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PACCHETTO DI SICUREZZA E PRINCIPIO DI INDESIDERABILIT└ DEGLI IMMIGRATI E-mail
Immigrazione
di Francesco Marsico
24 luglio 2009

immigrati_marsico.jpg"La parte migliore di noi è storica. La parte migliore di noi è fragile", Michael Ignatieff nel suo straordinario "The needs of strangers", sintetizzava così il faticoso cammino del riconoscimento dei diritti degli "altri", tentando di spiegare che non è scontato riconoscere in ogni persona qualcosa di più di una corporeità, magari minacciosa.


Solo attraverso una memoria sociale e storica, ove sedimentare una cultura istituzionale e quotidiana di socialità, di riconoscimento dell’altro e – nei casi migliori - di solidarietà, i conflitti vengono risolti, le integrazioni tra le differenze rese possibili, le società diventano davvero civili.

In questo senso le leggi che una collettività si da’ rappresentano non solo il limite dei comportamenti possibili, ma un magistero civile, che indica l’orientamento complessivo dei comportamenti. Amartya Sen ricorda nel suo ultimo lavoro "The idea of justice" la distinzione dell’antica giurisprudenza indiana tra tra il niti e il nyaya "il niti si riferisce all’organizzazione ed al comportamento appropriati; il nyaya a quanto ne consegue nella vita che la gente può condurre davvero".

 

Tutto questo è per certi versi è scontato, quasi imbarazzante da leggere e da scrivere: la legge non può essere un randello con cui colpire un nemico. Ma l’azione legislativa di questi ultimi mesi in tema di immigrazione e di sicurezza (e già l’accostamento dovrebbe turbare) va confusamente in questa direzione. E non si tratta di preoccupazioni da organismo umanitario: l’autorevole lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dello scorso 15 luglio, che ha accompagnato la promulgazione del cosiddetto pacchetto sicurezza, indica non solo alcuni punti di merito, ma una questione di metodo che, purtroppo, è il metodo dell’attuale maggioranza nel maneggiare la questione immigrazione nel nostro paese.

 

Il Presidente ha stigmatizzato con forza "provvedimenti eterogenei nei contenuti e frutto di un clima di concitazione e di vera e propria congestione sfuggano alla comprensione della opinione pubblica e rendano sempre più difficile il rapporto tra il cittadino e la legge". L’assenza di una logica complessiva potrebbe essere addebitata alle dinamiche interne tra le forze della maggioranza, ma in realtà cela appena la costruzione legislativa di un principio di indesiderabilità dell’immigrato, da affermare in termini di marketing politico, funzionale ad una esibita e perniciosa compiacenza alle spinte meno positive presenti nel paese su questo tema. Senza nessuna preoccupazione sulla gestione complessiva ed effettiva del fenomeno migratorio.

 

Il Presidente ha denunciato l’incrinatura subita dal nostro ordinamento giuridico a causa di "norme oscuramente formulate, contraddittorie, di dubbia interpretazione o non rispondenti ai criteri di stabilità e certezza della legislazione", che rafforzano la sensazione di provvedimenti che non perseguono una logica di sistema, ma incrementano l’affastellarsi di ostacoli, impedimenti, limitazioni da sbandierarsi come prove di una volontà di contrasto all’immigrazione, facili da divulgare sul piano della comunicazione, difficili da applicare, inutili e dannosi se ci si ponesse l’obiettivo di governare con lungimiranza la realtà dell’immigrazione nel nostro paese. In fatto di stabilità della legislazione, l’immediata marcia indietro nel caso degli immigrati irregolari impegnati in attività di cura segnala un atteggiamento - come lo ha definito Valerio Onida – assolutamente schizofrenico, nonché irrealistico ed esposto agli ondeggiamenti dell’opinione pubblica.

 

Il combinato disposto di una criminalizzazione della figura dell’immigrato irregolare – attraverso il reato d’ingresso e/o di soggiorno illegale - e del conseguente corollario di norme inserite nel provvedimento danno corpo e legittimano un principio di indesiderabilità dell’immigrato, ovviamente per ora circoscritto dalla lettera della legge ai migranti irregolarmente presenti nel nostro territorio, ma che inevitabilmente alimenterà un clima di sospetto verso tutti gli immigrati.

 

Il corollario delle diverse norme sono uno straordinario catalogo di provvedimenti la cui ratio non risiede in un più efficace contrasto al fenomeno dell’immigrazione irregolare, ma

a sanzionare i migranti irregolari:

oltre al reato di immigrazione clandestina e la conseguente ammenda da € 5.000 a 10.000 – irrogata dal giudice di pace e quindi con minori tutele per il migrante - si veda anche il trattenimento nei CIE, (i Centri di identificazione ed espulsione, ex CPT) che ora può raggiungere i 180 giorni contro i 60 di prima, una sorta di pena preventiva all’eventuale espulsione;

 

a rendere le presenze dei migranti "totalmente altre"

come nel caso dell’obbligo di esibizione del titolo di soggiorno per la presentazione di istanze o l’ottenimento di autorizzazioni od atti riguardanti lo stato civile delle persone, che impedisce il compimento di atti di stato civile fondamentali, primi fra tutti la richiesta delle pubblicazioni per il matrimonio e la stessa formazione degli atti di nascita dei minori stranieri, con grave pregiudizio per la certezza dei rapporti familiari e di stato civile ;

