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L’ITALIA, LA CRISI E LE OPPORTUNITÀ DELL’EFFETTO OBAMA* E-mail
Internazionali
di Raffaello Matarazzo
22 settembre 2009

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Altissima fiducia nella capacità di Obama di gestire la politica internazionale (91%), elevate aspettative che l’Unione europea assuma un ruolo di leadership nella gestione dell’economia mondiale (85%, la più alta d’Europa), insoddisfazione per quanto il governo italiano ha fatto finora per affrontare la crisi economica (il 60% ritiene che abbia speso troppo poco) e che questa possa essere risolta solo con riforme strutturali (88%, altro record europeo).

*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it


Sono alcuni dei risultati sull’Italia che emergono dal Transatlantic Trends 2009, lo studio sugli orientamenti delle opinioni pubbliche europee e americana realizzato dal German Marshall Fund e dalla Compagnia di San Paolo, giunto all’ottava edizione.

Obamamania all'italiana

Se nel 2008 il consenso per l’ex-presidente americano Bush era in Italia a livelli molto bassi, ma superiori alla media europea (27% contro 20%) – probabilmente anche per la special relationship che lo legava a Berlusconi – l’"effetto Obama" tocca oggi picchi record tra gli italiani, riverberandosi positivamente anche sulla fiducia verso gli Usa (+7%). A ciò corrisponde un significativo calo del numero degli italiani che desidera che la Ue si emancipi di più dagli Usa (-15%), ma anche di quanti hanno fiducia nell’Ue: questi ultimi passano dal 74% nel 2008 al 67% di oggi (dato che rimane, comunque, il più alto in Europa).

La ritrovata fiducia dell’Italia nella prospettiva transatlantica si riflette positivamente anche sulla Nato, che è considerata ancora essenziale dal 60% degli italiani (+5%), un'opinione condivisa in modo abbastanza uniforme dagli elettori di centrosinistra e di centrodestra. Questo apprezzamento bipartisan per la Nato è però tutt'altro che incondizionato: il 55% degli italiani, in linea in questo con gli altri europei, è favorevole al ritiro delle truppe dall'Afghanistan, mentre il 39% si dichiara ottimista sulla possibilità di riuscire a stabilizzare il paese (contro solo il 32% della media europea e il 55% degli americani).

Un po' paradossalmente, l’Italia risulta però anche il paese in cui è più marcato (20%) il divario tra le attese che si nutrivano nel 2008 per quanto avrebbe potuto fare Obama e il giudizio sui progressi effettivamente realizzati. Ciò dipende probabilmente anche dal fatto che si è passati dall’ottima relazione tra Berlusconi e Bush a quella ancora in via di definizione tra il premier italiano e Obama. Forse pesa anche la percezione che Obama abbia preferito il rapporto con Parigi, Londra e Berlino a quello con Roma e Bruxelles.

Economia: prima pensiamo a noi stessi
L’"effetto Obama" si appanna, sia negli Usa che in Europa, quando si passa ai dati sulla crisi economica, in cima alle preoccupazioni su entrambe le sponde dell’Atlantico (90% in Italia, 86% in Europa). Se il 93% degli italiani (record sia in Europa che in America) ritiene che il paese dovrebbe concentrarsi prevalentemente sulla risoluzione dei problemi economici, solo la metà di essi (53%, in linea con la media europea) auspica che gli Usa svolgano un ruolo di leadership in questo campo, mentre ben l’85% vorrebbe che fosse l’Ue ad assumerlo.

Nella diffusa consapevolezza che la crisi può trovare risposte efficaci solo a livello internazionale, in assenza di strategie coordinate riaffiorano ovunque, ma in Italia con più forza, i pericolosi riflessi del protezionismo economico. Gli italiani che si sentono personalmente colpiti dalla crisi (59%) sono più della media degli europei (55%) anche se meno di quella degli americani (75%). Forse anche per questo sia a destra che a sinistra, essi si dichiarano per il 73% propensi a dare priorità all’acquisto di prodotti nazionali (rispetto al 68% degli europei e al 70% degli americani). La grande maggioranza (80%) vuole però mantenere il libero mercato.

Gli italiani sono in media più convinti degli altri europei che solo con riforme strutturali si potrà uscire dalla crisi (il che non vuol dire, tuttavia, che siano anche disposti a pagarne i prezzi). Una percentuale molto alta (77%), ma sostanzialmente in linea con quella europea e americana, ritiene che il ruolo del governo nel regolare il mercato sia essenziale. E solo il 22% si dichiara davvero convinto delle virtù di un'economia di libero mercato (a fronte del 54% degli americani, del 37% dei britannici e del 20% dei francesi).

L’attenzione ai cambiamenti climatici e il fattore Turchia
L'Italia risulta uno dei paesi in cui più diffusa è la preoccupazione dei cambiamenti climatici (54%). Almeno a parole, gli italiani sono anche tra i più favorevoli all’adozione di misure contro i cambiamenti climatici, anche se queste dovessero rallentare la crescita economica (78%). Negli Stati Uniti il sostegno per politiche ambientali costose è molto più bassa. In Italia, come altrove, è diffusa la consapevolezza che il problema del clima può essere efficacemente affrontato solo a livello internazionale: una conferma della crescente attenzione che si va sviluppando verso la conferenza internazionale sul post-Kyoto che si svolgerà a dicembre a Copenhagen.

La Turchia, infine, rimane una nota dolente. Nonostante gli sforzi dei diversi governi italiani succedutisi in questi anni e la continuità bipartisan con cui il tema è stato gestito, il consenso dei cittadini verso l’accesso della Turchia nell’Ue rimane basso anche in Italia (22% rispetto a una media europea del 19% ), non solo tra i cittadini, ma anche tra gli europarlamentari (scettici sono soprattutto quelli di centrodestra). Questo dato, che probabilmente riflette le ricorrenti polemiche sull’immigrazione, sottolinea un problema politico del governo italiano, che, pur essendosi adoperato molto in favore dell’accesso della Turchia, finora non è riuscito evidentemente a farne comprendere i vantaggi. Peccato, soprattutto di fronte al sensibile aumento di quanti in Turchia guardano con favore l’entrata nell’Ue (dal 42 al 48% nell’ultimo anno).

In sintesi, se l’avvento del nuovo presidente americano ha riportato il clima transatlantico ai livelli dell’era pre-Bush, l’Italia si conferma uno dei paesi europei nei quali il rapporto con gli Stati Uniti è più profondo e radicato. Ma permangono chiaramente una serie di differenze di fondo, dal modo di concepire l’uso della forza, alle priorità strategiche internazionali e in Medio oriente, alle misure per affrontare la crisi economica o i cambiamenti climatici. Queste differenze possono essere appianate o ridotte solo in un comune concerto transatlantico e d’intesa con gli altri paesi europei, piuttosto che cercando di stabilire un rapporto privilegiato con Washington, come l’Italia è stata più volte tentata di fare negli ultimi anni. La dimensione dei problemi e delle difficoltà di oggi, aggravate dagli effetti della crisi economica, non consentono scorciatoie. Richiedono invece, da entrambe le sponde dell’Atlantico, che si prosegua con determinazione e coerenza, e senza dare nulla per scontato, la strada appena – e ancora troppo timidamente – intrapresa.

 

 

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