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CARITAS IN VERITATE: LE CONTRADDIZIONI DI UN RITORNO ALL’ETICA IN ECONOMIA E-mail
Internazionali
di Emilio Barucci
31 luglio 2009

enciclica_barucci.jpgCome spesso succede quando le prese di posizione del Vaticano sono innocue, l’enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI è stata oggetto di un serrato confronto: uomini di fede e non, politici e commentatori dalle più diverse estrazioni si sono superati nel dichiararsi d’accordo con il Papa. Lascia sospetti questo pressoché unanime consenso: la Chiesa ha forse smesso di destare scandalo?

 

Sì per due ordini di ragioni: una più superficiale riguarda la banalizzazione del documento, una più seria riguarda il messaggio e la sua visione più profonda. Partiamo dalla prima considerazione. L’accoglienza positiva non deve sorprendere: i commentatori frettolosi hanno letto il documento come un richiamo alle radici etiche in economia. Non c’è da stupirsi che in un periodo di crisi economica – causata anche da ‘‘avidi’’ managers con i loro bonus - il richiamo all’etica trovi tutti d’accordo. Se l’enciclica dovesse essere valutata solo per questo sarebbe davvero ben poca cosa. Il richiamo all’etica in realtà è una banalizzazione di un documento che parte da un’interpretazione cristiana dell’uomo – posta in contrasto con il materialismo e il relativismo imperanti - per fornirci un’analisi della società moderna e dei possibili rimedi. L’unanime consenso viene anche dal fatto che il messaggio più autentico è debole e quindi buono per tutti i gusti.

 

Non si tratta di un documento ben riuscito: ripetitivo in più parti, un affresco sulla società globalizzata che non riesce a sfuggire ad una duplice tentazione: dire qualcosa su tutto, ricercare una unitarietà di interpretazione all’interno del confronto tra fede e ragione con più di una forzatura. I commentatori più attenti hanno osservato che manca di unitarietà con una cesura profonda tra la prima parte - con un richiamo dell’economia nell’alveo dell’insegnamento evangelico - sicuramente suggestiva per l’uomo di fede e una seconda parte di analisi e proposta che si perde in considerazioni di dettaglio - alcune delle quali deboli - senza parole forti sulle vere contraddizioni dei nostri tempi.

 

L’enciclica esordisce inquadrando lo sviluppo materiale dell’uomo all’interno di una sua vocazione al trascendente, al suo superarsi verso Dio e la vita eterna. Da questa interpretazione discende la necessità di uno sviluppo non solo materiale – che si sottintende guidato dalla ragione – ma integrale guidato dalla verità (par.18): ‘‘Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo’’. La società di oggi è tesa allo sviluppo materiale dimenticando altre dimensioni dell’uomo: accanto ad un supersviluppo materiale ci sarebbe un sottosviluppo morale (par.29).

 

Di fronte alle contraddizioni dei nostri tempi, un richiamo in questa direzione – ricco di suggestioni ma non nuovo nella tradizione evangelica – non può lasciare indifferenti. I problemi sorgono nella declinazione dell’analisi e delle possibili soluzioni. La verità si manifesta nell’economia della carità, del dono, del bene comune che debbono divenire i cardini dell’organizzazione economica.

 

Il documento dipinge mercato, tecnologia, globalizzazione, istituzioni come neutrali. Di ognuno ne tratteggia opportunità e rischi, il documento ad esempio prende posizione assai chiara contro posizioni anticapitalistiche e apre in modo quasi pieno alla globalizzazione dei mercati come via allo sviluppo in contrasto con la politica degli aiuti portata avanti da istituzioni sovranazionali. Il documento è soprattutto segnato da una forte sfiducia nei confronti delle istituzioni, della politica e dello Stato: il vero passaggio innovativo rispetto alla tradizione della Rerum Novarum e della Populorum progressio è la tesi che l’attività redistributiva dello Stato non sarebbe più sufficiente per promuovere lo sviluppo e l’affrancamento dei più deboli (par.39). Lo Stato in un mondo globalizzato non è più in grado di svolgere una missione salvifica. Le parole sono dure: ‘‘Quando la logica del mercato e quella dello Stato si accordano per continuare nel monopolio dei rispettivi ambiti di influenza, alla lunga vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini’’. Quindi una Chiesa che chiude il conto con istituzioni (Stato) e forme di partecipazione politica e di rappresentanza (partiti e sindacati) che hanno segnato la storia almeno negli ultimi due secoli e volge lo sguardo in un’altra direzione. La prospettiva è quella di partire dal basso ‘‘salvando’’ il mercato promuovendo il terzo settore, la responsabilità sociale delle imprese, forme cooperative e mutualistiche, associazioni di consumatori responsabili, mondo del non profit, finanza etica. La salvezza per l’uomo non è più nello Stato ma nei corpi intermedi, in forme ibride di organizzazione economica che siano capaci di umanizzare il mercato senza avere il profitto come unico obiettivo: ‘‘la solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato’’. Queste forme sarebbero in grado di promuovere uno sviluppo non solo materiale ma anche spirituale fondato sulla fraternità e il bene comune, in poche parole di civilizzare l’economia. Anche la difesa dei diritti tramite le istituzioni e la centralità del lavoro – che pure sono presenti nell’enciclica – passano in secondo piano rispetto a questa visione. Si giunge addirittura a proporre la sussidiarietà fiscale con i cittadini che decidono sulla destinazione delle loro imposte (par. 60).

 

Se questo è il messaggio è facile capire come l’enciclica sia stata letta come un documento di difesa del mercato e della globalizzazione e contrario all’intervento statale. Ma questo conta poco, le vere questioni sono altre: siamo davvero sicuri che la via proposta sia una soluzione alle contraddizioni del mercato e della globalizzazione? La finanza etica avrebbe salvato il mondo dalla crisi finanziaria? Il commercio equo-solidale è la via per lo sviluppo? E soprattutto è davvero il caso di chiudere il conto con forme di partecipazione politica e istituzioni che hanno fatto tanto per promuovere l’uomo in tutte le sue forme – non solo materiale – in favore di una visione volontaristica del dono?

 

La sensazione è che il giudizio verso le istituzioni sia troppo severo e che le risposte a queste domande saranno più negative che positive con il rischio concreto di cadere nella retorica o in un unanime consenso di facciata. Questo sì che segnerebbe davvero l’insuccesso per l’insegnamento della Chiesa.

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