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IL ROMPICAPO DEI NUOVI FLUSSI DI LAVORATORI IMMIGRATI E-mail
Immigrazione
di Luca Einaudi
05 marzo 2008
immigrati

Negli ultimi tre anni il numero di domande di ingresso per lavoro in Italia di cittadini non comunitari è aumentato in maniera estremamente rapida, ma il numero di pratiche corrisponde solo fino ad un ceto punto ad una presenza irregolare da far emergere o ad una domanda con basi economiche sostenibili. Accanto agli effetti dell'invecchiamento e della denatalità italiana stanno operando sempre di più le classiche catene migratorie, a base prevalentemente familiare, che possono essere accomodate con quote di ingresso legale crescenti solo entro certi limiti.



La questione dell’immigrazione in Italia ha oggi molte facce: accoglienza e integrazione, sicurezza e controllo delle presenze irregolari, gestione dei flussi di ingresso. Ognuno di questi problemi comporta dilemmi spinosi, sia dal punto di visto politico e morale che da quello economico, giuridico e burocratico-organizzativo. In tutti questi campi l’Italia cerca un difficile equilibrio tra una tutela senza riserve dei diritti dei migranti e la difesa del proprio interesse ben compreso, tramite flussi in entrata di dimensioni tali da permettere un’integrazione non conflittuale, in grado di rispondere alla domanda del mercato del lavoro senza creare un "esercito industriale di riserva" immigrato.

Il tema degli ingressi per lavoro merita tuttavia una particolare attenzione alla luce dei dati relativi alle 700.000 pratiche inviate da dicembre 2007 ad oggi, valutate nel contesto degli ultimi anni e soprattutto del 2005-2007. Le cifre in questo campo non sono sempre state così colossali, ancora nel 1999 ci voleva un certo tempo per esaurire i 58.000 posti messi a disposizione, mentre a partire dal 2000 è cominciata la corsa agli sportelli e le file per richiedere l’ingresso legale per lavoro. Per alcuni anni non è stata conosciuta l’entità della domanda reale perché gli uffici dedicati a ricevere le domande cessavano di accettarle una volta esauriti i posti a disposizione. A partire dal 2005 invece, con il cambiamento della modalità di presentazione della domanda, si è avuto il censimento esaustivo delle richieste e la sorpresa di vederle raddoppiare ogni anno. Nel 2005 infatti, tolte le domande per lavoro stagionale, gestite separatamente perché non danno luogo ad un insediamento migratorio ma solo ad un ingresso ed un soggiorno temporaneo, vi furono circa 210.000 domanda di ingresso di lavoratori non comunitari. Tale cifra è lievitata a circa 480.000 nel 2006 e a oltre 700.000 nel 2007. In realtà il tasso di crescita è ancora più forte di quanto suggeriscano questi dati, visto che nel 2005-6 rumeni e bulgari erano inclusi tra i non comunitari ed avevano presentato oltre un quarto del totale delle domande (nel 2006). Un confronto corretto indica che al di fuori dei cittadini dell’Ue a 27 membri le domande sono cresciute da circa 355.000 nel 2006 a 703.000 nel 2007. A fronte di questi dati la straordinaria crescita dei tetti numerici alle entrate per lavoro non comunitario da 54.500 nel 2005 a 170.000 nel 2007, appare a prima vista paradossalmente modesta.

A cosa è dovuta una tale crescita così impetuosa? Certamente non all’aumento dell’irregolarità in Italia, dato che l’ISMU stimava un calo della popolazione irregolare da 760.000 a 349.000 tra il 2006 ed il 2007 e il numero di sbarchi illegali si è ridotto nell’ultimo biennio, come pure il numero di stranieri intercettati dalle forze dell’ordine in Italia in condizioni irregolari. La domanda di lavoro immigrato espressa dall’economia italiana è certamente consistente, alimentata dalla diminuzione della popolazione autoctona in età lavorativa, dalle richieste di welfare privato prodotte dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita dei nuovi occupati, ma questi fattori stimati anche con generosità non suggeriscono un fabbisogno di più di 200.000-300.000 ingressi di lavoratori all’anno, inclusi coloro che entrano fuori dalle quote (cittadini comunitari e familiari ricongiunti).

Si stanno intersecando una serie di fenomeni che stanno portando ad una divergenza tra il numero di domande presentate e quello che potrebbe essere rozzamente descritto come il fabbisogno del mercato del lavoro italiano.

Nel corso degli anni si è andato consolidando il più classico dei meccanismi migratori, quello delle catene familiari. Si tratta di un meccanismo che solo in parte passa per il ricongiungimento familiare formale, perché vi hanno accesso solo figli minorenni, mariti e mogli e in alcuni casi i genitori degli stranieri ma non fratelli, zii, cugini o figli maggiorenni. Inoltre viene richiesto un livello di reddito minimo e condizioni alloggiative spesso difficili da dimostrare per chi vive e lavora in un’economia largamente sommersa. Le catene migratorie a base familiare e di relazioni locali si sono alimentate nel tempo grazie alla dimensione sempre maggiore delle comunità straniere in Italia (quasi tre milioni di residenti secondo l’Istat all’inizio del 2007) e della migliore conoscenza del meccanismo della chiamata per flussi, che può essere fatta da qualsiasi cittadino straniero legalmente presente da almeno un anno. Il risultato di questi meccanismi è l’aumento della pressione che proviene effettivamente dall’estero e che non è più solo richiesta di regolarizzazione informale di persone già presenti in Italia. Come spiegare altrimenti che il numero di domande riguardanti cittadini marocchini sia passato da 17.000 nel 2005 a quasi 120.000 nel 2007.

L’aumento del divario tra le aspirazioni all’ingresso in Italia cui non corrispondono necessariamente offerte di lavoro legale è testimoniato anche dal fatto che circa il 30% delle domande presentate nel 2006 non erano valide per mancanza dei requisiti, perché presentate più volte o addirittura perché completamente prive dei dati di alcun tipo (presentate comunque per beneficiare del valore semilegale del cedolino della domanda). Anche l’aumento delle domande per badanti e colf (da meno di 100.000 nel 2005 a oltre 400.000 nel 2007) non risponde solo alla chiara domanda reale esistente, ma anche alla maggior facilità di ingresso che questo tipo di chiamata offre anche per chi vuole tentare la fortuna in altri campi. Paradossalmente la maggiore facilità di presentazione delle domande e l’ampliamento delle quote sta riducendo la presenza irregolare ma sta ampliando le richieste che pervengono effettivamente dall’estero tramite la mediazione di familiari e compaesani già in Italia.

Le aspirazioni a godere delle opportunità offerte dall’ingresso in Europa da parte di chi proviene da paesi a medio e a basso reddito sono attualmente maggiori della capacità e della volontà di assorbimento e di integrazione dell’Europa. Sono aspirazioni legittime ma a cui corrisponde solo in parte una domanda di lavoro ed una opportunità di inserimento. Conoscendo i problemi abitativi già esistenti in Italia e la pressione che esercitano sulla scuola i 300.000 nuovi residenti stranieri che si contano ogni anno in Italia dal 2000, va valutato attentamente se è sostenibile nel lungo periodo un ulteriore aumento del ritmo di crescita dell’immigrazione.

 

Luca Einaudi

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