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PROFITTI NEI SALARI. IL CASO FRANCESE E-mail
Lavoro
di Franco Osculati
10 settembre 2009

profitti_salari_osculati.jpgIn un celebrato discorso dell’aprile 2008 Nicolas Sarkozy lanciava "un projet de société" avente come caposaldo la distribuzione egualitaria degli utili delle imprese: un terzo agli azionisti, un terzo ai lavoratori e un terzo alla liquidità societaria per il sostegno degli investimenti. Il Presidente francese, contestualmente, incaricava il Governo di presentare a tambur battente apposito disegno di legge. 

L’Assemblea nazionale il 3 dicembre approva un’integrazione (legge n. 2008-1258) alla preesistente normativa sulla partecipazione agli utili da parte dei lavoratori. Il Medef, la Confindustria francese, non cessa di mostrarsi ostile alla tripartizione egualitaria; anche ministri come la Lagarde manifestano dubbi e pongono distinguo. I sindacati sono perplessi. Suggerimenti all’Italia?

1. Il favore per la partecipazione dei lavoratori ai profitti in Francia risale ai tempi di De Gaulle. Di fatto, allo scopo, anche prima del 2008 operavano due istituti: a) la partecipation, obbligatoria per le imprese oltre i 50 addetti; b) l’intéressement, frutto della libera contrattazione a livello aziendale. La prima era assistita da un’esenzione dall’imposta sui redditi associata alla non disponibilità per cinque anni delle somme ricevute dal lavoratore. Questi, però, poteva optare per l’impiego immediato delle somme perdendo la facilitazione fiscale. Tuttavia, anche i fondi vincolati potevano essere utilizzati senza costo fiscale in caso di spese per la casa o per gli studi dei figli. Gli accordi di intéressement, secondo stime di fonte governativa, non riguardavano più del 10% dei salariati, con una diffusione particolarmente bassa tra le imprese al di sotto dei 50 addetti. Tradizionalmente i due istituti sono sempre stati considerati come strumenti per incoraggiare il risparmio delle famiglie.

Nel corso del 2007, in netta crescita rispetto all’anno precedente e con riferimento ai bilanci 2006, 7,8 milioni di lavoratori francesi hanno compartecipato agli utili aziendali in misura di circa 16 miliardi: 8,3 a titolo di partecipation e 7,4 come intéressement. Per molti dei percettori, si è trattato di quasi una mensilità di salario supplementare. Nella maggior parte dei casi, il profit-sharing si è verificato in società che già pagavano salari superiori alla media.

I 16 miliardi si sono aggiunti ai 672 miliardi di salari e stipendi pagati nell’anno. In termini contabili, i 672 miliardi sono direttamente prelevati dalla differenze che nelle aziende si determina tra il totale dei ricavi e il totale dei costi di acquisto di materie prime e semilavorati (differenza che costituisce il "valore aggiunto") e sono frutto della contrattazione (ovvero, con termine démodé, della lotta di classe) ai vari livelli. I 16 miliardi sono una parte di quel che resta del valore aggiunto una volta pagati i salari, cioè del "margine operativo lordo" che è un aggregato composto anche dai profitti distribuiti agli azionisti o trattenuti nella società a finanziamento di investimenti. Semplificando, i 16 miliardi per la parte corrisponde alla participation sono frutto automatico della normativa statale e per la parte corrispondente all’intéressement sono dovuti a qualcosa di simile ad un accordo aziendale.

Secondo dati dell’Insee, dalla metà degli anni ’80 la quota sul valore aggiunto della remunerazione lorda del lavoro (comprensiva degli oneri sociali) è rimasta costante, ma al suo interno l’incremento relativo degli stipendi più elevati è stato compensato dal decremento relativo degli stipendi più modesti. I 16 miliardi, dunque, migliorano leggermente il quadro nel suo aspetto quantitativo ma, probabilmente, ne aggravano l’aspetto distributivo.

Considerando invece gli utili complessivamente realizzati dall’economia francese, risulta che nell’ultimo periodo essi sono stati ripartiti in un 36% a favore degli azionisti, in un 57% alla liquidità d’impresa e in un 7% ai dipendenti mediante partecipation e intéressement. Tali dati si associano a forti differenze per dimensione e settore produttivo delle imprese. Sostanzialmente la ripartizione trina ed egualitaria di Sarkozy si rivela chimerica.

2. La crisi ha condotto con sé un certo cambiamento del concetto di condivisione dei profitti, da incentivo al risparmio popolare a sostegno della domanda aggregata. Infatti, la legge approvata alla fine del 2008 assegna un credito d’imposta del 20% (delle somme distribuite ai lavoratori) alle imprese che stipulano un accordo d’intéressement e liberalizza la spendibilità per il lavoratore dei fondi ricevuti a titolo di participation, confermando peraltro la tassazione se il lavoratore opta per l’impiego immediato delle somme percepite.