 

o, semplicemente, a rendere più complicata e onerosa la permanenza dell’immigrazione regolare

si veda il divieto di iscrizione anagrafica, che scatta in mancanza della disponibilità di un alloggio dotato di idonea certificazione dei requisiti igienico-sanitari, sia per i residenti italiani che per quelli stranieri regolarmente soggiornanti. Considerata la scadente qualità media delle abitazioni italiane – specie nei comuni o centri storici, nelle zone rurali e nei quartieri popolari antecedenti ai piani regolatori – questa norma potrà condurrebbe al blocco in massa delle iscrizioni o variazioni anagrafiche lasciando senza residenza un’ampia porzione della popolazione immigrata pur legalmente presente sul territorio o per cittadini italiani poveri

stessa logica per la previsione che rende onerosi i Permessi di soggiorno, con il pagamento di una tassa (da 80 a 200 euro) per chiedere il rinnovo/rilascio del permesso di soggiorno o per il test di conoscenza della lingua italiana che prevede, in relazione al permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, ex carta di soggiorno l’obbligatorietà il superamento di una prova di lingua italiana, che dovrà essere individuato da un futuro provvedimento ministeriale.

 

Ma la previsione più pericolosa, non casualmente inserita in questo pacchetto sicurezza – che come ricorda il Presidente nella sua lettera - introduce 38 modifiche al T.U. sull’immigrazione, è la previsione inerente le ronde cittadine; la norma come è noto, prevede che i sindaci possano ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini al fine di segnalare alle forze di polizia eventi che possano recare danno alla sicurezza urbana, ovvero situazioni di "disagio sociale". I presupposti, compiti, limiti, modalità d’azione di tali iniziative private non sono ancora stabiliti, essendo demandati a provvedimenti successivi.

 

Questa privatizzazione delle funzioni di ordine pubblico non serve solo a legittimare iniziative locali già in atto, ma a sottoporre ad una sorta di controllo esterno l’operato delle forze di polizia sul piano locale. Le cosiddette "funzioni di avvistamento" saranno una modalità per orientare l’azione di controllo delle forze dell’ordine e per verificarne l’operato. Seppure ci sia un principio di separazione tra partiti e ronde, non appare insensato immaginare che a livello locale una azione di promozione di questi soggetti proverrà da quelle forze politiche che – pur nel rispetto formale della normativa - vogliano affermare il principio di indesiderabilità dell’immigrazione. E soprattutto il paradossale controllo che le ronde potranno azionare sull’azione di pubblica sicurezza, si salderà certamente con la creativa fase di deliberazioni locali, creando una sorta di plebiscitarismo dell’ordine pubblico locale, sottoposto ad un vaglio emotivo e presuntamente popolare, che certamente non può non destare preoccupazioni.

 

Preoccupazione rafforzata dalla consapevolezza di chi siano i destinatari finali dei provvedimenti: soggetti comunque "deboli", anche nel caso in cui fossero immigrati regolari o cittadini italiani poveri, accomunati in un contenitore di indesiderabili da controllare, schedare o non accogliere.

 

Ovviamente nessuna nega la necessità di una regolazione di un fenomeno complesso e per molti versi inevitabile come quello delle migrazioni. Ma il magistero civile di questa azione legislativa, il senso complessivo è ciò che rende più perplessi: una delle conseguenze più pesanti dell’introduzione di questo reato consiste nel suo "incrociarsi" con altri reati previsti e puniti dal nostro ordinamento. In particolare con gli art. 361 e 362 c.p., che obbligano i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio a denunciare reati di cui vengano a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni. Figure come l’ufficiale giudiziario, l’ispettore sanitario, l’esattore di aziende municipalizzate, ma anche l’impiegato dell’anagrafe e dell’Inps, il vigile urbano, il postino, l’insegnante della scuola pubblica e l’assistente universitario, il geometra del comune, gli operatori sanitari (ovvero i dipendenti Asl), i bidelli, i conducenti di mezzi di trasporto pubblico, tutti soggetti con cui il cittadino straniero entra quotidianamente a contatto, saranno tenuti a denunciarlo, se irregolare, per non rischiare essi stessi di subire conseguenze penali per non averlo fatto. Migliaia di persone che avranno il dovere di sviluppare comportamenti di sospetto, controllo, e segnalazione, nella maggioranza dei casi estranei alla natura dei loro compiti istituzionali, o addirittura avversi alla natura profonda della loro missione professionale. Una pedagogia della diffidenza e del controllo, che nulla a che vedere con una cultura della responsabilità e con le pratiche di coesione sociale che sono alla base di ogni servizio pubblico o professione sociale. Insomma una pedagogia dell’intolleranza miope e senza prospettive, che copre il vuoto di politiche immigratorie e di integrazione vere e proprie, delle mancate tutele nel nostro ordinamento rispetto ai diritti dei migranti e degli asilanti previsti dal diritto internazionale, della irrisolta questione del voto amministrativo agli immigrati regolarmente presenti sul nostro territorio, paradossalmente esclusi nonostante la loro partecipazione alla vita economica del nostro paese.

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