrenza né l’economicità e la qualità dei servizi.

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