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SINISTRA E LIBERISMO E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Tamborini
31 luglio 2009

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La crisi mondiale, i risultati italiani e continentali delle elezioni europee, il dibattito congressuale del Partito democratico, un libro appena uscito (Salvatore Biasco, Per una sinistra pensante, Marsilio) invitano per strade diverse a meditare sul progetto che ha impegnato la Sinistra riformista italiana nata dal crollo del Muro di Berlino. In buona sostanza: il progetto del New Labour di Tony Blair, andare oltre la socialdemocrazia e sposarsi col Liberismo. Tutti i pretesti di riflessione che ho richiamato prima, portano a pensare che probabilmente quel progetto è giunto ad un punto critico, per non dire terminale.

 

Biasco mette in luce una serie di argomenti molto solidi e seri per i quali il matrimonio Sinistra-Liberismo non sembra riuscito, né sembra la soluzione giusta per governare le caratteristiche profonde dell'economia e della società italiane. Tuttavia il libro sollecita a considerare anche altre ragioni, come dire, più di "dottrina", ma altrettanto importanti e concrete, sui cui vorrei a mia volta offrire qualche spunto di riflessione.

 

Gramsci dopo la Grande crisi del 2007

 

Comincio anch'io dalle caratteristiche profonde della società italiana, che non è quella inglese in cui nacque il New Labour di Tony Blair. La prima e ovvia considerazione è che in Inghilterra c'era e c'è una forte cultura e forti partiti d'ispirazione liberale e liberista, in Italia no. Una vera e propria "rivoluzione liberale", come si chiama nei libri di storia, in Italia non c'è mai stata. La ragione di fondo è ben nota, e non occorre aggiungere molto a quanto già aveva capito e scritto Gramsci: non si sono formate le condizioni economiche e sociali, e le relative classi dirigenti, che altrove hanno guidato le rivoluzioni liberali. Le classi sociali di destra nella storia italiana sono state di volta in volta illiberali, stataliste, affariste, totalitarie, populiste. Quella attualmente predominante, se fosse sezionabile come il tronco di un albero, ci mostrerebbe tutte queste stratificazioni, che rispecchiano tratti profondi della società italiana, coltivando i quali si ottiene sempre una sicura ricetta per il successo politico-elettorale nel nostro paese.

 

Questa vicenda spiega l'anomalia, anche questa già registrata da Gramsci, per cui i c.d. "sinceri liberali" italiani hanno sempre guardato più a Sinistra che a Destra; e una Sinistra, o Sinistre, di matrice non liberale se non anti-liberale, che hanno voluto o dovuto trovar posto ad un qualche elemento di liberalismo, almeno come base di partenza per spiccare il volo verso altri cieli. Ne è sempre risultato un pasticcio ("Dormono nelle stesso letto, ma non fanno gli stessi sogni", secondo un attico detto cinese). Perché ora dovrebbe funzionare? Si dice: perché è stato rimosso il macigno ideologico e retorico del Pci, ufficialmente impegnato a preparare l'avvento del comunismo. Superato il colossale qui pro quo, ora la Sinistra italiana può apertamente muoversi sul terreno riformista, dove non può non incontrare le istanze liberali e liberiste di cui l'Italia ha grande bisogno. Concordo pienamente, ma il punto è che per fare un matrimonio felice bisogna essere in due, andare incontro l'uno all'altra, e portare ciascuno una buona dote di idee e progetti. La mia opinione è che queste ovvie e minimali condizioni non si sono realizzate (per ora) e, per una volta violando l'imperativo all'autocritica della Sinistra, vorrei mettere in luce le gravi insufficienze della dote offerta dai liberisti italiani.

 

Quello che si è visto e capito finora della proposta liberista italiana è semplicemente trovare un autobus politico abbastanza grosso per raggiungere l'obiettivo di realizzare un po' di politiche liberiste tout court. Risulta difficile trovare elaborazioni di idee e progetti politici di spessore superiore a questo. Stupisce che si possa pensare che un progetto del genere possa funzionare. Ovviamente non può, prima di tutto sul piano elettorale, dato il contesto socio-economico che ho ricordato prima. In secondo luogo, perché ripropone l'equivoco storico della Sinistra italiana, che raccoglie passeggeri per andare in una direzione e li porta in un'altra. Infine, perché presuppone che il liberismo vada bene così com'è, dia le risposte e le ricette giuste per l'economia e la società del XXI secolo, e che non ci sia "nient'altro di Sinistra da dire".