Il livello generale dei profitti tende a flettere. Le Monde del 1° settembre dà conto di una riduzione stimata nel 56,4% per le società del Cac40 nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008. Pertanto le somme che saranno automaticamente percepite dai lavoratori a titolo di participation saranno al di sotto dell’importo del 2007. Dovrebbero però aumentare i flussi derivanti dell’intéressement, grazie all’incentivo fiscale del 20%. Il costo di questo si aggirerebbe attorno all’1,2 miliardi. E’ aperto il dibattito se siano risorse ben spese ai fini del sostegno della domanda. Il dubbio è lecito, anche perché la partecipazione agli utili (in entrambe le forme) tende a privilegiare i settori e i lavoratori più forti.

3. Dai cugini d’Oltralpe possiamo trarre qualche insegnamento utile al caso nostro?

La prima scontata osservazione è che se salari e stipendi lordi in Francia hanno mantenuto, sebbene a fatica, la loro quota all’interno del valore aggiunto totale, in Italia essi hanno perso vari punti percentuali sul prodotto. Pertanto, se lo scopo della partecipazione agli utili fosse quello di riequilibrare le quote distributive tra lavoro e capitale, si dovrebbe operare per importi di decine di miliardi (molto di più dei 16 miliardi ricordati sopra).

In secondo luogo, la distribuzione uniforme tra le tre categorie di percettori proposta da Sarkozy può avere un senso politico, di appartenenza ad una comunità nazionale di produttori, ma è rigida e sostanzialmente priva di logica economica. Non è detto, in particolare, che gli utili debbano essere trattenuti in azienda nella proporzione di 1/3. Sebbene producano profitti molte imprese non hanno bisogno di ingrandirsi e di operare investimenti. Per queste sarebbe fisiologico distribuire gli utili (agli azionisti). Se, per pura ipotesi, fosse possibile imporre anche alle società con elevata liquidità di trattenere i profitti, forse, si determinerebbe una spinta ulteriore alla finanziarizzazione dell’economia.

Bisognerebbe poi sottilizzare sul significato di "azionisti", i quali possono essere non solo persone fisiche ma anche fondi d’investimento e pensione che in (piccola) parte sono in proprietà dei lavoratori stessi.

Anche l’origine dei profitti propone qualche interrogativo. I profitti possono essere il risultato della "gestione caratteristica" di un’impresa ma anche la risultante di qualche operazione non ripetibile della "gestione straordinaria" o di carattere finanziario. Il profit-sharing se visto come veicolo alla produttività dovrebbe riguardare le attività normali dell’impresa. Al contrario, se con la partecipazione ai profitti si vuole contribuire a mantenere ad certo livello il reddito dei lavoratori, non rileva l’origine dei profitti medesimi. In altri termini, il fatto che il coinvolgimento dei lavoratori ai destini dell’impresa e la produttività possano essere promossi con strumenti migliori del profit-sharing non annulla l’utilità di simile meccanismo.

Alla pari di altri strumenti di promozione della produttività, la condivisione degli utili da parte di operai e impiegati soffre dei limiti imposti dalla globalizzazione. Infatti, i salari e gli stipendi legati alla produttività e ai profitti sono tendenzialmente e relativamente elevati e per ciò stesso maggiormente esposti alle insidie della delocalizzazione (se non si accetta un tetto al rendimento sul capitale investito).

Nella presente congiuntura economica, avviare una distribuzione automatica o di contrattazione aziendale dei profitti verso i lavoratori può assumere un significato positivo. In assenza di meglio, qualcosa è sempre utile. Tuttavia, una volta introdotto, lo strumento è pro ciclico. Specificamente, se quanto viene ricevuto dai lavoratori derivando dai profitti non viene percepito come una parte di compenso sui generis diverso dal salario e dallo stipendio ordinario, il giorno in cui i profitti flettono (per cause di mercato) o i lavoratori accettano di ridurre i livelli di consumo o aumenta la conflittualità. Per questo, l’idea originaria francese della partecipazione ai profitti come strumento di promozione del risparmio non è da lasciare cadere, con i connessi premi fiscali.

Se il varo della distribuzione ai lavoratori degli utili deve essere accompagnato da agevolazioni fiscali, il premio, sull’esempio dell’ultima legge francese in materia, va collocato a livello delle imprese e non, come sembra essere nelle intenzioni del governo, sui singoli lavoratori. Questi continuerebbero a percepire il salario o lo stipendio alleggerito delle consuete trattenute e, in più, una quota dei profitti tassata al 10%. Sembra un meccanismo più macchinoso (per contribuenti, sostituti d’imposta e amministrazione) di un credito d’imposta accordato al datore di lavoro. Soprattutto, come già sottolineato, la partecipazione ai profitti non è e non vuole essere strumento di uguaglianza tra i lavoratori. Esso tende a premiare i lavoratori meglio collocati. Una discriminazione fiscale tra le persone fisiche accentua le differenze. In sostanza, il principio della capacità contributiva e l’uguaglianza dei redditi a fronte dell’imposizione tollera meglio le eccezioni se applicate alle persone giuridiche che alle persone fisiche.

Rimane da ultimo una piccola questione molto italiana. Da anni i soggetti tassati in base a bilancio presentano in proporzioni elevatissime (50% e più) imponibili nulli o negativi. Non è tutta evasione ma molto è evasione. Pertanto, se la partecipazione agli utili vuole essere una cosa seria bisogna accettare un minimo di cogestione: il controllo da parte dei lavoratori sulle dichiarazioni dei datori di lavoro.

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