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REDDITI DA LAVORO, TASSAZIONE, SPESA PUBBLICA:EFFETTI DI UNA PATRIMONIALE SUL CAPITALE DELLE IMPRESE E-mail
Economia reale
di Antonio Ruda
31 luglio 2009

imposta_patrimoniale_ruda3.jpgLa questione fiscale assume un’importanza sempre maggiore nelle rivendicazioni sindacali. La CGIL e la CISL, soprattutto, chiedono un aumento del reddito disponibile dei lavoratori attraverso una riduzione delle imposte sul reddito e cioè dell’IRPEF. Se la CGIL chiede una compensazione attraverso un aumento delle aliquote sopra i 150 mila euro, la CISL prospetta uno spostamento della pressione fiscale verso l’imposizione indiretta attraverso l’aumento delle imposte sui consumi. Sembra attenuarsi l’interesse del Sindacato per il ruolo redistributivo della tassazione progressiva del reddito.

Non solo la redistribuzione primaria del reddito, fra lavoro e capitale, passa in secondo piano, almeno nell’immediato e in presenza di una profonda recessione, ma la stessa redistribuzione secondaria del reddito attuata tramite la spesa sociale pubblica lascia il posto alla riduzione della imposizione fiscale sui salari. Le proposte di aumento del reddito disponibile dei lavoratori dipendenti tramite riduzioni di imposta si scontrano essenzialmente con due problemi: quello dei bassi redditi (gli incapienti), che non possono beneficiare delle riduzioni delle imposte, problema che potrebbe essere affrontato istituendo un’imposta negativa, e quello della composizione del "cuneo fiscale" che grava sui redditi dei lavoratori. Mi riferisco al fatto che circa il 70% della differenza fra il costo del lavoro e il netto in busta paga è costituito da oneri contributivi. Un lavoratore con un’imponibile IRPEF di 20 mila euro e un coniuge a carico, per fare un esempio, paga un’imposta sul reddito di circa 3 mila euro. Gli oneri contributivi complessivi, a carico del lavoratore e del datore di lavoro, ammontano, nell’ esempio, a 8 mila e 800 euro. Il "cuneo fiscale" all’interno del costo del lavoro ammonta così a 11.850 euro circa, di cui il 74% è costituito dai contributi e soltanto il 26% da imposte sul reddito. Il costo del lavoro è di 28 mila e 800 euro, pari al 170% del reddito netto.

D’altra parte la proposta della CISL porta a una riduzione della domanda di consumi, aggravando la recessione economica, e a un aumento dell’inflazione una volta superata la crisi. Nella tabella seguente sono riportati alcuni esempi per un reddito imponibile da 20 mila euro e uno da 25 mila euro. Dalla tabella si può evincere che, per accrescere il reddito disponibile del 10% occorre abbattere del 44% l’IRPEF pagata da chi guadagna un reddito, al lordo IRPEF, di 20 mila euro e del 55% per chi ha un imponibile di 25 mila euro annui. Si creerebbe una elevata sproporzione fra un limitato aumento del reddito disponibile e la riduzione delle entrate pubbliche con effetti pesanti per il Bilancio pubblico

Imponibile irpef e costo del lavoro. Alcuni esempi per operai e impiegati nell’industria, 2008 (dati in euro)

 

Operaio industria sino a 15 dipendenti 20 mila euro imponibile e coniuge a carico

Operaio industria sino a 15 dipendenti 25 mila euro imponibile e coniuge a carico

Impiegato industria sino a 15 dipendenti 20 mila euro imponibile e coniuge a carico

Impiegato industria sino a 15 dipendenti 25 mila euro imponibile e coniuge a carico

Imp. IRPEF

20.000

25.000

20.000

25.000

Imponibile Contributi

22.020

27.525

22.020

27.525

Irpef

3.029

4.597

3.029

4.597

Contributi

8.823

11.029

8.334

10.418

Reddito disponibile

16.971

20.404

16.971

20.404

Costo del lavoro

28.823

36.029

28.334

35.418

Costo lavoro/reddito netto

1,70

1,77

1,67

1,74

Aliquota contributi

40,07%

40,07%

37,85%

37,85%

 