 

Sappiamo che quest'ultimo presupposto è accoratamente condiviso da una parte significativa di Sinistra penitente. Sappiamo anche che "dire qualcosa di Sinistra" che sia nuovo, utile e vincente, oggi, non è facile. Purtuttavia, siccome la Storia non finisce mai, la Grande crisi del 2007 ha aperto molte falle nel ricettario pronto all'uso del liberismo anni Novanta, e molti apparenti dead issues della Sinistra sono risorti vivi, vegeti, drammatici. Ne richiamo solo due di forte attualità, in maniera forzatamente breve e minimale.

 

Quale e quanta disuguaglianza possiamo accettare?

 

Primo. Se c'è una linea di demarcazione coriacea tra Sinistra e Liberismo, è quella che ha resistito fino al compimento del percorso intellettuale di Norberto Bobbio: l'ideale dell'Uguaglianza (cfr. Destra e Sinistra). Uguaglianza dei diritti e dei doveri, uguaglianza dei punti di partenza e delle opportunità. La Sinistra classica aggiungeva anche l'uguaglianza dei punti di arrivo, ossia l'Egalitarismo come criterio ispiratore delle politiche pubbliche. Un tratto di strada d'incontro tra Sinistra e Liberismo è già stato compiuto, ed è agevole tradurlo in politica: il pensiero liberista nobile oggi è aperto agli obiettivi di uguaglianza dei punti di partenza e delle opportunità (e non c'è dubbio che uno degli effetti delle politiche di liberalizzazione dei mercati è proprio questo), mentre la Sinistra ha lasciato cadere l'egalitarismo classico. Però, attenzione, non si può sostituirlo con la pura e semplice "Mano invisibile del mercato", e non si può pretendere di spacciare questo come qualcosa di Sinistra (nel senso di Bobbio). Tanto meno con fumosi discorsi sul merito ed altri sofismi simili.

 

Perché, nel pensiero economico serio, il problema c'è da sempre, ed è un solido macigno roccioso. Si chiama distribuzione del reddito. Ora, la teoria economica della Mano invisibile insegna (Primo teorema del benessere) che il libero mercato è un sistema efficiente di impiegare le risorse economiche, dove "efficiente", come fu chiarito da Vilfredo Pareto, significa che non è possibile trovare un altro uso e distribuzione delle risorse tale per cui almeno un individuo stia meglio senza che nessun altro stia peggio. Ma questo risultato non dice proprio nulla in merito alla qualità e legittimità della distribuzione del reddito. Per esempio potrebbe essere fortemente squilibrata, con pochissimi ricchi e moltissimi poveri e, secondo il criterio di Pareto, non sarebbe possibile far star meglio un povero senza far star peggio un ricco. Come ebbe a dire Amartya Sen, non si tratta di un risultato esaltante come guida per le politiche pubbliche.

 

Solo un economista ignorante, o un propagandista in malafede, potrebbe sostenere che un risultato del genere va accettato solo perché è il prodotto delle forze di mercato, magari perché "viene premiato il merito". Si badi bene che nessuno mette in discussione il giusto riconoscimento del merito individuale, tanto meno in un paese endemicamente antimeritocratico come l'Italia. Ma si tratta di un concetto complesso, che va maneggiato con cura. Come chiarì poi anche John Rawls, altro campione del pensiero liberale ignorato dai liberisti nostrani, nel reddito di un ricco generato dal libero mercato potrebbe ben esserci moltissima fortuna e pochissimo merito, a meno che sia considerato un merito partire da condizioni iniziali avvantaggiate grazie a madre natura, alla famiglia o al caso.

 

Concetti astrusi e astratti? Uno degli scogli su cui si è infranto il Turbocapitalismo di fine secolo è proprio quello della distribuzione del reddito. La quale è un pochino migliorata a livello mondiale se si guarda alla minor distanza tra il reddito medio di un paese ricco e di un paese povero, ma è drasticamente peggiorata a livello locale (dentro ciascun paese ricco e povero) tra chi partecipa ad attività economiche e mercati ad alta tecnologia e capitale umano (dove i salari sono quelli della Silycon Valley) e chi ad attività e mercati di basso livello "globalizzati" (dove i salari sono quelli di Bombay). E' solo questione di merito?

 

Davvero qualcuno può ancora pensare che quello della equità distributiva debba rimanere un tabù di chi porta la tara post-comunista? La nuova classe dirigente degli Stati Uniti, alla prese con una regressione drammatica dei ceti medi, sembra pensare di no. In verità il pensiero di Sinistra, nelle sue varie sfaccettature novecentesche non marxiste, può portare una dote significativa sul tema dell'equità distributiva come alternativa all'egalitarismo puro. I liberisti (italiani) vogliono finalmente affrontare a viso aperto questo nodo fondamentale del Liberismo, e magari dirci loro qualcosa di Sinistra sulla distribuzione del reddito?

