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GLI SQUILIBRI DELLA CRESCITA CINESE*
Internazionali
di Salvatore Monni

cina_monni.jpgLa crescita ha spesso conseguenze controverse, tanto più quando è tumultuosa come nel caso della Cina degli ultimi trent’anni. In questi tre decenni il tasso di crescita medio annuo nel paese è stato del 9,4% e, nonostante la crisi abbia colpito profondamente anche l’economia cinese, il tasso di crescita nel 2009 si aggirerà ancora intorno al 7,7% (previsioni Ocse del giugno 2009).
*Articolo pubblicato anche su AffarInternazionali.it

Insomma, nonostante le fosche previsioni (speranze?) di alcuni economisti la Cina continua a crescere velocemente. Del resto, la sua golden age sembra ormai far impallidire quella che l’Occidente conobbe dopo la fine della seconda guerra mondiale e che si interruppe nei primi anni Settanta con la crisi del sistema di Bretton Woods, che portò all’inconvertibilità oro-dollaro, e con la prima crisi petrolifera.

 

Ma in Occidente, nonostante tutto, la crescita si tradusse in una profonda trasformazione sociale e in un indubbio miglioramento della qualità della vita, a vantaggio di fasce della popolazione che mai prima ne avevano beneficiato, e in un progressivo allargamento dei diritti individuali e collettivi.

 

Una crescita impetuosa…

Possiamo sperare che lo stesso processo abbia luogo in Cina? I numeri, a una prima e più superficiale lettura, sembrerebbero dire di sì. Ad esempio, l’aspettativa di vita è notevolmente cresciuta e i tassi d’iscrizione alle scuole primarie e secondarie, così come quelli alle università, sono sempre più elevati. Secondo un rapporto prodotto nel 2008 dall’Agenzia dello Sviluppo delle Nazioni Unite (United Nation Development Program, Undp) negli ultimi trent’anni non si è avuta solo una crescita del reddito totale e pro-capite, ma lo stesso Indice di sviluppo umano (Isu), che tiene conto, oltre che del reddito pro capite, anche del tasso di mortalità e di quello di istruzione, è passato da 0,53 nel 1975 a 0,786 nel 2006. Nella classifica dell’Isu la Cina ha così scalato ben 20 posizioni, risalendo dal 101° al 81°posto. Un miglioramento, dovuto principalmente – per il 52,2% – alla crescita del Pil, ma anche al progresso delle componenti istruzione (29,8%) e salute (18%). Miglioramenti questi ultimi dovuti senza dubbio ai consistenti aumenti della spesa sociale.

 

…ma con grandi disparità

Contemporaneamente però sono aumentate, soprattutto negli ultimi dieci anni, le differenze tra le zone urbane e quelle rurali. Secondo l’Undp, l’Indice di sviluppo umano è di 0,81 nelle zone urbane, di 0,67 in quelle rurali. La Banca Mondiale, dal canto suo, stima che il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, sia passato in Cina dallo 0,30 del 1982 allo 0,45 nel 2002: un aumento del 50% che fotografa una crescita che ha sì portato ricchezza a una borghesia urbana sempre più estesa, ma che nel contempo ha lasciato vasti strati della popolazione nella povertà estrema. I cinesi hanno accesso a un sistema di educazione migliore nelle città che in campagna. Le disparità tra i due sessi rimangono forti soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo delle donne in età adulta, nonostante gli sforzi del governo, rimane due volte e mezzo quello degli uomini.

 

Le differenze interregionali sono molto forti: le province a maggior livello di sviluppo – quelle occidentali e costiere di Shanghai, Beijing, e Tianjin – hanno scuole e assistenza sanitaria migliori, mentre in fondo alla classifica figurano le province di Yunnan, Guizhou e Tibet, tutte nella parte occidentale del paese. Questo vale anche per le disparità di reddito: la provincia più ricca, Shangai, ha un reddito che è 5,6 volte quello dello Guizhou, la provincia più povera. Mentre Shanghai ha un Pil pro capite equivalente a quello della Corea del Sud, quello del Tibet è equivalente al Pil del Camerun. Elevata è anche la differenza tra il reddito medio delle zone urbane e quello delle zone rurali: il primo è di circa 100 euro al mese, il secondo di 30 euro. Altri indicatori evidenziano differenze ancora più pronunciate. Ad esempio, la speranza di vita che è meno di sessantacinque anni in Tibet supera i settantotto a Shangai.

 

La sfida dello sviluppo sostenibile

Se vuole essere qualcosa di più della semplice crescita, lo sviluppo in Cina, ma non solo, dovrà necessariamente accompagnarsi a un aumento delle libertà individuali. Dovrà inoltre avere caratteristiche tali da essere sostenibile. L’obiettivo strategico del paese è una crescita duratura e una ripartizione equa della ricchezza che preservi nel medio periodo la stabilità politica ed economica. Crescita, libertà individuali e sviluppo sostenibile sono fattori inscindibili anche nel caso della Cina.

 

Lo sviluppo sostenibile richiede inoltre una gestione accorta e lungimirante delle risorse naturali. Problemi derivanti dal degrado ambientale, come la desertificazione, l’inquinamento atmosferico e dei corsi d’acqua, la deforestazione, possono compromettere la disponibilità delle risorse, minacciare la salute e la qualità della vita delle generazioni attuali e future, minando la sostenibilità dello sviluppo e della crescita a lungo termine.

 

In verità, non è poco quel che si è fatto in Cina in questi ultimi trent’anni, ma molto resta ancora da fare, perché il paese possa beneficiare di una golden age paragonabile a quella occidentale.

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