In questa situazione il ruolo della spesa pubblica nelle politiche redistributive e sociali non può passare in secondo piano. Rimane il problema del reperimento delle risorse in una situazione di elevato debito pubblico e di aumento del disavanzo statale. In questa nota si propone l’introduzione di un’imposta patrimoniale sul capitale proprio (al netto degli oneri derivanti dall’indebitamento) delle imprese, detenuto sotto qualsiasi forma (liquidità, titoli, immobilizzazioni) in cambio della riduzione della base imponibile dell’IRAP attraverso la deduzione degli oneri finanziari (oneri di locazione finanziaria attualmente indeducibili). Ciò potrebbe avere diversi effetti positivi:

  1. L’imposta patrimoniale è neutra rispetto alla natura e alla forma assunta dal patrimonio (liquidità, titoli, immobilizzazioni "fisiche"). Favorisce allo stesso tempo il ricorso al debito, in quanto gli oneri finanziari non costituiscono base imponibile. Ma penalizza, rispetto alla situazione attuale, il patrimonio non direttamente impiegato nell’attività caratteristica dell’impresa, colpisce quindi una forma di elusione praticata tramite la sotto capitalizzazione. Ciò permette di alleggerire l’imposizione sul reddito d’impresa favorendo gli investimenti innovativi e, quindi maggiormente rischiosi (ma non speculativi). Questo è il motivo per il quale Cesare Cosciani preferiva un’imposta sul capitale piuttosto che sul reddito delle imprese: "…. se l’imposta si commisura al valore del capitale, non si attua nessuna discriminazione fiscale a carico dei capitali più rischiosi, al contrario di quanto si verifica, invece per l’imposta commisurata la reddito"(1). Infatti, sempre secondo Cosciani, l’imposta patrimoniale permette di: "procedere alla tassazione d’un reddito astratto, virtuale, in luogo di quello concreto, in modo da premiare gli elementi dinamici del sistema economico nei confronti di quelli statici"(2).
  2. Combinata con la deducibilità degli oneri di locazione finanziaria, l’imposta patrimoniale provocherebbe un aumento del debito privato ma non quello pubblico. L’incremento dell’indebitamento delle imprese avverrebbe a causa della convenienza determinata dal maggiore effetto di leva finanziaria dovuto alla riduzione della base imponibile IRAP. In presenza di un gap di domanda, come quello attuale, ciò contribuisce a rilanciare la domanda senza intervento diretto del Bilancio pubblico. Tassare gli oneri finanziari, sotto qualsiasi forma deprime, infatti, gli investimenti in quanto ciò equivale ad aumentare i tassi di interesse.
  3. Destinando il maggiore gettito alla spesa sociale si eviterebbe un aumento dell’indebitamento pubblico e allo stesso tempo si avrebbe un aumento dell’efficienza nell’uso della liquidità immessa nel sistema produttivo con le operazioni di ricapitalizzazione delle banche (Tremonti Bonds).Teniamo presente che lo stesso Berlusconi parla di una ripresa della speculazione attraverso la finanza strutturata, che rappresenta un uso non efficiente della liquidità.
  4. Calibrando l’aliquota dell’imposta patrimoniale in modo di avere un gettito maggiore della perdita derivante dalle modifiche dell’IRAP si potrebbe incrementare l’investimento pubblico e accrescere la domanda. In questo modo si favorirebbe una redistribuzione del reddito a favore del lavoro attraverso un processo virtuoso: l’imposta patrimoniale determina un aumento dell’effetto leva legato agli investimenti produttivi e non all’investimento speculativo; gli incrementi degli investimenti pubblici e della spesa sociale sarebbero finanziati senza un aumento del ricorso al debito pubblico con conseguente aumento dell’occupazione e della quota di reddito destinata al lavoro.

 

 

1. Cosciani C., L’imposta ordinaria sul patrimonio e l’imposta generale sull’entrata nell’ordinamento tributario italiano, Rivista Italiana di scienze economiche, 1939

2. Cosciani C., L’imposta ordinaria sul patrimonio nella teoria finanziaria 1940, S. T. E. U. Urbino

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