 

Too big to control

 

Anche i non addetti ai lavori, leggendo le cronache della crisi, hanno imparato la frase "too big to fail" (troppo grande per fallire) che sta ad indicare che la crescita dimensionale delle banche le rende immuni dal rischio di fallimento, in quanto il danno che ne deriverebbe al resto dell'economia induce le autorità pubbliche a salvarle (non fu fatto con la Lehman Brothers e si sono viste le conseguenze). La crisi ci impartisce un'altra lezione su un fondamentale problema connesso a questo.

 

Prendiamo un libro interessante di pochi anni fa, Salvare il capitalismo dai capitalisti, scritto da Raghuram Rajan e Luigi Zingales, studiosi finanziari di fama internazionale, certamente liberali e liberisti. La loro suggestiva tesi è che i pubblici poteri devono impegnarsi in una continua battaglia di presidio e garanzia delle condizioni di libera concorrenza dei mercati (finanziari, ma non solo), perché, come ammoniva già Adam Smith, se vedete due uomini d'affari chiacchierare all'angolo della strada, probabilmente stanno complottando per limitare la concorrenza.

 

Da questo punto di vista, le vicende legislative e politiche che negli Stati Uniti hanno posto le premesse della Grande crisi del 2007 mostrano la totale abdicazione dei pubblici poteri dalla missione indicata da Rajan e Zingales. La lobby finanziaria è cresciuta a dismisura. Il 60% dei muti americani era in mano alle prime quattro banche (poi tutte coinvolte nel crack). Le prime tre agenzie di rating (quelle che distribuivano le triple AAA sui titoli tossici come noccioline) ottenevano la gran parte delle commesse. Questo apparato ha catturato i legislatori di ogni colore politico, ha addomesticato i controllori, ha creato un sistema finanziario su misura di profitti ed emolumenti giganteschi, opaco, inefficiente, rischioso e privo di ogni forma di "disciplina di mercato". L'aspetto stupefacente di questa storia, che non viene messo a fuoco nel libro, per altri aspetti profetico, è che essa è nata e si è sviluppata sotto le bandiere della liberalizzazione e della globalizzazione dei mercati finanziari. Non so quanto in buona fede, ma i pubblici poteri americani erano convinti di star facendo quello che raccomandavano Rajan e Zingales, i liberisti erano in contemplazione dal successo delle loro teorie e politiche, e i debitori erano felici di godere i frutti del sistema finanziario più liberalizzato del mondo.

 

Dove sta il paradosso? Sta in un problema, anch'esso noto da lunga data (e naturalmente assente dal dibattito nostrano), che affligge il libero mercato. Il quale è una forma economica che potremmo definire "istituzionalmente instabile". Vale a dire, essa tende a corrodere le condizioni istituzionali che ne consentono il buon funzionamento. Tra cui pubblici poteri forti (non deboli!) nella loro capacità e determinazione a creare quelle condizioni che, come noto e spiegato da Rajan e Zingales, non nascono spontaneamente né tanto meno per volontà dei capitalisti. Perché i pubblici poteri tendono a soccombere? Per varie ragioni, tra cui una meramente "tecnica". Quando si liberalizza un mercato, tipicamente si ha un forte aumento della concorrenza, ma poi via via una riduzione dei market players. Purtroppo (per la concorrenza) un modo con cui l'ampiamento dei mercati crea efficienza sta nelle "economia di scala": tanto più un'impresa cresce, tanto più diventa efficiente, può fare prezzi più bassi e profitti più alti (fino a un certo punto). Questa è la fase in cui c'è una convergenza d'interesse tra movente del profitto privato e liberalizzazioni. Poi questa fase cessa, i vincitori della battaglia competitiva si assestano in un equilibrio per pochi, in cui si spartiscono profitti elevati, cessano di competere e cercano d'impedire nuovi ingressi nel mercato.

 

Se ora leggiamo gli instant book di successo dei nostri liberisti apprendiamo che la colpa della crisi non è del mercato finanziario ma è del governo e degli organi di controllo, che hanno sbagliato regole o non hanno vigilato come dovevano. Questi instant book sono infatti come delle istantanee tratte da un film che il produttore vuole vendervi. Le foto di per sé non sono truccate, ma si vedono solo certe scene del film, dalle quali però non si riesce a capisce il reale contenuto e qualità dell'insieme. L'ignavia, incompetenza o corruttibilità dei pubblici poteri è certamente un fotogramma del film, ma occorre anche sapere e spiegare come si sia arrivati a tanto.

