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IL FUTURO DELLA CORTE DI CASSAZIONE E-mail
Giustizia
di Aniello Nappi
31 luglio 2009

cassazione_nappi.jpgUna nuova riforma del giudizio civile di cassazione è stata varata il 18 giugno 2009, ad appena tre anni dalla precedente riforma del 2 febbraio 2006, in parte abrogata. La sezione filtro, istituita dalla nuova legge, potrebbe effettivamente risolvere gli annosi problemi della Corte suprema, le cui sezioni civili sono oggi gravate da un arretrato imponente. Ma tutto dipenderà da come la legge sarà attuata sul piano organizzativo. Nella crisi ormai insostenibile del sistema giudiziario italiano, la Corte di cassazione, con i suoi centomila ricorsi civili arretrati, ne è anche in questo senso il vertice.

 

Infatti, se pure la corte aumentasse la sua produttività del dieci per cento l'anno, come è avvenuto nel 2008, occorrerebbero trent'anni per rimediare, sempre che il numero annuale dei ricorsi non riprenda a crescere.

Anche per far fronte a questa spaventosa zavorra, il d. lgs. n. 40 del 2006 riformò il giudizio civile di cassazione, nel dichiarato intento di favorire la funzione di orientamento della giurisprudenza che alla Corte assegnano sia l'ordinamento giudiziario sia la Costituzione.

Due furono gli aspetti principali di quella riforma.

Fu previsto che ciascun motivo del ricorso per cassazione dovesse concludersi con un quesito di diritto, cui la Corte doveva fornire risposta con l'enunciazione di un principio di diritto. Fu introdotto un procedimento abbreviato, per la decisione sui ricorsi inammissibili e su quelli manifestamente fondati o infondati.

Dopo appena tre anni, il legislatore è nuovamente intervenuto sul giudizio civile di cassazione con la legge n. 69 del 2009.

La nuova riforma ha abrogato la norma sul quesito di diritto, invisa al ceto forense, e ha istituito un'apposita sezione della Corte, la cosiddetta sezione filtro, per il vaglio di ammissibilità dei ricorsi, secondo il rito abbreviato già previsto dalla riforma del 2006 e sulla base di una rigorosa definizione legale dei casi di inammissibilità dell'impugnazione.

Come già con la riforma del 2006, dunque, s'è riconosciuta l'indispensabilità di una selezione preliminare dei ricorsi. Ma diversamente dal 2006 s'è affidata l'effettività di questa selezione a una più rigorosa definizione delle condizioni di ammissibilità dei ricorsi, piuttosto che al formalistico metodo del quesito.

In realtà è la selezione dei ricorsi in ragione dell'importanza generale delle questioni, e quindi nella prospettiva dell'interesse dell'ordinamento anziché degli interessi delle parti, a caratterizzare davvero il giudizio dinanzi alle corti supreme nei paesi più avanzati. E senza selezione preliminare la funzione di orientamento della giurisprudenza non può risultare effettiva.

Infatti nella prospettiva dell'ordinamento una questione di diritto si pone davvero solo quando la decisione del caso singolo possa determinare un adeguamento o un mutamento della giurisprudenza di legittimità. Se invece la controversia può essere risolta in applicazione di una giurisprudenza indiscussa, la questione è di diritto solo nella prospettiva delle parti, perché nella prospettiva dell'ordinamento il problema giuridico è già risolto.

E' certamente corretto dunque il principio enunciato con la nuova riforma, laddove considera inammissibile il ricorso «quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l'esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l'orientamento della stessa».

Il funzionamento del sistema tuttavia non dipenderà tanto dalle nuove norme, quanto dall'organizzazione interna della Corte, che esigerebbe un serio ripensamento.

Attualmente, e secondo tradizione, l'esame preliminare dei ricorsi è affidato a uno sparuto numero di magistrati, che non saranno poi relatori nel giudizio sui ricorsi esaminati. I magistrati selezionatori si limitano a classificare i ricorsi per materia e difficoltà. Sarà poi il presidente titolare di ciascuna sezione ad assegnare il ricorso a un relatore e a fissarne l'udienza di trattazione, operando sulla base delle sintetiche indicazioni dei selezionatori.

Ma la selezione preliminare dei ricorsi non può essere un'operazione superficiale; e, se è uno studio serio, equivale alla preparazione del ricorso da parte del relatore.

Nella situazione attuale dunque l'esame preliminare o è solo approssimativo, risultando quindi inutile, se non dannoso; ovvero è serio e approfondito, ma comporta uno spreco inaccettabile di energie, perché quello stesso ricorso dovrà essere poi esaminato altrettanto seriamente anche da un altro magistrato, indicato come relatore.

Insomma oggi i ricorsi vengono classificati, non vengono selezionati per distinguerne quelli che meritano una decisione destinata a fungere da precedente. Mentre proprio questa selezione, non meramente classificatoria, consente un adeguato funzionamento delle altre corti supreme, non solo in Europa.

Inoltre, con l'attuale organizzazione della Corte, la quantità e la qualità del lavoro di ciascun magistrato non dipende tanto dal suo impegno, quanto dalle indicazioni dei selezionatori e dalle decisioni del presidente titolare della sezione. E tutto ciò porta a un livellamento verso il basso dell'indice di produttività dei magistrati, che non si sentono e non sono in realtà responsabili di tale produttività. Con l'ulteriore disastrosa conseguenza che la nomina a presidente di sezione, non potendo essere fondata su un'affidabile valutazione di merito, avviene prevalentemente per anzianità, alle soglie del settantesimo anno di età.

Sarebbe indispensabile e urgente allora un radicale cambiamento del modello organizzativo della Corte, oggi incentrato sulla insostenibile distinzione tra selezionatore e relatore.

Una risposta adeguata a questo problema potrebbe essere mutuata dai tribunali, nei quali ciascun magistrato ha il suo ruolo di cause, che istruisce e porta alla decisione, con modi e tempi espressivi delle sue personali capacità e preparazione.

Analogamente a ciascun magistrato della Corte di cassazione dovrebbe essere assegnato un ruolo di ricorsi, che egli stesso esaminerà direttamente anche come relatore, decidendo se proporne la trattazione in udienza pubblica o con il rito abbreviato camerale.

La nuova sezione della Corte, istituita dalla legge n. 69 del 2009, dovrebbe essere perciò costituita da tutti i magistrati delle sezioni civili, in modo che con la doppia assegnazione, alla sezione ordinaria e alla sezione filtro, ciascun magistrato possa essere selezionatore dei ricorsi di cui sarà anche relatore.

Dalle scelte che saranno compiute in attuazione della legge n. 69, prima della sospensione estiva, dipenderà dunque il futuro della nostra Corte di cassazione.

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