 

Mentre l'apparato finanziario che si era instaurato negli Stati Uniti (e non solo) stava crescendo in maniera patologica ed estranea alla logica del libero mercato, quante voci liberiste si sono levate alte e forti a denunciarlo, e a richiamare i pubblici poteri al loro dovere? Certo, ve ne fu qualcuna (negli Stati Uniti), anche autorevole, ma agli atti non risulta altro (certamente non negli editoriali del Corriere). Attenzione: non sto portando acqua alla polemica sterile e infantile contro gli economisti. Mi sto interrogando su quale sia la dote matrimoniale di un apparato concettuale e intellettuale imponente che ha fallito in maniera clamorosa sul proprio terreno elettivo, ossia nel presidiare il buon funzionamento del mercato nel paese più liberista del mondo.

 

Si è trattato di un evento imprevedibile, unico e irripetibile? Forse no, visto che intorno alla perniciosa tendenza monopolistica del capitalismo sono state scritte intere biblioteche ben prima del libro di Rajan e Zingales. E visto anche che in Italia abbiamo un'altra prova vivente di come un piccolo imprenditore molto capace possa entrare in un mercato nuovo, avere successo, crescere, assestarsi in un oligopolio inamovibile, e infine liberarsi del problema di fare lobbying, prendendosi direttamente lo stato e gli organi di controllo. In nome del libero mercato.

 

I problemi che ci lascia in eredità il Turbocapitalismo sono terribilmente complicati. Se, rispetto al recente passato, ci sarà un po' più di libertà intellettuale, accompagnata da consapevolezza della propria identità (e meno taglia e incolla da quelle altrui, come consiglia Biasco su Il Riformista), si potrà trarre ispirazione da pensatori di alto spessore, social- e liberal-riformisti, democratici, progressisti, cristiano-sociali (non ho dimenticato nessuno?) che ci hanno lasciato diverse idee importanti sui nessi tra economia, società e persona, che non possono essere affidati alla sola Mano invisibile del mercato. Ad ogni modo, ci sarà duro lavoro da fare per tutti; per la Sinistra, ma anche per i Liberisti, qualora volessero scendere dalla cattedra del dottor Pangloss e impegnarsi in un progetto culturale e politico serio per il paese.

  Commenti (2)
Molto giusto, ma forse manca qualcosa
Scritto da Giuseppe Ferrari website, il 28-08-2009 12:00
Arrivo un pò in ritardo, ma non posso esimermi dal manifestare il mio totale assenso alle tesi dell'articolo. 
Mi permetto solo di fare una piccola aggiunta. 
Mi sto sempre più convincendo che siamo entrati nella crisi proprio perché il reddito prodotto è stato distribuito in maniera inequale, sia a livello mondiale che all'interno dei singoli paesi. La diseguaglianza dei redditi ha da un lato ridotto e dall'altro distorto la domanda aggregata cui il sistema produttivo è stato chiamato a rispondere. 
E gli effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti. L'esempio eclatante è quello della classe media americana, i cui consumi sono stati il motore dello sviluppo e che, per continuare a mantenere il tenore di vita in una lunga fase di potere di acquisto declinante, è stato costretta, e/o invogliata, a livelli di debito stratosferici, con gli effetti che abbiamo visto. 
Ed, ugualmente, dalla crisi non si uscirà se non si arriverà a ricostituire, a livello anche qui a livello mondiale ed a livello nazionale, una nuova classe media, dotata di livelli di reddito adeguati e capace di esprimere nuovi bisogni, più consoni ad un mondo sovraffollato. 
E' una sfida titanica, in particolare perché questa classe media dovrà nascere soprattutto in Cina, e non potrà non avanzare richieste di partecipazione democratica che metteranno con ogni probabilità in tensione quel sistema politico.
commento
Scritto da salvatore bragantini, il 31-07-2009 17:54
Caro Tamburini, 
condivido in pieno il tuo pensiero. Solo un piccolo appunto, magari un po' egoriferito. Anche nei commenti del Corriere si può trovare qualche traccia di idee simili, traccia magari non dosabile per scarso peso specifico del commenatore, che più di una volta sono stato io. Spesso mi sono battuto sui temi della disuguaglianza come motore misconosciuto della crisi, sulla inefficienza di una distribuzione di redditi iniqua, sulla cattura dei regolatori da parte delle grandi investment bank Usa, etc. 
Grazie per aver scritto cose di sinistra intelligenti. Ci si dimentica spesso che mercato e impresa sono importantissimi sì, ma solo dei mezzi... 
Salvatore Bragantini

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